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Prima che sia notte

Prima che sia notte di Silvia Vecchini, appena uscito per Bompiani nella collana Ragazzi narrativa, è una storia che parla attraverso i sensi, capace di risuonare poetica e delicata anche nelle emozioni più forti, quando le difficoltà si fanno impervie e si deve affrontare la privazione. Carlo ed Emma sono fratelli, Carlo non sente e non vede da un occhio ma, nonostante questo, è di temperamento allegro e tenace. Emma è profondamente legata al fratello e quando si presenta il rischio che la vista di Carlo peggiori ulteriormente relegandolo nel buio lei non si sottrae, non si chiude, non fugge. Affronta la paura con la formula intensa della speranza, con i sorrisi, l’affetto e l’energia dei legami familiari. Una storia, quella di Carlo ed Emma che, come ci racconta nelle ultime pagine del libro la stessa autrice, attinge da quella di due bambini veri che “hanno attraversato il mare tante volte per poter stare bene, meglio”.

“Il mare è tutta luce” è l’incipit di una storia luminosa nonostante l’oscurità che incombe.

Veri fratelli con una vita vera e questa realtà nutre le pagine, le emozioni, le soluzioni rendendole autentiche. Pagine bianche, pagine nere e poi ancora bianche. Pagine in prosa, altre in poesia, altre che riportano una lettera dell’alfabeto LIS (Lingua dei Segni Italiana) illustrate da Sualzo: tra queste L come lingua ma anche A come amico, P come preghiere e N come notte. Quella di Silvia Vecchini è una storia che sì, parla di notte, ma la notte è pur sempre un intervallo di tempo tra il tramontare e il sorgere del sole.

Silvia Vecchini, amore, coraggio, dolore, paura mi sembrano elementi importanti di questo libro: come li hai dosati per riuscire a costruire una storia intensa, drammatica ma così delicata?

Credo di averli assimilati dai racconti di chi è stato la prima scintilla della storia. Ma quando sono andata a scrivere ho dovuto provare tante volte prima di trovare una strada. Poi mi è venuta in soccorso la poesia. Amo la brevità e la leggerezza, ma non volevo tradire la storia nella sua intensità e durezza. Scrivere per ragazzi mi chiede questa onestà e verità. Scrivere in versi questa storia è stato come applicarsi in un lungo esercizio di stone balance.

Hai dedicato un capitolo alla M di maestro: quando bisogno ne abbiamo? E quanto bisogno ancora abbiamo di un mondo capace di occuparsi e preoccuparsi della disabilità?

Moltissimo. Basta pensare a quello che sta succedendo in questi mesi con la didattica a distanza. I bambini, i ragazzi, desiderano tornare a scuola. Per rivedersi, certo. Ma anche per ritrovare tra tanti, il proprio maestro. Tutti ne abbiamo avuto e ne ricordiamo almeno uno. Qualcuno che ci ha visto, ha visto in noi qualcosa che nemmeno noi eravamo in grado di vedere. E ha fatto leva su quello per aprirci una strada, piccola o grande, verso il mondo.

E per quanto riguarda la disabilità, mi viene da dire che il modo in cui la scuola (in generale e in particolare) si mette in ascolto della fragilità, non per concessione ma per giustizia, è la vera cartina di tornasole che fa capire di che stoffa sia fatta. È una misura piuttosto precisa della sua attenzione verso tutti. Se fallisce lì, per forza di cose non potrà essere un gran che nel resto. Qualche lustrino, qualche medaglia, ma niente di più.

La prosa, la poesia, la pagina riempita in modi diversi, il segno e il disegno, il bianco e il nero: come hai costruito la lingua e lo spazio di questa storia?

Non era facile per me scrivere questa storia. A tratti, era durissima. Passava per il corpo di un bambino, Carlo, per l’ospedale, per la paura di una perdita irreparabile. Non mi sentivo in diritto di entrarci con una prosa che catturasse troppo la superficie delle cose, con i suoi dettagli. Quelli può raccontarli chi è testimone. La superficie in questi casi è la cosa più intima. Io potevo raccontare l’interno, l’impronta che ha lasciato dentro di me. Quella forma poteva raccontarla la poesia. E da lì sono partita scegliendo per i versi la voce di sua sorella. Un modo per stare vicina, per stare accanto a Carlo, senza sostituirmi a lui. Ho voluto però che ci fossero altre voci. Molti osservatori. Qualcuno si lascia toccare da quello che succede, altri no. Ma tutti sono dentro la stessa storia perché non ci si può sottrarre completamente.

Volevo anche che nella storia si sentisse la presenza dei diversi modi di comunicare. La solitudine più grande è infatti non avere parole per l’altro. Introdurre la Lis anche nelle sue lettere, raccontare il braille prima odiato perché segno di una sconfitta e poi utilizzato per raggiungere, è stato un modo di aprire altre possibilità, di non far scendere la notte. E anche nel momento in cui nessuna lingua sembra funzionare, resta la più antica. La vicinanza pura e totale del cane che rimane accanto.

L’uso del nero è stata una richiesta in aggiunta. Volevo dire con forza come cala il buio anche sui fratelli e le sorelle di chi è nella notte.

Oltre alla preziosissima storia vera di Emma e Carlo, come si è nutrita la tua creatività? Ci sono stati dei libri, degli autori, degli artisti, dei musicisti che ti hanno accompagnata lungo i sentieri?

C’è un libro straordinario che si intitola Il dono oscuro (Adelphi) e che vorrei che tutti leggessero. È scritto da John M. Hull e racconta in modo lucido la condizione di chi, lentamente, insieme alla vista perde anche “l’occhio interno”, la capacità di conservare un ricordo visivo di luoghi, immagini, volti. Ci sono pagine magnifiche che descrivono la pioggia e la possibilità di visione che questa regala a chi non vede. In alcuni momenti l’autore prova a immaginare che cosa voglia dire perdere ANCHE l’udito. Ecco, questa capacità di domandare e immaginare, senza farlo come un puro esercizio, è la cosa che mi ha guidata.

Ma da sempre, da quando ho pensato che potevo provare a raccontare questa storia, mi è stata d’aiuto una fiaba, quella di Hansel e Gretel. Due fratelli che insieme attraversano il bosco. In un libro di poesie ho scritto un testo ispirato a questi due personaggi che dice così:A tutti servirebbe un fratello/ che nel momento più scuro/ esca di nascosto/ e riempia le tasche, / che nel bosco resti al tuo fianco/ e lasci cadere a ogni passo/ un sassolino bianco”.

Al di là dei legami di sangue, sarebbe tutto più semplice se ognuno avesse qualcuno al proprio fianco quando gli toccherà di attraversare il bosco.

 

 

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Francesca Scotti

Nata a Milano, diplomata al Conservatorio e laureata in legge, è autrice di romanzi e racconti. Dal 2012 collabora con la regista Alessandra Pescetta nella stesura di soggetti e sceneggiature. I suoi ... Vedi profilo completo

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