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Politica italiana

Per un’Europa politica e vicina ai cittadini

È ancora di moda parlare di integrazione europea? E di un’Europa dove valgono la passione e le scelte politiche, anche tra le istituzioni? Mentre la presidente eletta della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, svela i portafogli assegnati ai commissari (nominando, tra l’altro, l’ex premier italiano Paolo Gentiloni quale Commissario agli Affari Economici e Monetari), non può che tornare alla mente l’articolo apparso qualche giorno prima su The Economist. Il titolo “No placement for a technocrat” (che potremmo tradurre, un po’ liberamente, “fuori i tecnocrati”) suona premonitore delle parole di Ursula von der Leyen (lei che, ricordiamolo, non fu la prima scelta indicata a guidare la Commissione europea): “Sarà una commissione diversificata come l’Europa e forte come l’Europa”. In altre parole: un’Europa (e una Commissione) politica.

Fin da subito Ursula von der Leyen ha cercato di dare la ‘propria’ impronta alla Commissione: nel chiedere un maggior numero di quote rosa, nell’assegnare ai vice-presidenti maggior potere decisionale, nel porre, tra le questioni non ulteriormente posticipabili il “green new deal”, il salario minimo e un serio dibattito sulle norme etiche legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ad esempio. L’ex Ministro della Difesa tedesca si è anche già espressa a favore della necessità di discutere politiche migratorie e redistribuzione di migranti tra stati membri. Insomma, la squadra di Ursula von der Leyen è certamente politica perché abbraccia temi che, nel momento in cui si sceglie di affrontarli, rendono inevitabile una chiara, precisa, presa di posizione. Per il dispiacere di tanti sovranisti populisti, i quali se già a febbraio scorso avevano lanciato un monito contro una Commissione troppo politica (e dunque, per definizione, di parte), in questi giorni non fanno che paventare, con Ursula von der Leyen nuovo Presidente della Commissione e l’assegnazione dei commissari, lo spauracchio del tradimento della democrazia europea.

Queste critiche enfatizzano, sostanzialmente, il deficit democratico dell’Unione Europea e non sono certo nuove, se è vero che se ne parla almeno dagli anni Novanta! Il punto nodale è la scarsa rilevanza dei cittadini europei nella politica dell’UE, con le elezioni al Parlamento europeo in gran parte combattute all’ombra della politica nazionale e l’ingerenza europea nelle politiche nazionali. Che il consenso permissivo sia scomparso subito dopo la ratifica del Trattato sull’Unione Europea a Maastricht nel 1992, o sia invece diminuito costantemente nel tempo, è evidente che assistiamo oggi ad una diffusa disaffezione dei cittadini nei confronti dell’Unione – ed un ulteriore deterioramento della legittimità europea. Per i sostenitori del deficit democratico (siano essi sovranisti o non), le preferenze dei cittadini dei singoli Stati Membri svolgono un ruolo del tutto trascurabile nelle istituzioni dell’Ue, in stridente contrasto con il concetto stesso di governance democratica (che si tratti dell’Ue come di qualsiasi altro paese).

Non è più di moda, oggi, la posizione di quanti ancora legano la legittimità dell’Ue all’identificazione dei cittadini con il “noi europei”. Messa da parte ogni ambizione a costruire un’identità comune europea, rimane comunque molto sentita la problematica della distanza tra “gli Europei” e l’Europa con la sua burocrazia.

Un modo per avvicinare l’apparato istituzionale e “noi” è – lo si è scritto – quello di aumentare le opportunità per i cittadini di esprimere le proprie preferenze sull’Europa nel Parlamento Europeo, che dovrebbe favorire alleanze post-nazionali (anche se, inutile nasconderlo, non è affatto semplice!).

Un altro modo è quello di politicizzare l’Ue, ovvero di portare l’Unione Europea nei dibattiti pubblici, all’attenzione dei media e, soprattutto, della società civile. In tal senso, una Commissione che non sia “semplicemente neutrale” può rafforzare la capacità di reazione pubblica. Può cioè rafforzare il legame tra i cittadini e le politiche dell’UE in virtù del fatto che le grandi questioni e scelte comunitarie sono amplificate e discusse nei mezzi di comunicazione di massa e nei dibattiti della società civile, permettendo ai cittadini europei di informarsi più facilmente ed esprimere opinioni informate. Brexit docet!

La prospettata politicizzazione della Commissione europea, dunque, può risultare benefica per la discussione tra i cittadini europei e, in ultima analisi, giovare allo sviluppo dell’Ue in un sistema politico reattivo e democraticamente maturo. È vero, la politicizzazione dell’Ue potrebbe far deragliare l’integrazione più profonda e provocare una situazione di stallo politico, senza che alcuna decisione venga presa. Ma non è forse un rischio che vale la pena di correre?

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Interessata all’interculturalità e alle politiche sociali, ha studiato Filosofia e Scienze Politiche Comparate. In Svizzera è stata docente all’università di San Gallo e assistente di ... Vedi profilo completo

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