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Parasite è il film da vedere assolutamente

Punta all’Oscar il film di Bong Joon-ho che ha vinto già la Palma d’Oro al Festival di Cannes e che dimostra di essere una delle migliori pellicole (non solo asiatiche) recenti.

Bong Joon-ho ha 50 anni, è sudcoreano e i suoi film più recenti sono Snowpiercer e Okja, ma il più famoso è forse Memories of Murder del 2003, a cui nel 2006 seguì The Host. Non è uno sprovveduto o un astro nascente. Fin dalle prime inquadrature di questo ultimo lavoro, fin dai primi piani dei personaggi di Parasite, si capisce che il regista conosce perfettamente la tecnica. Spesso accade che con le pellicole asiatiche la tecnica sia spesso l’elemento principale con cui accedere al pubblico occidentale, scadendo poi in una interpretazione dei personaggi enigmatica e in una sceneggiatura che non tiene le fila. Bong Joon-ho, invece, ha già il tocco del veterano e lo dimostra in ogni aspetto del suo film, dai personaggi, agli attori, ai tempi.

La storia è profondamente radicata nelle dinamiche sociali attuali della Corea del Sud e di molte realtà che si sviluppano ben oltre i nostri confini nazionali. La famiglia Kim è composta da due figli (maschio e femmina), la mamma (ex campionessa olimpica di lancio del martello) e ovviamente il signor Kim. Sono una famiglia povera che vive in uno scantinato a Seoul, città tumefatta dalle enormi differenze sociali tra ricchi e poveri, capace di generare un senso di spaesamento e precarietà quasi irreale. Grazie alla dritta di un amico benestante, il figlio dei Kim viene raccomandato alla signora Park, una ricca donna che vive insieme al marito e ai figli (un piccolo maschietto pestifero e una smunta adolescente) come insegnante di inglese per la propria ragazzina.

Da quel momento, dal primo colloquio tra il figlio dei Kim e la signora Park, inizia una catena di raccomandazioni e una costruzione incredibile di diversi piani di realtà che riescono a tenere lo spettatore attento, ordinato e vigile nonostante quello che sta assistendo. Il ragazzo raccomanderà (nascondendo il legame di parentela) la sorella, spacciandola per un’ottima insegnate d’arte, poi la sorella raccomanderà il padre (anche qui senza rivelarne l’identità), suggerendolo come autista esperto e infine arriverà anche la corpulenta madre in qualità di governante. In breve tempo i Kim diventano un simbiota dei Park e, in questo senso, il regista è in grado di raccontare una sorta di tempesta controllata, caos perfetto, dove tutto scorre con geometria e tempismo in un susseguirsi di deflagrazioni. Esplosioni visive, di senso e di riflessione postuma.

La casa dei Park è un tempio di architettura perfetta, minimalista e al contempo dotata di qualsiasi cosa. Come un castello, con le sue stanze segrete e i suoi passaggi, rappresenta la solidità e lo sfarzo del ricco, del coreano di alto livello che guarda all’America come una patria amica, che respira capitalismo già dalla nascita e che non riesce ad accettare, anche fisicamente, una realtà diversa dalla propria.

I Kim invece arrivano come gli scarafaggi, dai sotterranei. Si fanno una doccia con il disinfestante per le blatte che viene spruzzato lungo la strada del loro rifugio, almeno è gratis. I ragazzi Kim studiano, ma non ci arrivano a scuola, nelle costose e competitive strutture di alta formazione perché non sono di quel mondo lì. I Kim possono sognare, possono fingere, possono essere altro e godere nel diventare la servitù dei Park. La geometria della casa (se si pensa alla scena del tavolino del soggiorno, quasi targata Ozu e alle porte scorrevoli che aprono a stanze segrete) si apre, in un gioco di scatole cinesi, fino ad arrivare alla verità, cruda e tremenda, la prova lampante quasi ontologica dell’impossibilità di far convivere i due mondi, quello dei Kim e quello dei Park senza rompere e turbare le dinamiche di un tessuto sociale che si scandalizza, ma che è capace anche in breve tempo di tornare alle sue regole e ai suoi stereotipi.

L’odore della pelle, elemento cruciale del film, sembra suggerire una condanna esistenziale che non può essere superata se non tramite la rottura degli schemi. La severità con cui il signor Kim viene rimproverato (mai personalmente, ma sempre alle spalle) del suo odore, odore da povero, odore della miseria, ha la potenza di una bomba sganciata con una scia di profumo, che cade senza pietà sull’87% della popolazione mondiale.

Per questo il film di Bong Joon-ho che è forse uno dei pochi esempi di cinema coreano in grado di usare la società nazionale come specchio più ampio per una riflessione globale, merita tutte le attenzioni del caso. Certamente merita i premi e i riconoscimenti, ma è importante, ad oggi, vederlo e farlo vedere il più possibile.

 

Parasite (Gisaengchung) è un sudcoreano del 2019 diretto da Bong Joon-ho. Gli attori principali sono: Song Kang-ho, Lee Sun-kyun, Choi Woo-shik, Park So-dam. Ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes 2019, diventando il primo film sudcoreano ad aggiudicarsi il premio. Rappresenta la Corea del Sud nella categoria per il miglior film in lingua straniera ai premi Oscar 2020.

 

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Jacopo C. Buranelli

Laureato in filosofia presso La Statale di Milano con una tesi sul cinema di Ozu, da molti anni si dedica all’editoria e al mondo dell’arte contemporanea e dello spettacolo. Collabora con diverse test ... Vedi profilo completo

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