Quella nuvola di Fantozzi che non ci abbandona mai | Corriere dell'Italianità

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Quella nuvola di Fantozzi che non ci abbandona mai

di Fabio Buffa

Fantozzi ha compiuto 50 anni. Era il 1971 quando Paolo Villaggio, allora giovane quarantenne con alle spalle una mancata laurea in giurisprudenza e diverse esperienze da speaker (alla Rai e alla BBC), cabarettista nelle crociere al fianco dell’amico Fabrizio De Andrè, impiegato nelle aziende genovesi Colsider e Italsider e intrattenitore nella trasmissione televisiva “Quelli della Domenica”, scrisse il primo libro di racconti -pubblicato dalla Rizzoli- sul personaggio di Ugo Fantozzi. Che proprio grazie a quel volume (a cui fece seguito il film) è diventato una vera celebrità. Il libro si divide in quattro capitoli, quante sono le stagioni dell’anno, e vedono come protagonista il modesto ragioniere, impiegato nella Megaditta gestita da contesse e Megadirettori, sempre sottomesso e vittima di disgrazie. Fantozzi è sopraffatto dal lavoro, ma anche da capi e colleghi. In più ha una famiglia composta dalla brutta e sciatta moglie Pina e dall’orrenda figlia Mariangela.

Per la precisione il libro è la raccolta dei racconti che Villaggio aveva già pubblicato sulla rivista l’Europeo e dove narrava le disavventure del ragionier Fantozzi, evidenziando con stile comico e paradossale le contraddizioni e le disuguaglianze della cosiddetta società del benessere. Rispetto ai film, nel primo libro Fantozzi è lo sfortunato protagonista, ragioniere dell’ufficio sinistri della Megaditta, mentre Fracchia è l’organizzatore di improbabili eventi aziendali, che nelle pellicole è rappresentato da Filini (interpretato da Gigi Reder).

L’uscita del libro fu subito un successo, in Italia ma anche all’estero; soprattutto in Francia e in Russia, dove Paolo Villaggio fu paragonato allo scrittore e satirico dell’800 Nikolaj Gogol. Fantozzi è un uomo sempre vittima di disgrazie e angherie sul lavoro, dove si innamora della collega, la signorina Silvani che, dopo averlo sadicamente illuso, regolarmente lo scarica in modo più o meno umiliante. Fantozzi ha un altro collega, Fracchia, organizzatore di eventi e di gite che si tramuteranno sempre in una tragedia; ha una moglie dalle sembianze trascurate e mediocri e una figlia la cui bruttezza è portata nella narrazione all’esagerazione e al grottesco.

La genialità di Paolo Villaggio nello scrivere Fantozzi si individua soprattutto nella famosa “nuvola degli impiegati, una sorta di destino sfortunato di cui gli innocenti protagonisti sono vittime. Il Fantozzi-libro ha un successo così grande che nel 1975 diventa un film: è diretto da Luciano Salce e vede come interpreti, oltre a Paolo Villaggio, Gigi Reder – nei panni del ragionier Filini-, Liù Bosisio -nei panni della moglie Pina, Plinio Fernando (ora scultore), che è la figlia Mariangela, Anna Mazzamauro nel ruolo della signorina Silvani e Geppino Anatrelli, che interpreta il geometra Calboni. 

I libri di Fantozzi -che in totale furono nove, compresi quelli di riflessione sul personaggio- erano stati definiti “terapeutici” grazie alle risate che inducevano. Alda Merini disse che, per lei, leggere Fantozzi rappresentò la salvezza. “Per dieci anni l’ho letto e riletto”, raccontò e poi “L’ho letto e sono deflagrata in uno scoppio di risa che mi ha fatto desiderare la vita come non mi era mai capitato. I film furono un vero fenomeno culturale, con un vasto pubblico divertito e intellettuali che facevano a gara nel trovare i risvolti socialmente più elevati nei personaggi raccontati e intepretati da Villaggio e colleghi. In realtà Villaggio e Salce sapevano benissimo che chi voleva dare significati troppo raffinati a Fantozzi, in realtà, era ingenuo tanto come chi rideva sguaiatamente davanti alle sfortune del ragioniere. Perché Fantozzi, come diceva una quarantina di anni fa uno degli interpreti dei film, è dentro ognuno di noi. E più si nega di avere caratteristiche fantozziane nel proprio carattere e nel proprio animo, più si è fantozziani. Farsi grasse risate davanti a una pellicola di Fantozzi, significa ridere di sé stessi e l’intelligenza di una persona è direttamente proporzionale a questa consapevolezza.

Questo capolavoro nato dalla creatività di Paolo Villaggio racconta ciò che di mediocre, ma anche di goffamente generoso e autenticamente fragile c’è in ogni persona, al di là dell’estrazione sociale e dei propri vissuti personali. Villaggio, nel raccontare per la prima volta Fantozzi, aveva preso ispirazione da un collega di lavoro nell’azienda in cui aveva lavorato (Italsider) che si faceva trascinare dalle improbaili iniziative ludiche della stesso attore e di un altro collega, che nei libri diventerà Filini.

A dire il vero l’interprete genovese – scomparso nel 2017- propose i personaggi di Fantozzi e Fracchia già nel 1968 a “Quelli della domenica”, ma fu solo con la pubblicazione del libro nel 1971 che il ragioniere diventa inossidabile nel tempo e, soprattutto, sempre attuale. Fantozzi crea addirittura una nuova lingua, con errori grammaticali grossolani (soprattutto con il congiuntivo), e alcune scene, poi, sono diventate proverbi: vedere l’Arcangelo Gabriele quando si è particolarmente affaticati, la frittata di cipolle con il rutto libero intesi come maschia libertà davanti alla partita di calcio in televisione e, infine, la mitica nuvola di Fantozzi, per descrivere una sfortuna che ti insegue instancabile. Il primo Fantozzi è stato inserito nei 100 film italiani da salvare. Stesso felice destino ha avuto “Il secondo tragico Fantozzi” del 1976, a cui sono seguiti altri otto film, diretti da Neri Parenti e con la presenza nel cast di Milena Vukotic, Maria Cristina Maccà e Riccardo Garrone, rispettivamente nei panni della moglie Pina, della figlia Mariangela e del geometra Calboni.

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