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Per una presa di coscienza dei cittadini

L’emergenza dettata dal Covid-19 sta imponendo una serie di misure di contenimento del contagio e allo stesso tempo di aiuto alla popolazione. Il Consiglio federale nella giornata di venerdì 20 marzo ha deciso per il momento di non imporre il divieto di uscita alla popolazione, tuttavia ha stabilito norme più severe per il “social distancing”: gruppi di più di cinque persone sono vietati e potranno essere multati con 100 franchi di ammenda a persona. Il Governo ha inoltre deciso di varare un pacchetto da 32 miliardi di franchi in aggiunta ai 10 già stanziati e previsto il ricorso al credito per gli imprenditori per certe somme e a determinate condizioni.

Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Angelo Barrile, Consigliere Nazionale,  medico, nonché doppio cittadino (italo-svizzero).

Angelo Barrile

Dottor Barrile nella seduta del 20 marzo 2020, i membri del Consiglio Federale hanno affermato di essere in grado di affrontare il problema COVID-19 dal punto di vista medico e finanziario. Cosa ne pensa? Crede che le misure di contenimento previste siano sufficienti?

Dal punto di vista medico non abbiamo ancora dati sufficienti per prevedere quando e in che misura ci sarà il picco del contagio in Svizzera. Né si può prevedere quando arriverà il vaccino. Certo è che la Svizzera si sta muovendo contemperando tutti gli interessi in gioco e soprattutto coralmente visto che nessun partito ha la maggioranza. In ordine alla tenuta del sistema finanziario e alla domanda se basteranno i 42 miliardi di franchi messi sul tavolo dal Consiglio Federale, non mi sento di esprimere valutazioni tecniche, essendo un medico e non un esperto economico. Tuttavia credo fermamente che siano stati compiuti molti passi importanti per supportare le piccole e medie imprese. D’altro canto la Svizzera non è nuova a questi interventi: nel passato il Consiglio Federale intervenne anche a favore di UBS e Swiss. Dunque si replica oggi a fronte di questa eccezionale situazione dando la possibilità al piccolo imprenditore di accedere al credito. Per quanto riguarda l’aiuto delle Comunità, so per certo che molti gruppi si sono organizzati a livello comunale e cantonale per aiutare anziani e bisognosi, ma io stesso ho lanciato una iniziativa che allo stesso tempo è una provocazione: sarebbe bello se i nostri appuntamenti dal piccolo artigiano, che sono stati necessariamente annullati, non si trasformassero in mancato introito. Mi spiego meglio: se avevo intenzione di andare dalla sarta o dal parrucchiere, posso decidere di pagare comunque quella prestazione, magari non per intero. Questo non solo aiuterebbe l’imprenditore ma esprimerebbe al meglio l’idea di poter ricominciare.

L’OMS ha descritto l’Italia come modello cui gli altri Paesi debbono ispirarsi. È di ieri la notizia che il Consiglio Federale ha vietato l’assembramento di più di 5 persone. Sarà anche il percorso della Svizzera? Quali sono i possibili scenari? Siamo a rilento? Arriveremo alle decisioni italiane?

Di certo non è semplice dare giudizi sui modi e tempi di assunzione delle decisioni del Consiglio Federale. Da medico e secondo la comunità scientifica l’unica cosa sensata è il lock-down, così come deliberato in Italia. Tuttavia il Consiglio Federale ha molti esperti che osservano la situazione e le evoluzioni nel Paese e dettano i passi giusti. Di certo ha giocato un grande ruolo l’intenzione di aiutare proprio le piccole e medie imprese a stare aperte il più a lungo possibile, d’altra parte è pur vero che il popolo svizzero conosce molte libertà dunque le misure restrittive devono essere adottate in corrispondenza dell’evolversi della situazione. Il lock-down  molto probabilmente arriverà a breve ed è per questo motivo che è necessario seguire il consiglio di stare a casa. Un isolamento volontario sarebbe la soluzione migliore, vorrebbe dire presa di coscienza dei cittadini e allontanare la possibilità che esercito e polizia intervengano in tal senso. Al momento i militari infatti sono solo impegnati a presidiare gli ospedali. Come anticipato il lock-down potrebbe arrivare in poche settimane e sarà una decisione presa di concerto con i Cantoni e le altre Autorità così da evitare misure a diverse velocità e applicare misure valide per tutto il Paese.

Si possono fare previsioni?

Nel mio lavoro, in qualità di medico di famiglia ho letto le informazioni fornite dai media e dalle riviste scientifiche. Al momento le previsioni, i possibili scenari si possono dedurre solo dai modelli matematici. Rispetto all’Italia siamo indietro di qualche settimana. Ora, se guardiamo alla Cina, dal momento in cui ha preso decisioni molto restrittive, ci sono volute all’incirca 3 settimane per appiattire la curva dei contagi. Questo non ha voluto dire ritornare alla normalità perché il lock-down va mantenuto fino a che non si è fuori pericolo. A Zurigo ad esempio la curva del contagio è in ascesa e medesima situazione vi è nel Canton Vaud o in altri Cantoni. Stando ai modelli o a quanto accaduto in Cina e in Italia se non si rispettano le misure varate dal Consiglio Federale il picco sarà tra 2-3 settimane. Sarebbe meglio che il picco venisse posticipato, così da non mettere a rischio la tenuta del sistema sanitario. Questa è la cosa più preoccupante.

A questo riguardo, quanti posti in terapia intensiva ha la Svizzera? Può reggere all’urto di una pandemia del genere?

Le informazioni ufficiali, almeno di qualche giorno fa parlano di 1400 posti in medicina intensiva e di circa 900 respiratori. Sta di fatto che molti ospedali si stanno attrezzando per creare molti più posti in terapia intensiva, creando altre strutture o riaprendo vecchi reparti di terapia intensiva. Il problema rimangono i respiratori, perché il problema è che, lo abbiamo visto in Italia, senza respiratore non si sopravvive alla polmonite interstiziale che il COVID-19 provoca. In assenza di respiratori un medico si potrebbe trovare nella situazione tragica di dover decidere chi salvare e chi no e secondo le linee guida stabilita dall’Associazione dei Medici la scelta non dipende dall’età ma dalla situazione generale del paziente e dal tempo necessario per essere curata. Prima un paziente è autonomo nella respirazione prima se ne possono soccorrere altri. A questo si aggiunge il problema della mancanza di materiale. Mancano le maschere, sono poche e il problema è che almeno fino alla settimana scorsa quello che era stato ordinato all’estero è stato bloccato. Al momento esiste un accordo con l’UE in forza del quale deve arrivare in Svizzera quanto occorre per affrontare l’emergenza.

Ci sono, in questo frangente, vantaggi nell’avere un’assicurazione privata e non una copertura sanitaria universale?

In questo senso abbiamo delle indicazioni molto chiare: non rilevano nè l’età, nè lo stato sociale, nè il tipo di assicurazione. Le decisioni dipendono dalle condizioni sanitarie del paziente e questo rappresenta un ordine per i medici. Infine, per evitare qualsiasi forma di interesse, come quello di scegliere tra un familiare con patologie e un paziente sano, o per dividere il carico della responsabilità enorme che comporta lo stabilire chi deve morire e chi vivere, la decisione di curare un paziente rispetto ad un altro viene assunta collegialmente. Questo per aiutare chi ha chances maggiori di guarire. In ordine alle differenze che normalmente esistono secondo le assicurazioni sanitarie, in questa situazione eccezionale il malato verrà curato nel reparto di terapia intensiva che lo può accogliere. Il problema sorge se l’ospedale cantonale di riferimento non ha più posto perché a quel punto bisogna vedere se gli altri ospedali possono ricevere il malato. Ed ecco che ritorniamo alla necessità di controllare il picco della pandemia così da essere in grado di curare più persone possibili.

Si sente di dare un consiglio, come medico, alla popolazione in Svizzera?

Alla luce di quanto detto e considerato, l’unica cosa sensata è rispettare l’isolamento. Il consiglio di “rimanere a casa” vale non solo per i soggetti anziani e/o con patologie ma rimane valido anche per le persone che non si sentono a rischio. Da un lato, e lo stiamo vedendo in Italia, perché tra i malati vi sono anche trentenni e quarantenni; dall’altro perché si metterebbero a rischio i nostri nonni e genitori o chi sta combattendo contro una patologia ed ha il sistema immunitario talmente compromesso da non sopravvivere al COVID-19. Inoltre potrebbe succedere di non poter curare, per assenza di posti letto, una semplice appendicite che potrebbe provocare anche la morte di un giovane. Lo sforzo dunque di sospendere per un po’ di tempo la nostra vita sociale ne varrebbe ampiamente la pena. Non vorrei più vedere giovani che fanno “Corona Party” vicino a casa mia o anziani incuranti del pericolo che continuano nella loro routine. Il campanello d’allarme per i primi è l’sms con cui sono stati invitati a far parte degli 8.000 militari dispiegati per il rispetto delle decisioni del Consiglio Federale; per i secondi è la certezza che la morte per COVID-19 è una morte “in solitudine” e moto dolorosa. Lasciamo il dovere di uscire agli operatori sanitari e a quei lavoratori il cui apporto è fondamentale, penso a chi si occupa di circolazione, di trasporto, di manutenzione dei servizi pubblici; in tal senso il rispetto dell’isolamento è necessario per poter continuare a fare il nostro lavoro. Di certo questo tempo può essere utile per reimparare cose dimenticate come leggere insieme, stare più tempo in famiglia e insegnare ai bambini che c’è altro oltre ai videogiochi.

 

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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