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Ora come ora, lotterei per la libertà di ascolto

Abbiamo lottato per secoli per avere la libertà di parola e di espressione e ancora oggi ci concentriamo spesso su questo diritto. Generando entropia.

Se Galileo avesse postato le sue foto del cosmo prima di dirlo in giro, la Chiesa non avrebbe avuto il tempo di minacciarlo e le cose sarebbero andate molto diversamente. Questo è un modo per vedere il bicchiere mezzo pieno della questione social. Sicuramente un punto di arrivo in un percorso molto lungo e tortuoso, che ha permesso la libertà di parola e di espressione. Un diritto che, fino a prova contraria, non è ancora assicurato a tutta la popolazione, anzi. Diciamo che dai tempi di Galileo si sono fatti dei passi avanti e si sono fatti anche bei soldi su questo gran concetto.

Ripensandoci, in questi giorni di isolamento, mi è venuta in mente una metafora un po’ singolare: la libertà di espressione è come il volto del Che. Ha un’anima rivoluzionare, è qualcosa di generalmente positivo ed è simbolo di valori fondamentali. Negli Stati Uniti la libertà di espressione è garantita dal primo emendamento. In Italia invece ne parla l’articolo 21 della Costituzione.

La libertà di parola è pur sempre una libertà. Quindi la tua finisce dove inizia la mia, con la classica frase che fa effetto ma non risolve il problema. Quando finisce la mia e inizia la tua, dove posso dire la mia e dove, invece, posso ascoltare quella degli altri, nello specifico delle loro qualità?

Il meccanismo è complesso, la libertà è rivoluzionaria, ma quando si entra nel dettaglio tutto prende una piega diversa. Con i social e lo streaming questa piega diventa poliedrica e ci espone a svariate parole ed espressioni trasmesse minuto per minuto. Se ci aiuta a vedere tutto questo in maniera circolare, possiamo dire che siamo usciti dal cerchio e abbiamo superato di gran lunga le nostre necessità, come un secchio d’acqua che non contiene più liquido e continua a straripare. Bagna, allaga.

Se da un lato va bene, dunque, difendere la libertà di espressione, dall’altro forse bisogna iniziare a combattere per la libertà di ascolto. La necessità intrinseca di fare ordine in tutto questo flusso di informazioni, parole ed espressioni, per selezionare ed evitare di riempire troppo la nostra memoria cerebrale.

Vorrei essere tutelato e supportato nel non dover sentire notizie false, innumerevoli dubbi, svariate domande. Vorrei non dover sentire per forza le telefonate, le conversazioni. Essere tutelato dalle musiche che non c’entrano, nei posti dove non c’entrano. Non voglio sentire commenti razzisti, espressioni violente. Sono contrario persino a dovermi sentire i rimproveri eccessivi ai bambini in luoghi pubblici.

La gravità di una cosa fatta in pubblico ha le sue misure, i suoi pesi, che vanno calibrati con tutti. Quello che ti fa uscire di testa non vuol dire che debba fare uscire di testa tutti. E lo streaming aumenta questo galoppo a una richiesta costante di attenzioni.

Cascate su cascate di post, consigli, proposte, amicizie, aggiornamenti. Nessuno combatte per metterci un freno, per lavorare su tutta l’acqua in eccesso. Ci vorrebbe una legge, un emendamento e forse, prima ancora, un suo stendardo. Qualcosa da esibire per far capire a chi è davanti che deve stare bene attento a come usare la propria libertà di espressione. “Hai una grossa libertà, sono un essere umano con cui ti prendi questa libertà. Pensiamoci insieme.”

Questa è idealmente la catena perfetta di un’armonia che purtroppo non abbiamo. Quella sensibilità tale che aiuta il pavone a fare la ruota solo quando serve e non per farsi un selfie al volo.

Se l’armonia non c’è, si ha l’entropia e si dicono le cose spiegando perché si ha il diritto di dirle senza ricordarsi che, davanti, si ha sempre, generalmente, qualcuno che ascolta. La mia è una innocua provocazione, quella di combattere per un diritto all’ascolto. Tuttavia, sempre più spesso, di questi tempi mi ricordo di citare Alfred Hitchcock: “sono un tipo molto sensibile. Una parola acuta, detta da una persona, diciamo, che ha carattere, mi fa male per giorni”. E penso a uno slogan del tipo: lasciatemi ascoltare quello che voglio e chi voglio. In santa pace.

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Jacopo C. Buranelli

Laureato in filosofia presso La Statale di Milano con una tesi sul cinema di Ozu, da molti anni si dedica all’editoria e al mondo dell’arte contemporanea e dello spettacolo. Collabora con diverse test ... Vedi profilo completo

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1 Commento

  1. leo 26 Luglio 2020

    Ciao, ti ha per caso ispirato lo spot in tv di Audible proprio sulla Libertà di ascolto?

    Rispondi

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