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Società

Professione: Prima ministra

A fine gennaio 2020 ho preso una “pausa” di qualche mese per accogliere il nostro terzo figlio. Mi lasciavo temporaneamente alle spalle una dimensione conosciuta, sicura, con equilibri e dinamicità prevedibili. Quattro mesi dopo mi appresto a riprendere in mano alcuni progetti e riaprire parzialmente le porte al mondo – ma il mondo che ho lasciato, non è il mondo in cui sto per rientrare, nè il mondo in cui ho vissuto con la mia famiglia e che ho osservato cambiare in questi pochi mesi.

Cosa dobbiamo aspettarci dal “new normal” che ci attende e dalla vita post lockdown?

Una recente cover story dell’Economist parla di economia al 90%, dove significative porzioni della vita di tutti i giorni pre-Covid semplicemente non esisteranno, almeno fino a quando non verrà trovato un vaccino o un trattamento o fino a quando il virus non sarà più in circolazione.

Post lockdown, le fabbriche riaprono e le strade non sono più vuote, ma il risultato è un’economia al 90%, dove l’utilizzo del trasporto pubblico è diminuito di un terzo, quello dei voli nazionali rasenta lo zero. La spesa dei consumatori, o le visite ai ristoranti, sono diminuite del 40%, i soggiorni in hotel sono un terzo della norma. I cittadini sono oppressi dalle difficoltà finanziarie, dall’incertezza, dal timore di rivolte sociali, e dalla paura di una seconda ondata di Covid-19. I fallimenti crescono, la disoccupazione è in aumento vertiginoso, il PIL in caduta libera. Al contempo le morti da inquinamento (1.5 milioni di decessi all’anno, dati OMS) sono pressochè azzerate e i benefici per l’ambiente incalcolabili. Questo impatta sia i paesi che hanno optato per chiusure più significative, sia quelli che non hanno implementato nessun tipo di blocchi.

Gli effetti economici, sociali e politici dell’era Covid lasciano impronte profonde e ramificazioni infinite, creando effetti a cascata.

In questo quadro la richiesta di stabilità da un lato e di cambiamento sostenibile dall’altro è forte ed è desiderio della grande maggioranza dei cittadini. L’energia è timida ma crescente e palpabile, le aspettative aumentano.

Il compito di coloro che credono nei liberi mercati e nelle democrazie occidentali è quello di garantire che questa energia venga incanalata verso il giusto tipo di cambiamento.

Forse la pandemia migliorerà il senso di solidarietà nazionale e globale. Forse questa volta, a differenza della crisi del 2007-2009, la voglia di cambiamento non porterà ad un’impennata di populismo.

In questo scenario di grandi sfide sempre più intravedo anche grandi opportunità, a cominciare dalla politica, per cui nutro una forte passione, come tante donne.

Ma come tante donne, gli strumenti e i percorsi per fare politica, non sono a portata di mano. Se nel mondo corporate parliamo di glass ceiling, nel mondo politico potremmo tranquillamente parlare di concrete ceiling, soffitto di cemento: c’è e si vede.

L’uguaglianza formale esiste, ma quella sostanziale no: in due millenni e più di storia, la politica è stata dominata dagli uomini e da una concezione di genere, da modelli che finora hanno impedito un accesso paritario. Se in Italia le donne sono il 51% della popolazione ma solo il 30% in politica, significa che una parte della popolazione non è rappresentata, non ha peso nelle politiche pubbliche, anche in quelle che riguardano le donne.

Nel mondo le donne sono sotto rappresentate ovunque, la proporzione di donne nei parlamenti nazionali è del 24.3% (UN data, Aprile 2019), dei 193 stati delle Nazioni Unite, solo 15 hanno donne al potere (Pew Research).

In Svizzera, paese in cui vivo, le elettrici superano del 10% le loro controparti maschili (Swissinfo). Eppure le donne rimangono una netta minoranza nella politica cantonale e federale.

Anche in Italia le cifre sono note e impietose. Nessun primo ministro donna, nessuna presidente della repubblica. Fino al primo governo Conte, in settant’anni di storia della Repubblica, oltre millecinquecento ministri e ottantatré ministre; di queste, la metà senza portafoglio. Oggi, su cinque ministre tre sono senza portafoglio. Ogni cento sindaci solo 13 sono donne.

In questo contesto sociale Covid e con questo quadro politico disomogeneo, ho esultato quando ho iniziato a notare, almeno in Italia, iniziative forti e di successo con l’obiettivo di plasmare il quadro politico futuro: da un punto di vista di uguaglianza, e da un punto di vista di visione costruttiva e democratica.

La prima iniziativa si chiama “Prime Donne“, una scuola politica varata da Più Europa e presentata alla Camera, un corso di formazione per 25 donne selezionate fra oltre duecento candidature, una goccia nel mare, ma un inizio.

Fabiana Musicco, in rappresentanza della scuola, spiega: “si lavora sui dati di contesto che spesso non sono conosciuti, non solo per spiegare la sotto rappresentazione delle donne ma anche mostrando come una loro maggiore presenza per esempio nelle giunte comunali ne ha modificato le politiche. Parliamo dell’organizzazione dei partiti politici, come si forma una dirigenza, come si formano le liste elettorali. Ci sono poi dei moduli di formazione sulle cosiddette ‘soft skills’, le capacità di comunicazione. La comunicazione politica – anche quella che passa attraverso i talk show – è gestita secondo un linguaggio maschile, urlato; noi vogliamo scardinare questi meccanismi. Vogliamo anche tirar fuori nuove proposte per la conciliazione “vita-lavoro”.

La seconda iniziativa, Prime Minister, è una scuola di politica per giovani donne (13-19 anni), e promette di “ispirare una nuova generazione di donne introducendole ai temi della Politica, intesa come arte di interpretare e guidare la società, discutendo di democrazia, attivismo, giustizia sociale, leadership femminile.”

“Noi stiamo provando a costruire un nuovo pezzo di mondo, una dimensione dove essere felici come comunità, dove inventare nuovi modi di pensare e di vivere. Per cambiare il nostro futuro dobbiamo investire sui giovani e in particolare sulle giovani donne. Assecondare le loro ambizioni invece di ostacolarle, e dargli tutti gli strumenti di conoscenza e consapevolezza che servono per costruire un’Europa migliore. Partendo dalle nostre città e comunità, per poi allargare lo sguardo al mondo intero. Come la Scuola Prime Minister insegna a fare.” dice Florinda Saieva, 42 anni, siciliana “Volevamo ispirare le giovanissime, discutere con loro di democrazia e istituzioni, di giustizia, sviluppo sostenibile, volevamo riflettere sulla potenza della cittadinanza attiva, così come sull’insensatezza di stereotipi di genere che ancora inchiodano le donne a ruoli secondari e sulla necessità, invece, di nuove leadership femminili. La nostra, insomma, è una sfida di genere e una sfida generazionale – apposta ci siamo rivolte a ragazze così giovani -, ma anche una sfida per rinnovare il Sud, dove i ragazzi vivono problemi enormi. Noi puntiamo a tirare fuori il talento di queste giovanissime, la loro sensibilità, pensando che possano essere proprio queste ragazze le Prime Ministre di domani. Abbiamo tutti un disperato bisogno di cambiamento e io credo che, dopo il momento orribile che stiamo vivendo, saremo più pronti a farlo avverare”.

E in questo particolare momento della nostra storia, è più fondamentale che mai coglierlo e guidarlo questo cambiamento, costruendo nuove strutture e sinergie create per un futuro economico, politico e sociale che includa e faccia leva su quel 51% della popolazione, cambiando la narrativa, scardinando finalmente meccanismi obsoleti e dannosi.

 

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Manuela Andaloro

Manuela Andaloro è una professionista con oltre 19 anni di esperienza dirigenziale in ruoli globali e regionali in materia di servizi finanziari, strategia aziendale, digital transformation e sostenib ... Vedi profilo completo

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