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Cultura

Piccoli italiani a scuola nella Svizzera degli anni Sessanta e Settanta

di Paolo Barcella, professore di Storia contemporanea e Storia dell’America del Nord presso l’Università di Bergamo

Nel giugno del 1984, il quattordicenne Matteo si trovava tra i banchi di una scuola per italiani in Svizzera, alle prese con la prova scritta. Nella traccia, che si presupponeva di fantasia, l’insegnante chiedeva di raccontare l’incontro con un extraterreste. Matteo decise di scrivere così: “Per me un extraterrestre è uno svizzero. Che incontro tutti i giorni a scuola e per strada. Io sono uno Straniero. Venuto da un altro mondo. Che è molto diverso da questo. Con idee contrarie a loro. Comunicare con lui è molto difficile. Perché non hanno il senso della ragione. Ho frequentato la loro scuola. Una cosa che mi ha molto colpito. Un rapporto non lo puoi costruire con loro, gli Svizzeri. Perché sono contrari alle idee dell’italiano. Sono volubili come il tempo”. Questa testimonianza ci riporta a una interessante pagina della storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, ovvero quella che riguarda la presenza dei bambini italiani nelle scuole elvetiche.

Fino all’inizio degli anni Cinquanta, le limitazioni imposte ai ricongiungimenti familiari impedirono al fenomeno di assumere dimensione massiccia: infatti, i figli delle lavoratrici e dei lavoratori italiani rimanevano spesso con i nonni in Italia oppure, quando erano in età prescolare, venivano talvolta affidati alla rete delle scuole italiane per l’infanzia, organizzata in senso alle Missioni Cattoliche. I pochi che raggiungevano l’età scolare in Svizzera erano assorbiti senza grandissime difficoltà dal sistema scolastico locale anche se, spesso, ciò creava malumori e preoccupazioni nei genitori. Quei bambini, infatti, si scolarizzavano in una lingua diversa da quella dei genitori, mentre il francese e il tedesco venivano appresi rapidamente, grazie ai rapporti limitati ai soli compagni autoctoni.

Si è avviato un processo di “elvetizzazione”, non sempre gradito e disfunzionale nell’ottica di un rientro in Italia.

Con gli accordi bilaterali del 1964, i ricongiungimenti familiari vennero facilitati e il numero dei bambini italiani nelle scuole elvetiche aumentò, rendendoli un rilevante problema politico. I piccoli italiani non erano più casi isolati, ma una minoranza interna alle classi: facevano spesso gruppo tra loro, soprattutto quando erano giunti in Svizzera senza conoscere una parola di francese o tedesco, e dopo avere frequentato i primi anni di scuola in Italia. A causa del ritardo linguistico e, in molti casi, dello svantaggio socio-economico, capitava spesso che non raggiungessero buoni risultati e i fallimenti scolastici erano numerosi.

I razzisti e i conservatori locali spiegavano quegli insuccessi sostenendo che gli italiani fossero più stupidi per natura, mentre il mondo dell’associazionismo migrante sviluppò un intenso dibattito per capire come affrontare il problema. Le posizioni erano molteplici e in contrasto tra loro: il mondo cattolico tendeva a chiedere più scuole private gestite dalle Missioni e concepite come un “ponte” verso la società locale; nel circuito delle Colonie Libere, invece, si preferiva l’inserimento dei piccoli italiani nelle scuole pubbliche elvetiche, chiedendo però l’attivazione di strumenti a sostegno dei casi svantaggiati, oltre che la creazione di corsi integrativi di lingua e cultura italiana. Sicuro è che, per un ventennio almeno, la scuola fu per molti italiani anche un luogo di scontro e di sofferenza. Una cosa varrebbe la pena apprendere da questa storia: il dibattito sulla scolarizzazione dei piccoli italiani merita di essere riscoperto perché, al di là delle abusate e decontestualizzanti retoriche sui migranti di ieri e di oggi, ci fornisce tante chiavi utili per interpretare problemi e conflitti, del tutto analoghi, che viviamo nel presente.

 

Per approfondire il tema: Paolo Barcella, Migranti in classe. Gli italiani in Svizzera tra scuola e formazione professionale, Ombre Corte, Verona, 2014.

 

 

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