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Rimetti a posto i giocattoli

Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.
Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra

 

Dicembre 2015. Isola di Leros.

Quali oggetti portare con te quando parti, lasciandoti la vita alle spalle? Così scrive Amer, raccontando la propria fuga dalla Siria. Ricordi e regali preferiti devono entrare in uno zaino insieme all’essenziale: il telefono, un ricambio di vestiti, acqua e cibo per il viaggio. A volte un libro.

Nel campo di Leros, due ragazze mi chiedono le forbici per scartare i propri passaporti, accuratamente imballati e sigillati; arrivate via mare ieri sera, sfogliano i documenti per verificare che siano asciutti e intatti.

I possedimenti più preziosi di ogni persona che arriva sono gli originali dei titoli di studio, i certificati di matrimonio, la documentazione medica; per i giovani, i libretti del servizio militare prestato o le lettere di convocazione ricevute possono determinare l’esito della domanda di asilo. Insieme ai documenti, gli oggetti speciali di ognuno – il ciondolo della nonna, un porta-gioie antico, la maglietta fortunata. Ho pensato spesso alle chiavi di casa; in tre anni, non ne vedrò mai, né mai avrò il coraggio di chiedere se quando si fugge dalla guerra si chiuda la porta di casa.

Alla fine di un giorno in cui ho incontrato topi neri e incubi futuri, faccio amicizia con alcune famiglie che alloggiano alla mia stessa pensione: Miramare, modesta e priva di veduta in tutte le direzioni. I clienti principali sono i residenti del campo: un capo-famiglia che viaggi con moglie e bambini non esita a spendere parte dei propri soldi per dare loro la possibilità di dormire al caldo, almeno una volta a settimana, fintantoché i mezzi lo consentano.

Siamo seduti intorno a un tavolo e io bevo caffè greco, troppo stanca e confusa per capire i legami di parentela o amicizia tra i presenti. Mariam, che siede di fronte a me, mi mette tra le mani una piccola scatola di latta colorata, un Babbo Natale sorridente su ogni lato; dentro, confetti ripieni di cioccolato fondente che sanno di casa anche per me. Esito all’idea di accettare un oggetto tanto prezioso da essere stato scelto per accompagnarla in Europa; ma lei insiste. Mi aveva chiesto cosa ci facessi lì, su quell’isola greca, e io avevo risposto che avevo sentito il bisogno di vedere, di capire cosa stesse succedendo. Lei mi aveva ringraziata; e aveva insistito che accettassi quel regalo.

Superato il primo giorno, incontro Stefanie, un essere superiore, che ha organizzato il magazzino del campo e ne mantiene una mappa dettagliata con lettere e numeri per trovare ogni cosa. Al mattino riforniamo la “boutique”, una stanza senza infissi al piano terra di un edificio diroccato, per la distribuzione dei vestiti del pomeriggio.

Come ad Atene, si è sparsa la voce che so indovinare le taglie; e dopo avermi osservata, qualcuno ha deciso che sono perfetta per assistere “i casi difficili”. Ogni giorno arrivano dal mare centinaia di persone; le mamme sono i casi difficili: perché vogliono i vestiti più caldi per i propri bambini; perché non negoziano né si arrendono se ci provi; e perché fino a ieri avevano una vita normale, e tutto nelle loro azioni racconta di come gestivano la propria casa.

La guerra non ha scalfito il loro modo di essere madri. Un giorno assisto alla scena di una giovane donna che chiede alla figlia di otto anni di posare uno dei due giocattoli che aveva scelto per sé: “Uno per ogni bambino”. Io, che vorrei darle l’intero cesto, sono senza parole e senza fiato. E lo vedrò molte altre volte ancora, ma sempre con sorpresa, che le madri non concedono sconti sull’educazione dei bambini, qui come a casa; li fanno mangiare senza strilli, li convincono a fare la doccia con l’acqua fredda, li sgridano se sporcano i vestiti buoni, quelli che indossano quando devono incontrare le autorità per presentare la domanda di asilo. Quelle stesse autorità che fanno dormire i loro bambini in una tenda sui sassi.

Il gioco. Campo di accoglienza di Leros, Grecia, dicembre 2015. (Immagine di Simona Bonardi)

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Simona Bonardi

Simona Bonardi ama i numeri, le parole e gli incontri con gli estranei. Odia non capire e da sempre cerca, in prima persona, risposte a domande che sente di non poter delegare. Ambientati in Italia, G ... Vedi profilo completo

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