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RSI, servizio pubblico e pandemia

Tra ottobre e dicembre 2021 sul sito web della CORSI (www.corsi-rsi.ch) sono proposte una serie di interviste con esperti ed esperte in campo scientifico, medico e ambientale, che trattano della qualità dell’informazione del servizio pubblico dei media della Svizzera di lingua italiana sul tema della pandemia.

Le interviste approfondiscono anche problematiche sociali e psicologiche che il Coronavirus ha reso palesi. Vi proponiamo l’intervista integrale con Chiara Ferrazzo, psicologa e psicoterapeuta, Capo Equipe Psicologi e psicoterapeuti dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (OSC) in Canton Ticino.

“Durante la prima ondata pandemica– sottolinea Ferrazzo – diversi medici e esperti scientifici sono stati invitati quali ospiti presso trasmissioni radiofoniche e televisive a carattere scientifico-informativo. Nei mesi tale sensibilità si è andata un po’ a perdere, forse si teme un effetto saturazione rispetto alle informazioni, ovvero che il parlare di effetti psicologici potrebbe essere letto o percepito come un leggero grido allarmistico. Personalmente, ritengo che sarebbe comunque importante pianificare una serie di interventi all’interno dei media dove si possano tematizzare argomenti in materia di salute e benessere psichico a scopo informativo e divulgativo”.

Dottoressa, proviamo allora a prenderci, in questo spazio, un momento per approfondire gli effetti del Coronavirus e della pandemia sulla nostra psiche. Cosa dicono i dati e la clinica?

“La domanda è interessante sia per i contenuti, sia perché apre un nuovo spazio di pensiero, ovvero si concettualizza l’importanza della salute psichica in un periodo dove, inevitabilmente, siamo stati confrontati con un’emergenza sanitaria che catturava l’attenzione su aspetti corporei-fisici. Superare la vetusta dicotomia mente-corpo e dare rilievo a questioni inerenti al benessere (inteso nel suo senso più globale, ovvero non solo l’assenza di malattia) diviene pertanto sempre più rilevante. Nel novembre 2020 la Confederazione ha ordinato un progetto di ricerca per valutare l’influsso della pandemia sulla salute psichica dove, in esordio emergeva che “non esiste un modello uniforme di reazione psichica alla crisi: le risposte vanno da un forte aumento dei sintomi di carico psichico a un’elevata resilienza. Problemi di conciliabilità dovuti al coronavirus, incertezza lavorativa, problemi finanziari e timori legati al futuro possono compromettere il benessere psichico, le persone che vivono da sole o socialmente isolate sono maggiormente a rischio”. Se ci riferiamo alla letteratura, “The Lancet” ha reso noti numerosi studi sull’impatto psicologico della quarantena e di effetti a breve termine dove risultano importanti ricadute psicologiche negative quali sintomi di stress post-traumatico, confusione, rabbia, paura, dolore, insonnia indotta dall’ansia e aumentati rischi di comportamenti di dipendenze (da farmaci, da alcolici o da Internet). Inoltre, pensieri e sentimenti quali paura d’infettarsi, diffidenza, frustrazione, noia, irritabilità, preoccupazioni, incertezze circa il lavoro hanno accomunato la maggior parte delle persone. Il riconoscere la presenza di uno o più aspetti sopradescritti non per forza significa soffrire di una patologia psichica, ma rientra nel fisiologico agire, o soffrire umano; ci si deve preoccupare quando uno o più aspetti citati iniziano a diventare pervasivi o d’ostacolo per la conduzione della propria vita privata e/o lavorativa”.

Con la campagna vaccinale che avanza– seppur in Svizzera non con la velocità di altri Paesi – e le caute aperture, che tipo di ritorno “alla vita di prima” possiamo aspettarci?

“Ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita che dopo un grande spavento (se possiamo equiparare l’incertezza costante generata dalla pandemia), occorre un tempo di ri-adattamento affinché si acquisisca confidenza e fiducia per affrontare nuovamente le circostanze future. Pertanto, presumibilmente anche a medio termine la risposta allo stress o i sintomi depressivi nella popolazione potrebbero restare maggiormente elevati rispetto a quanto accadeva prima della crisi. Non è ancora chiaro ipotizzare quali saranno le ripercussioni sulla salute psichica anche a lungo termine e questo dipenderà dalla durata della pandemia. Alcuni specialisti iniziano a ipotizzare un rischio di traumatismo con effetti fino a 30 mesi. Insicurezza, incertezza e impotenza sono tre grandi I – i come incognita che ci riserverà l’evoluzione pandemica. Sin da ora è chiara una preoccupazione circa le incertezze finanziarie, ma si osserva anche stanchezza, esaurimento, sfiducia nelle istituzioni e crescenti movimenti di protesta, correlati non solo a critica rispetto a decisioni politiche, ma atte a rivendicare la spontaneità e spensieratezza perdute. Una delle maggiori preoccupazioni è che fasce già fragili (si pensi a persone che già precedentemente soffrivano di un disagio psichico, ma anche anziani, adolescenti e giovani, adulti con difficoltà familiari o lavorative) esauriscano lentamente le loro capacità di resilienza oppure si cronicizzino e sfocino a lungo termine in gravi disturbi psichici, di cui forse uno dei rischi più temuti è un aumento dei tassi di suicidalità, anche se ci preme far notare che fino ad oggi in Svizzera non è stato rilevato un aumento del tasso di suicidalità durante la pandemia”.

Lei sta parlando della popolazione in generale… Ma come sono vissuti questi mesi da voi, operatori sanitari?

“Al momento le ricerche non hanno trovato alcuna evidenza empirica significativa inerente a un maggiore carico gravante su determinati gruppi professionali; tuttavia, se guardiamo al personale sanitario ci accorgiamo della comparsa di sintomi clinicamente rilevanti di disturbi d’ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, comportamenti da dipendenza, tensioni all’interno delle equipe e esaurimenti, con aumentato rischio di assenze da lavoro per malattia. Inoltre, anche se non formalmente appartenenti alla categoria degli operatori sanitari, si sta notando come i famigliari curanti di persone anziane o disabili, sono particolarmente sotto stress in quanto in questi mesi hanno dovuto raddoppiare gli sforzi intorno ai loro cari per garantirgli protezione e sostegno, supplendo anche a una riduzione delle opportunità di prese a carico formali e territoriali”.

Ci sono fattori e strumenti che possiamo mettere in atto per tutelare la nostra salute psicologica e cosa sono chiamate a fare le istituzioni per aiutarci ad affrontare la pandemia?

“I fattori di protezione possono essere vari, dal dedicarsi ad attività fisica, al mantenere un pensiero positivo e flessibilità per adeguarsi ai rapidi cambiamenti che dipendono da fattori esterni. Si può ricercare sostegno dalla famiglia, dagli amici, da enti e mantenere un progetto di vita fiducioso, iniziando a crearsi piani di cose da fare quando tutto terminerà. Sicuramente è importante sin da ora investire sulla prevenzione e i vari interventi di sostegno approntati (hotline telefoniche, supervisioni a equipe, aumentata disponibilità a accoglienza di bisogni emotivi) stanno dando una buona risposta (individuale e pubblica) per riconoscere precocemente, contenere e arginare eventuali disagi o sofferenze. Resterà al singolo, ma anche alla collettività riuscire a mantenere una coesione interna, basata su istanze cooperative che permetta di superare il periodo di crisi, rendendoci possibilmente più forti, ma anche orgogliosi della nuova e ritrovata serenità”.

Torniamo ai media. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, stiamo combattendo non solo un’epidemia ma anche un’infodemia, che riguarda il disagio psicologico derivante dalla ripetuta esposizione mediatica alle notizie sulla pandemia. Lei crede che i media abbiano prestato sufficiente attenzione all’utilizzo di una comunicazione adeguata in questi mesi così delicati?

“In questi mesi non è stato semplice discriminare tra il legittimo diritto all’informazione, che tutti i cittadini hanno, e la competitività tra testate a suon di gridi allarmistici insieme alla ricerca dello scoop, in grado di alzare l’audience. Non va dimenticata, poi, la diffusione delle fake-news con scopi spesso poco etici. Il mondo della comunicazione inter-personale era già in precedenza in fase di mutamento, ma con la pandemia maggiori persone si sono trovate costrette all’isolamento o a una comunicazione virtuale dove i bisogni affettivi di vicinanza si staccavano dai contenuti espressi. Quando questo avviene, inevitabilmente, colui che scrive deve innalzare la soglia motivazionale per suscitare l’interesse nel lettore e questo può portare alla redazione di prodotti scritti attenti all’evocazione, al sensazionalismo, ma meno alla comunicazione. I media e i social media risultano pertanto potenti alleati per aiutarci a prevenire impatti sfavorevoli per la salute psichica e le principali piattaforme di social media sono coinvolte all’interno delle istituzioni per veicolare i messaggi da diffondere (si pensi al ruolo del social media manager), oppure ci si affida a “influencer” per veicolare il traffico online verso fonti affidabili. Purtroppo, si segnala anche che non tutte le persone sono mosse da nobili scopi, pertanto i social media sono anche diventati un canale per diffondere sia voci che disinformazione”.

Dal suo punto di vista professionale, quali sono i concetti cardine per una comunicazione del servizio pubblico che possa aiutare i singoli a comprendere e gestire la pandemia?

“In caso di crisi la comunicazione assume un ruolo fondamentale, al pari di un trattamento sanitario, e si dovrebbe basare su brevi notizie – che risultano più chiare da comprendere; inoltre, si dovrebbe evitare di pubblicare notizie contradditorie o comunicati e smentite in periodi ravvicinati, cosa che porta molti effetti controproducenti. Ricorrere a prodotti audio-visivi che integrano i contenuti è di aiuto per permette una miglior comprensione (tuttavia se si estremizza tale concetto il rischio è un’eccessiva banalizzazione e perdita di credibilità). Infine, diagrammi, volantini e applicazioni sempre aggiornate permettono alla persona di filtrare le nozioni veramente importanti tra la miriade di input che provengono dal mondo esterno. Ad ogni modo, un consiglio che mi permetto di dare a chi legge è di non accontentarsi solo della prima informazione letta, ma di avere curiosità nel verificarne le fonti”.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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