Populismo e la responsabilità dei partiti tradizionali? | Corriere dell'Italianità

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Populismo e la responsabilità dei partiti tradizionali?

Quando il populismo appare nei media, cosa che fa sempre più spesso oggi, viene tipicamente presentato senza spiegazioni, come se tutti potessero già definirlo. E tutti possono, in un certo senso – per lo meno citando gli sviluppi stessi che il populismo dovrebbe spiegare: Brexit, Trump, Viktor Orbán. Il termine populismo è sempre più abusato per riferirsi a disparate manifestazioni di rabbia politica. Peggio ancora, è carico di disprezzo.

 

Professor Albertazzi, a fronte dei vari modi in cui il termine viene usato è possibile dare un senso al paesaggio populista cercandone una definizione che contenga tutte le sfaccettature del fenomeno?

Il termine ‘populismo’ è una parola della quale si fa un uso semplificato nei media e nella società, in particolare per indicare partiti o leader che fanno appello ai sentimenti e con i quali non siamo d’accordo. In realtà, è importante sottolineare che la politica si fa sempre con i sentimenti e non per questo si debba essere populisti! Infatti, tra coloro che studiano il fenomeno del populismo, esiste oggi una definizione condivisa e precisa della visione populista. I populisti sono coloro che asseriscono l’esistenza di un distacco tra le élite (politiche, finanziarie, e perfino dei mass media) e le persone normali, il popolo. La critica mossa alle élite è di sostanza e riguarda il disinteresse per i problemi delle persone a favore della salvaguardia della propria agenda e dei propri privilegi. Quindi c’è nel populismo un forte elemento di anti-establishment. Oltre a ciò, i populisti affermano che il popolo sia unito e omogeneo, nonché vera sede di tutti i valori morali. Da questa concezione ‘popolo contro élite’ ne deriva l’avversione dei populisti per la democrazia liberale la cui divisione dei poteri e i cui meccanismi istituzionali, che possono essere lenti, per quanto necessari al funzionamento democratico, sono visti e presentati come ‘trucchi’ per evitare che il popolo possa vedere realizzato quello che desidera. Questo si vede nel Regno Unito nei discorsi a favore della Brexit, dove non si perde occasione per sottolineare come ogni discussione che avvenga in parlamento, o l’intervento del sistema giudiziario e della corte costituzionale, siano fondamentalmente determinati dalla volontà di bloccare l’implementazione delle volontà popolare espressa tramite il referendum del 2016.

Dunque il populismo nella sua critica della democrazia liberale e ponendo l’accento sulla questione di cosa significhi veramente per i cittadini essere sovrani si pone in modo trasversale rispetto ai partiti tradizionali che si collocano sull’asse destra-sinistra?

Il populismo in sé può essere sia di destra che di sinistra (pensiamo a Podemos e a certi partiti dell’America del Sud), e anche non collocarsi affatto sull’asse tradizionale, pensiamo al caso del Movimento 5Stelle in Italia. Detto questo, è comunque vero che ogni movimento populista abbraccia tematiche che possono essere care o alla destra o alla sinistra. Il populismo, detto diversamente, non si presenta mai “da solo”. Pensiamo al populismo di sinistra radicale, la sua posizione anti-casta finanziaria e il sospetto per le istituzioni europee; e, di contro, il populismo di destra radicale, presente in molti paesi europei, che sentenzia contro le élite, ma anche gli immigrati.

In Europa, c’è un sempre maggior numero di partiti populisti nei parlamenti e in ruoli di governo. Come si può spiegare il fatto che il populismo, per natura contro le élite, faccia poi parte del sistema politico? Non è un paradosso che il populismo stia diventando ‘normalità’ nello spazio istituzionale politico delle nostre democrazie?

Non credo si debba parlare di paradosso, e il trend, ovvero l’ingresso del populismo nei banchi di governo, inizia da lontano. Già in “Populists in Power”, che ho pubblicato 4 anni fa, evidenziavamo che i populisti non fossero outsider parties ma partiti di e al governo. Guardiamoci attorno, succede in Italia, Austria, Finlandia, Regno Unito (per lo meno se uno accetta che i Conservatori abbiano abbracciato le posizioni dello Ukip), e tanti altri paesi.

Se guardiamo i leader populisti, vediamo che sono figure molto diverse tra loro. Alcuni hanno studiato in prestigiose scuole (penso a Nigel Farage), altri non ne hanno avuto modo (ad esempio Salvini). Poi Trump e Berlusconi (se lo riteniamo populista) sono miliardari… Come dare un senso a questi ritratti individuali così eterogenei?

Credo ci si debba concentrare sui discorsi dei leader populisti, capaci di rendere del tutto, o quasi, ininfluente – per l’elettore –  quella che è la loro provenienza sociale. In quello che questi leader dicono domina in modo preponderante la narrativa del sacrificio, per cui i leader si presentano come coloro che, per spirito di amore verso la propria gente, il proprio popolo, si mettono a fare politica malvolentieri. Berlusconi con la sua metafora calcista dello ‘scendere in campo’, le frasi usate da Trump e Farage: il comune denominatore è il senso di sacrificio per il proprio paese. Avrebbero preferito fare altro, ma la situazione di crisi li ha “costretti” a mettersi in gioco.

In Ungheria e in Brasile il nazionalismo è aggressivo e il populismo se ne nutre. Ma guardiamo anche ad altri paesi dove ha a lungo prevalso una destra più moderata, come quella di Cameron, Merkel e Sarkozy: qual è stato l’impatto di queste figure moderate di centro-destra nella normalizzazione del discorso populista?

Partiamo da una riflessione, che riguarda il panorama politico in Europa (lasciando da parte la Svizzera per la specifica forma democratica) e la proliferazione di governi di coalizione, anche con i populisti, appunto. Questo va legato all’evidente frammentazione dell’elettorato, per cui va sparendo l’identificazione con il partito sulla base dell’appartenenza di classe e/o territoriale – il caso della recente elezione regionale in Umbria è esemplificativo del fenomeno. A ciò si aggiunga il diffondersi di una politica fatta di slogan, più che programmi, che facilita minor lealtà e più volatilità elettorale. Ne consegue che la destra (e la sinistra) tradizionalmente intese non hanno più i numeri per governare. Dunque ci troviamo di fronte a vari esperimenti di governi di coalizione tra i partiti tradizionali e i populisti, che riescono bene, o meglio, nella ‘raccolta’ dei voti. Ci sono più populisti di destra per cui abbiamo la percezione che sia la destra a piegarsi al populismo ma basti pensare al PD e all’alleanza con i 5S per vedere che non è sempre e unicamente la destra a portare i populisti al governo.

Detto questo, è anche vero che alcuni partiti tradizionali di destra – ma non solo – hanno anche cercato di imitare le parole d’ordine del populismo. Da Kurz, a Sarkozy, fino ad arrivare a Theresa May, si è cercato di sottrarre la narrativa ai populisti, arrivando a normalizzare certi temi in modi che in passato non sarebbero stati concepibili.

Guardiamo al caso italiano. Chi sono i populisti oggi, nello spazio politico? 

Ce ne sono tanti! L’Italia è un paradiso populista, come ha detto Marco Tarchi: dall’Uomo Qualunque dopo la guerra, passando per Berlusconi, fino a Salvini, i 5Stelle, Fratelli d’Italia… Tanti hanno caratteri populisti. Per quanto concerne il fenomeno del populismo, l’Italia arriva con anni di anticipo rispetto ad altri paesi. Il populismo italiano non nasce ovviamente dal nulla e le problematiche cavalcate dai populisti in Italia sono problematiche reali: il distacco tra le élite corrotte e i cittadini, una immigrazione mai gestita, l’ (in)comprensione su come funziona l’Ue, il divario nord-sud, la cui risoluzione è stata altamente disattesa dai politici. Altro discorso è se siano condivisibili le soluzioni proposte alle problematiche.

Qual è l’alternativa alla narrativa populista? La tecnocrazia? Anche di governi tecnici, l’Italia ne ha avuti parecchio…

Il discorso, molto contemporaneo e facilitato dall’emergere di economie neoliberali, è quello secondo il quale il potere vada tolto ai politici, che sono inaffidabili, per essere dato ai tecnici. Ma sono le scelte dei tecnici davvero apolitiche? Nel momento in cui si sceglie di investire in un settore o si prendono decisioni a favore di certe classi o generazioni (i giovani piuttosto che i pensionati), si va a compiere una scelta politica. Per cui a mio avviso non ci sono scelte tecniche o politiche, le scelte sono per definizione politiche. Direi che la tecnocrazia prevede un’ “ideologia della competenza” che però non ha nulla da dire (per forza di cose) sul tema della legittimità di chi stia al governo –al problema non si offre una risposta. Pensiamo all’Ue e alla Commissione Europea, sempre più politica, ma che come tale non si presenta, pagando il prezzo non solo del non essere capita dagli europei ma anche dell’essere percepita come profondamente lontana dal popolo.

 


Daniele Albertazzi è Reader in Politics presso il Department of Politics and International Studies della Università di Birmingham (UK). Dirige il progetto di ricerca: “The Survival of the Mass Party: Evaluating Activism and Participation Among Populist Radical Right Parties in Europe”. Tra i suoi libri (assieme a Duncan McDonnell) vi sono Twenty-First Century Populism: The Spectre of Western European Democracy (Palgrave, 2007) e Populists in Power (Routledge, 2015).

 

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Interessata all’interculturalità e alle politiche sociali, ha studiato Filosofia e Scienze Politiche Comparate. In Svizzera è stata docente all’università di San Gallo e assistente di ... Vedi profilo completo

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