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Rispondere di sé, rispondere all’Altro

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio.
Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.
(Sant’Agostino)

Un pacchetto di RNA circondato da una capsula di proteina piccolissima, delle dimensioni di un decimilionesimo di metro, ci ha sconvolto l’esistenza. Noi siamo 7,5 miliardi di potenziali ospiti. Abbiamo inventato tutti i tipi di trasporto dove ci ammassiamo per spostarci da casa al lavoro e da una parte all’altra del mondo. La maggior parte di noi vive in città o in grandi metropoli. Noi rappresentiamo per il virus un ospite perfetto al quale chiedere un passaggio per diffondersi. L’obiettivo di questo virus è quello di fare copia di se stesso indefinitamente finché vi è la possibilità. I nostri comportamenti favoriscono moltissimo la vita di questo virus che è entrato nelle nostre vite come un ciclone. Purtroppo gli esperti non conoscono tutte le caratteristiche, una patologia ancora con molti punti oscuri. Questo, quanto io ho capito di questa pandemia.

Ma questa pandemia come interroga ognuno di noi?

Se pur in modalità diverse, in forme diverse, osservo che a tutti noi viene chiesto di fermarci, di stare a casa, di interrompere la normale quotidianità, di rivedere le priorità, di proteggerci: dal virus o da noi stessi?

Ma non per questo ci dobbiamo fermare a pensare, mai come oggi abbiamo bisogno di pensare.

Pensare le nostre realtà, la nostra esistenza, la nostra visione del mondo, come abitiamo questo mondo, il senso e il significato delle nostre vite.

Hannah Arendt, in “Vita activa” scrive: “La vita activa, la vita umana in quanto è attivamente impegnata in qualcosa, è sempre radicata in un mondo di uomini e di cose fatte dall’uomo che non abbandona mai o non trascende mai del tutto. Cose e uomini costituiscono l’ambiente di ogni attività umana che sarebbe priva di significato senza tale collocazione; tuttavia questo ambiente, il mondo in cui siamo nati, non esisterebbe senza l’attività umana che lo produce, con la fabbricazione delle cose; che se ne prende cura, con la coltivazione della terra; che lo organizza, mediante l’istituzione di un corpo politico”.

Possiamo affermare di prenderci cura del nostro ambiente, di rispettare la natura, di essere uomini e donne responsabili?

L’uomo, nel corso degli anni, ha prepotentemente attuato cambiamenti ambientali tali da eliminare ogni equilibrio o legge naturale: sono nati e nasceranno nuovi scenari a cui siamo impreparati. Oggi si parla di ambiente non più di natura. Il percorso dall’idea di natura al concetto di ambiente è un percorso di “emancipazione” che l’uomo ha intrapreso nel momento in cui ha cominciato a liberarsi dalla soggezione alla forza naturale attraverso l’uso della ragione. Il mezzo utilizzato è sempre stato il lavoro, come capacità di intervenire e cambiare la natura, plasmandola secondo le necessità umane.

Platone (427 – 347 a.C.) nell’opera “Crizia” descrisse la deforestazione come una delle cause delle profonde modifiche del paesaggio attico, un tempo ricco di fertili pianure e montagne ricoperte di foreste.

Aristotele (384 – 322 a.C.), invece, capì pragmaticamente che la natura era la fonte sempre rigenerabile a cui bisognava attingere per la soddisfazione dei bisogni umani.

Teofrasto (373/370 a.C. – 287 a.C.), allievo di Aristotele nel Liceo e suo successore nella direzione della scuola, nelle sue ricerche sulle piante, “Historia Plantarum”, riconobbe degli scopi intrinseci della natura, criticando la visione antropocentrica aristotelica. Teofrasto sarà il primo che parlerà dell’impatto che l’azione umana ha sull’ambiente circostante, un impatto che si espresse all’epoca con il continuo utilizzo delle foreste per ricavarne legname per ragioni edilizie e cantieristiche, comportando problemi dal punto di vista orografico e climatico.

L’attuale epoca geologica è chiamata Antropocene per il forte ruolo dell’Homo sapiens che, al fine di garantire unicamente la sua sopravvivenza e il suo sviluppo, condiziona e modifica l’ambiente terrestre. I cambiamenti climatici indotti dall’uomo, la perdita di biodiversità, gli spostamenti di popolazioni e di merci hanno un impatto sulla salute che si manifesta attraverso l’esposizione diretta o indiretta a eventi anomali. La distruzione di alcuni ecosistemi ha influenzato la connessione uomo-animale-ambiente tale da produrre dei nuovi rischi, come ad esempio la perdita di habitat ricchi di biodiversità che caratterizzano una barriera naturale tra virus endemici nelle popolazioni animali e l’uomo.

Non possiamo dire che l’uomo nella storia abbia sempre avuto cura del mondo. Ma, come afferma Noam Chomsky, gli uomini sono però degli esseri sociali, naturalmente, e il tipo di creature che diventiamo dipende essenzialmente dalle circostanze sociali, culturali e istituzionali della nostra vita. Questo ci porta dunque a esplorare quelle forme di organizzazione sociale che contribuiscono al riconoscimento dei diritti e al benessere degli individui: in sostanza, al bene comune. La preoccupazione per il bene comune dovrebbe spingerci a trovare il modo di superare i terribili effetti di queste politiche disastrose, che toccano il nostro sistema educativo quanto le condizioni di lavoro, allo scopo di offrire la possibilità di esercitare l’intelletto e coltivare lo sviluppo umano nella sua massima diversità.

Viviamo in una situazione paradossale, scrive Günther Anders in “L’uomo è antiquato”, in cui lo sviluppo vertiginoso del nostro potere coincide con la minaccia stessa alla nostra sopravvivenza, nonché alla vita delle generazioni future messa a repentaglio dagli effetti non intenzionali e indesiderati del nostro agire. Alla diagnosi andersiana dà continuità Hans Jonas che in “Il principio responsabilità” cerca di costruire i fondamenti di un’etica della responsabilità. Un’etica che sappia farsi carico del destino dell’umanità ponendo limiti al potere. L’umanità che diventa la nuova posta in gioco dell’agire degli uomini.

Le nostre società dette “postmoderne” hanno adottato all’unanimità una nuova griglia di lettura per interpretare i comportamenti dei loro cittadini. Ciascuno di noi è chiamato a diventare l’imprenditore della propria vita: autonomo, performante, dinamico, e a tutti i costi felice. Tutti possono tutto! Prometeo e Narciso. Prometeo, simbolo dell’uomo artefice di se stesso, segnato dalle dinamiche del potenziamento delle proprie capacità fornite dalla tecnica, della volontà di esistere, del sano egoismo della vita. Narciso, simbolo dell’uomo contemporaneo, segnato dalle dinamiche consumistiche, agitato da un desiderio non più relazionale ma indotto e, in ultima istanza, insoddisfatto; abitato da un desiderio che si specchia in se stesso indefinitamente, fino a estenuarsi e a morirne. Entrambi rappresentano, sotto profili differenti, una soggettività autocentrata che rimuove la relazione con l’Altro, immaginando di poterne fare  a meno.

Un impoverimento relazionale che, oltre a segnalare una difficoltà di relazionarci con gli altri, indica anche una profonda difficoltà nella relazione con noi stessi. Ci vediamo spesso come macchine che devono funzionare, ci si aspetta che l’eccezionale venga dall’Altro.

Appare necessario riappropriarci della nostra esistenza. In questo momento di grande angoscia sentiamo la necessità, forse, di mettere ordine nella propria vita, ma come insegnano i grandi maestri spirituali, prima è essenziale mettere ordine nelle proprie idee sulla vita: come avrebbe detto Michel Foucault, si tratta di tessere di nuovo le parole con le cose. Si tratta di essere impegnati per ciò che faremo e per ciò che saremo. Essere responsabili delle nostre scelte perché abbiamo la possibilità di scegliere. Consapevoli che non siamo fatti per stare isolati, occorre rivendicare spazi e forme di socialità che nulla hanno a che fare con i miti del profitto e della società dello spettacolo.

Invitandovi a continuare e condividere le vostre riflessioni del tempo che stiamo vivendo, concludo con le parole del filosofo, Massimo Venturi Ferriolo, tratte da“Oltre il giardino”, Einaudi, 2019:

[…] La filosofia insegna, fin dall’originario significato semantico del giardino quale grembo della vita, ad agire nel rispetto dei nostri luoghi, del nostro intero pianeta: in definitiva di noi stessi. È un pensiero rivolto al futuro, ben ancorato al mito eterno di una figura vitale, immagine dell’esilio possibile dove tornare al dialogo con la terra, con gli alberi, le acque, le pietre e gli animali in una visione unitaria, senza fratture, dell’esistenza. […] La metafora del giardino con la sua ampia prospettiva indica come operare per trasformare il mondo in un giardino. Il giardino è in realtà la metafora poco indagata del buon luogo, offuscata dalla moderna contrapposizione cartesiana fra uomo e natura, da recuperare nella prospettiva di un mondo migliore, accogliente, con la visione olistica della natura quale totalità di uomini, animali, vegetali e minerali dove agisce l’etica della responsabilità contro il deterioramento del nostro pianeta unico e irriproducibile […].

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Paolo Cicale

Nato in Lucania nel 1963. Ha studiato Filosofia, Bioetica e Pratiche filosofiche. Titolare a Lugano dello studio praxis etica e filosofia. Interessato agli aspetti etici e filosofici della relazione c ... Vedi profilo completo

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