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Pensioni, tra lessico e sostanza

di Giovanna Guzzetti

Sembrerebbe fatta. In pensione (è il caso di dire) quota 100, per un solo anno, il 2022, sarebbe in vigore quota 102. Poi, dall’anno dopo, si tornerà al contributivo introdotto, a partire dal 2012, con la riforma varata nel dicembre dell’annus horribilis 2011.  Ipse, Mario Draghi, dixit, mettendo a tacere tutti quelli che (immaginate chi) discettavano di numeri e se li rimpallavano.

Su un punto però, tra i detrattori, massima concordia: “non si deve tornare alla Fornero”, ovvero alla riforma che il Parlamento votò in quel famoso 2011, con lo spread che aveva sfiorato quota 600, perché o si dava un segnale forte ai mercati o il nostro debito ce lo saremmo giocato tutto in casa.  Con le conseguenze disastrose che ci possiamo immaginare.

Inutile ripercorrere la storia degli attacchi all’allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero, agnello sacrificale di un governo, quello di Mario Monti, chiamato a recuperare lo Stivale già ampiamente affacciato sul baratro. Quello che stupisce, dieci anni dopo e in una condizione solo apparentemente migliore – il debito pubblico è lievitato e la troika, o anche solo Bruxelles, è silente perché siamo stati devastati dal Covid ed è stato congelato il patto di stabilità, ma ci aspettano tutti al varco sull’uso rigoroso della nostra quota del Recovery Fund – è ancora l’accanimento di una parte politica verso Elsa Fornero.

Di leggi che in Italia sono diventate famose, quando non popolari, per il nome dell’ispiratore e/o del primo firmatario, ce n’è più d’una. La legge Scelba, tanto per fare un esempio, sul divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista, tornata di attualità dopo le violenze di Forza Nuova a Roma; i decreti Tambroni; i decreti Malfatti (nomen omen?); la legge Visentini, cardine della nostra politica fiscale; la legge Baslini Fortuna che regalò agli italiani e alle italiane l’istituto (sacrosanto) del divorzio.

Si arricchiscono del nome dell’ideatore le riforme della scuola: da quella, in epoca fascista, di Giovanni Gentile alle più recenti, targate Berlinguer e Gelmini, entrambe booster di quel Danno Scolastico magistralmente descritto da Paola Mastrocola e Luca Ricolfi.

Quel che più colpisce, però, è che anche parlando di previdenza, a partire dalla metà degli anni 90, gli interventi, in genere riforma, sono definiti dal nome del ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale che se li è intestati. Riforma Dini, riforma Maroni, riforma Damiano. Piace, affascina il termine riforma: evoca l’evoluzione, nuova veste, nuova forma, un concetto che incarna ed ingloba il significato di miglioramento. Cambiare per progredire.

Poi arriva la riforma delle riforme, quella che sovverte ab imis le nostre prassi previdenziali, insegnandoci, Friedman docet, che nessuna pensione è gratis ed è corretto che l’assegno di vecchiaia sia il frutto, la restituzione di quello che avremo accantonato all’uopo lavorando (altra cosa è l’assistenza, sia ben chiaro!).

Ah no, ma quale riforma, quale avvio di percorso di miglioramento (dei conti pubblici e della responsabilità e consapevolezza dei singoli)? Quella di Elsa Fornero è proprio una legge. Dura lex sed lex, si diceva e si studiava un tempo. No, neanche quello, perché quel “sed lex” talune parti politiche, e i loro capi in primis, non lo accettano e tra contestazioni, richieste di referendum, attacchi, minacce e slogan inneggianti alla violenza estrema (Fornero al cimitero) siamo arrivati fin qui. Il dibattito sulle pensioni che Mario Draghi ha cercato di chiudere da par suo, con il suo modo fermo ed equilibrato del condottiero che sa dove andare senza farsi distrarre, ha fatto riaffiorare l’ossessione, tutta sovranista-populista: “purché non torni la Fornero”. Nemmeno più legge…

Il punto è che, alla voce “pensioni in Italia”, alla storia verranno tramandati solo la competenza e lo sforzo di Elsa Fornero. Che, guarda caso, non è una politica ma una accademica di lungo corso, stimatissima all’estero. A proposito, come si dice?  Nemo propheta in patria.

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