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Paolo Rossi “Pablito” ci ha lasciato

di Alessandro Sandrini

Paolo Rossi ci ha lasciato anche lui, in modo garbato, come garbati erano i suoi modi, con silenziosa eleganza, come il suo toscano.
È ormai con rassegnazione che molti di noi attendono la fine di questo anno orribile.
Era più giovane di me di un paio di settimane.

Dopo l’alluvione del 1966 ci eravamo trasferiti nella zona di piazza Puccini. Io e i miei amici andavamo a vedere le partite dei ragazzi al campo del Dopolavoro Ferrovieri di via Paisiello. 
Forse era il ’69 o ’70, con la sua squadra di calcio di Prato venne a giocare un sabato pomeriggio: si parlava già di Paolo Rossi come uno davvero bravo e, per non smentirci, lo vidi segnare un gol difficile, di destro, parecchio defilato a sinistra. 
Tornati a casa, mentre ascoltavamo i Led Zeppelin e CSN&Y sul piatto della fonovaligia, cercavamo di capire come avesse calciato quel pallone. Era già di un’altra categoria. Non giocò mai nella Fiorentina, anche se Kurt Hamrin era stato uno dei suoi idoli. Poi giocò nella squadra torinese con la maglia zebrata. Era di Prato e noi viola non percepimmo questo come un tradimento, come fu per Roberto Baggio qualche anno dopo. 

Paolo Rossi fa parte della vita di molti di noi, ancora da prima di quel luglio del 1982 quando, dopo tanti anni, contribuì in modo determinante a riportare l’Italia del calcio ai vertici mondiali. Con Polonia, Perù, Camerun e Argentina trotterellò per il campo, quasi fosse l’ombra di quel furetto che prima del Calcioscommesse aveva entusiasmato Vicenza e Perugia. Ma poi fece piangere il supponente Brasile di Zico, Socrates e Falcao, a cui diede 3 pappine. “Il primo gol al Brasile, – scrisse nella sua autobiografia – lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione”. Arrivarono poi i 2 goal con la Polonia e quello in finale con l’arrogante Germania di Rumenigge e di quel bestione di Stielike. 

Ricordando quella finale, scrisse ancora: “Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai. Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: ‘Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti’. E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi“,

Era una persona gentile, come Enzo Bearzot, suo secondo padre. Che la terra ti sia lieve, Pablito.

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