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Perché non ci dimenticheremo mai di Lady D

Secondo Variety alla Mostra del Cinema di Venezia 2021 verrà presentato in anteprima mondiale ‘Spencer’, il film su Lady Diana, che sarà nelle sale nel 2022, in occasione del 25° anniversario della scomparsa della principessa del Galles. Una figura che resta indelebile nei cuori e nella mente

Di Cristina Penco

A sessant’anni dalla nascita della Spencer (il 1° luglio), e a quaranta dal suo infelice matrimonio con Carlo (il 29 luglio), la figura di Lady D. è più che mai attuale. Non solo alla luce degli ultimi scandali e delle tensioni in seno alla Royal Family, ma anche per quanto riguarda l’immaginario collettivo, al di là dei portoni dorati di Buckingham Palace. In tante – in particolare chi ha vissuto gli anni Ottanta e Novanta – si sono identificate in lei, o comunque l’hanno sentita vicina, affine. E non perché fosse un’eroina e martire “nuda e pura” – ruolo che le è stato cucito addosso per molto tempo da una rilettura romantica, monocorde e parziale, complice la sua drammatica e improvvisa scomparsa a soli 36 anni – ma principalmente per le sue sfumature cangianti in grado di attirare, confondere, incantare. Una principessa, più volti e numerose anime, in privato e in pubblico. La bambina di cinque anni che ebbe uno shock per l’abbandono della madre e che restò ad aspettare il genitore per lungo tempo alla finestra, memore della promessa – “Tornerò da te” – che le era stata fatta e che poi fu disattesa. L’adolescente amante della danza, scatenata, colorata e scoppiettante come la musica pop da lei ascoltata, già tipica degli Eighties. La giovane innamorata che non aveva dubbi sui suoi sentimenti verso il promesso sposo – ma che, prima di tutto, forse, era innamorata dell’amore – e che esternò il suo spontaneo entusiasmo alla stampa, mentre il fidanzato principe riuscì solo a bofonchiare che sì, certamente, anche lui la amava, «qualunque cosa significhi amore». La moglie tradita, che per prima cosa cercò conforto e sostegno nella suocera. Invano.

All’inizio la sovrana d’Inghilterra accolse favorevolmente Diana a Palazzo, tirando pure un sospiro di sollievo, dal momento che lei si presentava come la vittima sacrificale per eccellenza – “vergine, aristocratica, protestante, anglosassone e bianca”, ricorda il biografo Andrew Morton – adatta a porre fine alla vita da scapolo impenitente dell’erede al trono e ad assicurargli la dovuta progenie. Poi, però, successivamente, davanti alle lacrime e alle lamentele della nuora, l’avrebbe liquidata in fretta e con gelido distacco. Nell’ultima parte della sua esistenza, Diana incarnò anche un modello di emancipazione e rivalsa di notevole impatto. Di empowerment, direbbero oggi i guru del personal branding. Altro che la diciannovenne impacciata, ancora acerba e poco colta, come si era presentata all’inizio ai Windsor. A un certo punto, nel bel mezzo delle sue sofferte nozze da incubo, più che da fiaba, la principessa catalizzò l’attenzione mediatica – con grande disappunto dell’allora consorte, abituato a essere l’unico al centro dei riflettori – e si trasformò in un’applaudita e acclamata icona di eleganza e glamour, perfetta cover girl al pari delle celebrities, molte delle quali strinsero rapporti di amicizia con lei (Elton John, Michael Jackson, Gianni Versace, John Travolta, Naomi Campbell, solo per citarne alcuni).

Si fece apprezzare anche come attivista umanitaria al fianco di Madre Teresa di Calcutta per aiutare gli umili e i bisognosi, pronta a stringere le mani e abbracciare i malati di Aids abbattendo i pregiudizi e sensibilizzando l’opinione pubblica, come fece con la campagna contro le mine antiuomo. Diana fu anche la donna che inaugurò il revenge dress come segnale di riscatto da tradimenti e delusioni sentimentali. A fine giugno 1994 Carlo, in mondovisione, dichiarò di essere stato infedele alla ex moglie. La Spencer, per tutta risposta, si presentò a un evento mondano come il garden party presso la Serpentine Gallery di Londra con un vestito nero (colore bandito dal protocollo reale per occasioni istituzionali, eccezion fatta per le cerimonie funebri), molto corto e con ampio scollo a barca, ma soprattutto a testa alta e schiena dritta, fiera del proprio stile e consapevole del proprio sex appeal. Il messaggio era chiaro e diretto e suonava come un’esortazione per tante: fregatene di quello che possono dire di te persone che non hanno allungato un dito nei momenti della tua massima disperazione – anzi, te lo hanno puntato contro, provando ad affossarti, senza riuscirci – e sii libera di ricercare la tua personale felicità al di là di tutto e tutti.

Quando, l’anno seguente, nel 1995, Diana si fece intervistare nella trasmissione Panorama della Bbc e lavò pubblicamente i panni sporchi della Royal Family, si gridò allo scandalo. Oggi ci si indigna tanto per l’intervista bomba rilasciata da Harry e Meghan a Oprah Winfrey, ma non si dimentichi un simile precedente. Da recenti indagini, fortemente volute dal principe William e da Charles Spencer, fratello di Diana, è emerso che all’epoca la principessa fu raggirata – con false prove e documenti sottoposti alla sua attenzione – da chi organizzò la registrazione, proprio per fomentare la rabbia e la brama di vendetta di Lady D. e istigarla, infine, a rilasciare dichiarazioni al vetriolo sull’ex consorte. In ogni modo, quel giorno il dado era stato tratto. Seduta su una sedia, con strati di kajal che enfatizzavano ancor di più il suo sguardo triste e sofferente, carico di pianto, Diana si mostrò non tanto come la madre dell’erede al trono britannico, quanto come una donna simile a molte, tormentata e affranta, umiliata da un «matrimonio un po’ affollato» in cui erano in tre – lei, Carlo e Camilla –, non accettata dalla famiglia del marito, che l’aveva persino colpevolizzata imputandole sofferenze intime come la bulimia, i tentativi di suicidio e le sue storie clandestine (come quella con il maggiore James Hewitt).

Non viene sottolineato mai abbastanza, ma sempre in quell’occasione, la Spencer sfoderò l’artiglieria pesante soprattutto quando commentò, con nonchalance: «Non credo che Carlo diventerà mai re». La principessa, cioè, stava mettendo in discussione pubblicamente l’idoneità del suo ex marito in quanto futuro successore di Elisabetta II. Qualcosa che suonava come un vero tradimento alla Corona, fanno notare ancora oggi diversi storici ed esperti reali. All’epoca non c’erano i social, cassa di risonanza e insieme tritacarne, come sa bene la Meghan dei nostri giorni. Ma la vicenda di Diana, in primis, ci ha ricordato che spesso la realtà è molto più complessa di quanto sembri – figuriamoci quando di mezzo c’è una delle più antiche e tradizionaliste monarchie europee –, che un giudizio categorico sarebbe riduttivo, che nelle relazioni le responsabilità sono condivise e che anche la Spencer, in fondo, aveva fatto la sua parte all’interno di un matrimonio in cui, fondamentalmente, erano in due a essere infelici e insoddisfatti. La nostra ci ha fatto vedere ante litteram quanto l’atteggiamento vittimistico, davanti a una telecamera e a un microfono, possa diventare un efficace strumento manipolativo e persuasivo. Diana rivendicava pure il diritto di una donna – di una persona – a essere amata in via esclusiva, per quello che era. Un sogno infranto, che rincorse senza sosta anche dopo la separazione da Carlo, nel 1992, e dopo il divorzio, nel 1996. Inseguì quella chimera con il cardiochirurgo di origine pakistana, Hasnat Khan, identificato da molti dei suoi amici più cari come “l’amore della sua vita”, per quasi due anni, e poi con l’ultimo fidanzato Dodi Al-Fayed, figlio del magnate Mohamed Al-Fayed, che morì con lei in seguito all’incidente nel tunnel parigino de L’Alma nell’agosto 1997.

Il 1° luglio di quest’anno, nei giardini di Kensington Palace, a Londra, i figli di Carlo e Diana, William e Harry, hanno inaugurato una statua dedicata alla madre, nel giorno in cui lei avrebbe compiuto sessant’anni. Entrambi stanno portando avanti l’eredità spirituale della “principessa del popolo”, ognuno a suo modo. Se il primogenito, fervente ambientalista, sta cercando di non farsi mettere i piedi in testa da chi cerca di minare l’armonia e gli equilibri della famiglia (nel suo caso un tutt’uno con quelli della dinastia regnante inglese), il secondo continua a confermare la sua indole ribelle e trasgressiva ed è da sempre votato all’impegno umanitario, dagli Invictus Games alle recenti iniziative a favore delle minoranze e per tutelare la salute mentale sotto l’egida della fondazione Archewell. Sarà la memoria della madre a ricongiungere William e Harry, un tempo inseparabili e ora così distanti. Ma per un attimo, proprio nel nome di Diana, le loro incomprensioni saranno messe da parte. «Un raggio di sole in un mondo grigio», l’ha definita, tempo fa, il duca di Cambridge. «Una candela al vento», cantava Elton John nel suo ultimo saluto all’amica principessa. La magia di Lady D. resta quella: essere stata un bagliore di luce, incerto e persistente allo stesso tempo, pieno di sfaccettature, spentosi troppo presto. Ma destinato a rimanere indimenticabile. 

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