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Pari diritti per i disabili. Aprite quelle porte!

di Maria Moreni

Non solo barriere architettoniche. Ci sono tanti altri impedimenti, fisici e immateriali, ma comunque ugualmente “consistenti”, che tengono ancora lontane le persone con disabilità da una vera e reale partecipazione alla vita e alla comunità di appartenenza. Gli ostacoli esistenti, spesso, hanno a che fare con la formazione e l’occupazione, per non parlare dei trasporti pubblici e dell’accesso a eventi, manifestazioni, beni culturali. Problematiche, insomma, che interessano ogni aspetto dell’esistenza di un individuo, dalla sfera privata e quella pubblica. E anche chi, oggi, si sente distante da tutto ciò, domani potrebbe provarlo sulla propria pelle, o su quella dei propri cari.

Dal 2004, in Svizzera, l’Ufficio federale per le pari opportunità delle persone con disabilità ha il compito di promuovere la parità dei portatori di handicap e adoperarsi per l’eliminazione di qualsiasi discriminazione di diritto o di fatto nei loro confronti. “Vogliamo l’accesso all’istruzione, al mercato del lavoro, alle nuove tecnologie, alla cultura e allo sport”. È ciò che desiderano per sé stesse centinaia di persone disabili che, di recente, si sono radunate a Berna, rivendicando uguali diritti e richiamando istituzioni e autorità a un maggior impegno in tal senso. Diversi interventi, come quello appena citato di Verena Kuonen, co-presidente di Inclusion Handicap, l’organizzazione-mantello che comprende diverse associazioni, hanno sottolineato che si continuano a riscontrare molti casi in cui non sono state attuate le disposizioni della “Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità” (“CDPD”, in inglese “CRDP”). Pensando alla scuola, ha dichiarato Tatjana Binggeli, presidente della Federazione svizzera dei sordi: “Gli alunni sordi devono finalmente poter comunicare e imparare nella loro lingua madre”.

Ancora molti ostacoli in Svizzera
Nei cantoni elvetici la codeterminazione, la libertà di scelta e la partecipazione non sono ancora pienamente garantite, in base a quanto mette in evidenza un comunicato diffuso da Inclusion Handicap. Secondo l’organizzazione, infatti, la Svizzera non applica in modo sistematico né con coerenza i principi stabiliti dalla Convenzione dell’ONU ratificata nel 2014, finora sottoscritta da 184 Stati. Per esempio il paese elvetico non ha ancora aderito al protocollo facoltativo alla CDPD, documento che consente ai disabili che hanno esaurito tutti le possibilità di far valere i loro diritti a livello nazionale di ricorrere al Comitato della Convenzione delle Nazioni Unite. Inclusion Handicap ha fatto sapere di aver presentato al Comitato stesso un “rapporto ombra” aggiornato che mostra chiaramente i requisiti non ancora soddisfatti. E ha lanciato una petizione per sollecitare il Consiglio federale. Quest’ultimo, dal canto suo, ha constatato che la situazione dei diretti interessati è migliorata notevolmente: gli edifici e i trasporti pubblici sono più facilmente accessibili e l’assicurazione per l’invalidità punta maggiormente sull’integrazione professionale. L’esecutivo, però, ha ammesso che tuttora sussistono vari ostacoli.

Il caso di Mancy
Il Dipartimento federale dell’interno (DFI) ha spiegato che il Consiglio dovrebbe affrontare le priorità future della politica in materia di disabilità alla fine di quest’anno tenendo conto delle raccomandazioni del comitato delle Nazioni Unite. In primo piano ci sono i minori. Otto anni dopo l’approvazione, infatti, “la Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) non è tuttora applicata ai bambini”, ha affermato a Ginevra uno dei 18 esperti indipendenti del Comitato per i diritti umani dello stesso ONU. Sono circa 3.000 i piccoli con disabilità che si trovano in istituti in cui la propria sicurezza fisica è “minacciata”. Ne sono un triste esempio le violazioni e le irregolarità emerse di recente, relative a una struttura di Mancy dove, secondo una perizia, bambini e giovani autistici hanno subito abusi da quando l’istituto ha aperto nell’estate 2018. Fatti di una simile gravità, inoltre, riguarderebbero anche altre strutture ginevrine. Il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU ha chiesto conto alla Svizzera di quali misure saranno assunte contro i responsabili, che dovrebbero essere sanzionati. E ha fatto presente la necessità di varare “immediatamente” un piano per evitare ulteriori violazioni in contesti come quelli considerati.

Maggiore consapevolezza
Alcuni esperti, inoltre, hanno invitato il paese elvetico a seguire un approccio che si basi di più sulla considerazione e sul rispetto dei diritti umani anziché su una visione eccessivamente “medicalizzata” dei più piccoli. Anche su questo punto, comunque, non mancherebbero le criticità: l’Accademia delle scienze mediche ha dovuto fare una revisione delle linee guida delle valutazioni delle condizioni dei pazienti, secondo cui vengono poi assegnate delle priorità per i trattamenti, in seguito alle accuse di discriminazione di alcune associazioni a tutela dei disabili. Un altro esponente ha denunciato la mancanza di accessibilità alle infrastrutture pubbliche e private, nonché agli alloggi sempre per persone con disabilità. “La Svizzera riconosce che la situazione può essere migliorata” su una serie di questioni, ha affermato, successivamente a queste segnalazioni, il capo della delegazione elvetica, il segretario generale del Dipartimento federale dell’interno (DFI), Lukas Gresch-Brunner, lamentando la scarsa disponibilità di dati e analisi in materia. La partecipazione alla società deve diventare “sistematica”, ha ammesso. In particolare, i diritti politici devono essere garantiti a tutti.

La situazione in Italia
Anche nella Penisola mediterranea sussistono numerosi problemi riscontrati ogni giorno da chi vive sulla propria pelle una condizione di disabilità, a prescindere dal fatto che si tratti di criticità motorie, intellettive, sensoriali o, ancora, comportamentali e relazionali. Basti pensare che, in Italia, nemmeno il 30% delle persone disabili – oltre 4 milioni, secondo i dati Istat relativi al periodo pre-pandemia – svolge un’occupazione, a fronte di un tasso medio europeo del 50%. La violenza di genere sulle donne disabili, poi, è aumentata ulteriormente durante i lockdown. Avrebbe subito abusi e maltrattamenti almeno il 65% di coloro che sono state intervistate nell’ambito di una recente indagine della Federazione italiana per il superamento dell’handicap. Contro queste situazioni preoccupanti continuano a battersi associazioni nazionali e gruppi di famiglie che ricordano alle istituzioni che prima di tutto bisogna abbattere il principale ostacolo, costituito dal silenzio indifferente e dai pregiudizi che gravitano sulle fragilità e sulle diversità dei soggetti non autosufficienti. Alcuni piccoli passi, va detto, sono stati compiuti. Per esempio, come si legge sul sito del Ministro per le disabilità – figura istituita durante il precedente Governo Conte, nonché carica ricoperta attualmente, nell’esecutivo guidato da Mario Draghi, da Erika Stefani – il Fondo per le non autosufficienze è stato integrato per un ammontare pari a 100 milioni di euro per l’anno 2022, a 200 milioni di euro per l’anno 2023, a 250 milioni di euro per l’anno 2024 e a 300 milioni di euro a decorrere dall’anno 2025. È stato inoltre istituito un Fondo per l’accessibilità turistica delle persone con disabilità, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo e la diversificazione dell’offerta turistica rivolta alle persone con disabilità e favorire l’inclusione sociale (6 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022, 2023 e 2024). Sono stati previsti finanziamenti da 50 milioni di euro per il 2022 e 2023 per il Fondo per l’inclusione delle persone con disabilità, con l’inserimento, negli ambiti di interventi, di iniziative dedicate alle persone con disturbo dello spettro autistico. E questo solo per ricordare alcuni dei provvedimenti messi sul tavolo negli ultimi mesi a livello istituzionale e politico. Molto, comunque, resta ancora da fare per quanto riguarda la vera inclusione degli individui disabili nello studio e nel lavoro, la semplificazione della loro vita quotidiana e dell’accesso a vari servizi, l’abbattimento di tante barriere architettoniche che ancora sono presenti nella Penisola, per citare le principali criticità. Altra questione urgente riguarda i familiari caregiver, che dovrebbero essere riconosciuti giuridicamente, mentre per ora, al riguardo, ci sono solo proposte di legge. “I donatori di aiuto” dovrebbero essere supportati in modo adeguato, a livello economico e psicologico, in primis, dal momento che si ritrovano a svolgere un vero e proprio lavoro di cura a tempo pieno, in via esclusiva e totalizzante, con tutto ciò che ne consegue. Rimarrebbe da potenziare anche la delicata area degli interventi dedicati al cosiddetto tema del “Dopo di noi”, l’espressione con cui i genitori e i parenti stretti di persone con disabilità indicano il periodo che seguirà alla loro scomparsa. Ecco perché sarebbe quanto mai importante favorire e promuovere l’“emancipazione” dalla famiglia d’origine con operatori competenti e qualificati e strumenti adeguati, guardando, per esempio, a innovativi modelli di co-housing del Nord Europa. È proprio impegnandosi concretamente per attuare l’inclusione di chiunque, nessuno escluso, nella vita quotidiana – al di là di dichiarazioni programmatiche a cui, purtroppo, troppo spesso non seguono i fatti, e a partire dalla parità di diritti – che si potrebbe contribuire in modo sostanziale al rinnovamento economico e culturale della nostra società. Il progresso e la civiltà dovrebbero passare innanzitutto da qui.

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