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Perché è fondamentale l’esperienza empatica

Nello scorso numero del Corriere degli Italiani, ci interrogavamo sulle emergenti disuguaglianze acuite dalla pandemia di coronavirus. Soprattutto riflettevo su una domanda: finita l’emergenza, quando non ci sentiamo più costretti a essere “buoni”, si corre il rischio che la solidarietà mostra in queste settimane si atrofizzi? Lo abbiamo chiesto a Laura Boella, Professoressa ordinaria di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Milano.

L’esperienza della pandemia lascerà un segno? Probabilmente, a livello individuale, sì. Difficile scordare le settimane di lockdown, paura, solitudine, depressione, rabbia e altro ancora. Ma a livello collettivo? Ci ricorderemo delle disuguaglianze sociali che queste settimane hanno acutizzato? Della solitudine degli anziani, dello smarrimento dei bambini? E poi delle persone che forse nemmeno conosciamo, ma sappiamo, dai media e da Internet, aver perso il lavoro? Ci ricorderemo di chi a lavorare c’è dovuto andare, senza poter beneficiare dello smartwork, dei genitori confrontati con la stressante situazione di conciliare lavoro e famiglia, del personale medico in prima linea, dei senza-tetto lasciati soli e dei giovani impiegati nella gig economy?

Le settimane passate ci hanno mostrato il grado d’interconnessione che lega il mondo e diverse parti di esso. La veloce diffusione del virus non è stata fermata da nessuna frontiera, viaggiando dalla Cina all’Europa, dalla Cina all’America, dall’Europa all’America, all’Africa, e così via. Al contempo, abbiamo anche visto che l’essere esposti a un comune ‘nemico’ non significa affrontarlo con le stesse armi e subirne, uniformemente, le sofferenze impartite.

A fine febbraio l’Italia si è dovuta fermare – e poco dopo altri numerosi Paesi – di fronte a un virus ‘globale’, che ora sembra fosse in circolo in Cina addirittura dall’agosto del 2019 e che ci ricorda, con forza, la drammaticità dell’impatto umano sulla Natura. Numerose sono state le donazioni individuali a enti ospedalieri e le iniziative di solidarietà per i più poveri e le persone duramente colpite. Ci si è aiutati gli uni con gli altri. Persino dai balconi. Si è agito per ‘il bene collettivo’. Ma finita l’emergenza, quando non ci sentiamo più costretti a essere “buoni”, si corre il rischio che questa solidarietà si atrofizzi?

La relazione con l’alterità richiede impegno. La solidarietà necessita di empatia.

“Il coronavirus – sottolinea Laura Boella, Professoressa ordinaria di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Milano – ci porta a riflettere sulla condizione umana in un mondo globale, interconnesso e iper-connesso. Ma proprio questa interconnessione globale, che ci unisce – tramite il web, ad esempio – a persone che non conosciamo e sono ‘altre’ da noi per quanto riguarda costumi, usi, religioni, lingua e tradizioni, può rendere difficile la solidarietà a lunga durata. Vedere scene di ospedali pieni di malati, e poi leggere il numero dei defunti vicini a noi, ci ha spinto a donare e a riscoprire l’altruismo. L’attenuarsi del virus porta con sé il rischio di offuscare la nostra percezione delle disuguaglianze e dunque la nostra solidarietà con l’altro e, più in generale, con quell’alterità che abbraccia tutta la sfera della Natura. Non bisogna cadere nell’errore di credere che sia scontato entrare in relazione con l’altro perché si è creata una situazione d’interdipendenza e emergenza. La relazione con l’alterità richiede impegno; essa non è data ‘a priori’ e, allo stesso tempo, non si esaurisce nella semplice vicinanza fisica.”

La malattia e le disuguaglianze conseguenti al coronavirus hanno colpito ‘noi’ e ‘i nostri’ cari, ma anche ‘loro’ e ‘i loro cari’, quelli lontani, separati da noi da distanze geografiche e dei quali non conosciamo la cultura e la lingua, la cultura, la Weltanschauung, ovvero visione del mondo. Alla luce dell’interdipendenza del mondo e di fronte alle conseguenze catastrofiche delle nostre e delle loro azioni ‘per tutti’ – siano esse manifeste nella diffusione di un virus come il COVID-19 oppure nella deforestazione e nei cambiamenti climatici – cogliamo il nostro essere nel mondo che è un essere-con-gli altri, i quali sono gettati in questo mondo come noi pur rimanendo presenze distinte da noi. E così diventa imperativo porci la domanda di come poter accogliere nel nostro universo gli altri ed essere solidali con loro.

“Lo possiamo fare avviando uno scambio intersoggettivo empatico. Essere solidali con gli altri – spiega Laura Boella – non significa trovarli simpatici, ovvero condividere con loro delle emozioni, e nello specifico le loro emozioni. La solidarietà che è richiesta da un mondo interconnesso necessita di empatia, che significa volontà di ‘mettersi nei panni degli altri’ ed esplorare il mondo dell’altro con lo sguardo dell’altro. La condizione presente, nella quale siamo spinti a cambiare marciapiede se incontriamo uno sconosciuto per strada per paura del contagio COVID, produce indifferenza piuttosto che il riconoscimento dell’alterità. Eppure l’empatia si può praticare e coltivare, perché è una questione anche neuronale.”

Il momento cognitivo dell’empatia è una risorsa decisiva oggi e in futuro per gestire i problemi del mondo che toccano tutti.

Gli studi nel campo delle Neuroscienze hanno portato a una differenziazione tra l’esperienza empatica che passa attraverso il neuroni-specchio, attivati nella forma di risonanza affettiva (affective sharing), e l’esperienza empatica che riguarda le aree cognitive legate all’immaginazione. In inglese, si chiama perspective taking, ovvero l’adottare la prospettiva altrui. Benché le due dimensioni empatiche normalmente funzionino insieme, è possibile che in alcuni casi si dia l’una ma non l’altra. Pensiamo al caso in cui chi ha avuto la fortuna di conservare il proprio lavoro si sente spinto a guardare il mondo dal punto di vista di chi non ha i mezzi sufficienti per il proprio sostentamento o quello della propria famiglia. In questo caso, lavora l’immaginazione stimolata dal coinvolgimento e l’interesse per la situazione altrui, anche se ci si trova in una situazione differente. “Questo è il momento cognitivo dell’empatia, nel quale si riconosce l’esistenza dell’altro come ‘altro’, che abita il mondo insieme a me, ma lo vive in maniera diversa. Si tratta di una risorsa decisiva oggi e in futuro per gestire i problemi del mondo che toccano tutti, pur con gradi e modalità differenti. In questo senso, il passaggio dall’io all’interdipendenza è un passaggio reale e necessario per sottrarre alla casualità i molteplici modi in cui viviamo le relazioni e le responsabilità nel mondo” – afferma Laura Boella.

Questa prospettiva che mette in rilievo un’idea di empatia come riconoscimento dell’altro, “scoperta dell’altro” che sta al centro di ogni esperienza, induce una riflessione sul ruolo della scuola e delle istituzioni.

“L’educazione all’empatia è oggi un grande tema di ricerca – ricorda Laura Boella – e negli Stati Uniti, ad esempio, sono in corso esperimenti che hanno l’obiettivo di tradurre in azione il mettersi nei panni dell’altro (che in inglese si dice in his shoes). Sono state anche create macchine dell’empatia, dispositivi che consentono di immergersi virtualmente nelle esperienze dell’altro. Tuttavia questi studi non hanno dato risultati soddisfacenti. A mio avviso una modalità che tutti possono provare per esercitare l’empatia passa attraverso l’educazione letteraria. Nella lettura di storie, si attiva l’immaginazione e attraverso il racconto l’altro entra in noi.”

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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