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Società

Sacerdozio femminile nella Chiesa cattolica: forse non è detta l’ultima parola

di  Gino Driussi, giornalista

“Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”. Così scriveva papa Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Ordinatio sacerdotalis”, pubblicata il 22 maggio 1994. Eppure, c’è chi non si rassegna e non solo tra le donne. Tra questi, l’arcivescovo di Amburgo Stefan Hesse, il quale, nel corso di un dibattito tenutosi nella città anseatica, ha affermato che la questione è ancora viva, non può essere soffocata da un pezzo di carta, che la prospettiva storica è una ma non è tutto e che vi sono molti nuovi argomenti che devono essere presi in considerazione. Il ministero femminile è uno dei temi all’ordine del giorno del cammino sinodale della Chiesa cattolica tedesca apertosi all’inizio di quest’anno e che dovrebbe durare un paio d’anni.

Si discute anche sul celibato dei preti

Rimane aperta anche la questione del celibato obbligatorio per i preti della Chiesa cattolica latina (altro tema che affronterà il Sinodo tedesco), malgrado il silenzio di papa Francesco nella sua esortazione apostolica postsinodale “Querida Amazonia” dello scorso 2 febbraio, nella quale non ha accolto il suggerimento del Sinodo speciale dei vescovi sull’Amazzonia, tenutosi nell’ottobre 2019, di ordinare al sacerdozio anche diaconi permanenti sposati. Il tema resta comunque di attualità e a questo proposito mi ha colpito un episodio riportato da Daniele Rocchetti sul sito delle ACLI: Si racconta che il cardinal Husar, padre della rinascita spirituale della Chiesa ucraina, scomparso nel 2017, un giorno abbia detto: “In un palazzo di Leopoli, in Ucraina, vivono due famiglie cattoliche, una di rito latino, l’altra di rito greco, entrambe hanno un figlio seminarista. I futuri sacerdoti, che da bambini erano compagni di scuola, una sera d’estate, mentre sono in vacanza, escono insieme per bere una birra e conoscono in un pub due ragazze di cui si innamorano. Ma quando tornano a casa e si confidano sul sentimento sbocciato nei loro cuori, e ognuno lo fa ovviamente con i propri genitori e fratelli, la famiglia di rito greco festeggia e l’altra famiglia piange”.
Rocchetti ricorda che da molti secoli nella Chiesa cattolica ci sono sacerdoti sposati. Sono, ad esempio, i preti delle Chiese cattoliche orientali oppure ex- sacerdoti anglicani o ex-pastori protestanti che volevano entrare in comunione con Roma e sono stati ordinati al ministero anche se sposati.

Quale ruolo dei parroci, preti e laici nelle parrocchie?

Lo scorso 20 luglio, la Congregazione vaticana per il clero ha pubblicato un’istruzione intitolata  “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”. Non intendo qui riassumere questo lungo e per certi aspetti macchinoso   documento (lo si trova facilmente sul web), accolto in modo abbastanza critico, ad esempio, dal presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri e vescovo di Basilea Felix Gmür e dal vescovo di San Gallo Markus Büchel. Mi limiterò solo ad alcune osservazioni. Mi hanno colpito soprattutto il legalismo, la netta distinzione gerarchica tra presbiteri (con in testa il parroco), diaconi e laici, come pure l’estrema cautela che caratterizza ogni enunciazione (le parole “prudenza” o “prudentemente” ricorrono tantissime volte). Il meno che si possa dire è che, prendendo alla lettera questo documento, diverse parrocchie svizzere, soprattutto della Svizzera tedesca, con i loro e le loro assistenti pastorali, sono “fuori legge”. Quelli che mi sono piaciuti di più sono i paragrafi 120 (con l’invito ai presbiteri ad essere “virtuosi” nell’uso del denaro e a condurre uno stile di vita sobrio e senza eccessi. E qui c’è tutto papa Francesco) e 121 (niente tariffario per l’offerta delle messe, anzi viene vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta). Quello che invece mi è piaciuto di meno è il capoverso 99, dove viene ribadito che i fedeli laici non potranno  in alcun caso tenere l’omelia durante la celebrazione dell’Eucarestia. Non me ne vogliano i miei amici preti e non intendo assolutamente generalizzare, ma conosco diverse teologhe e diversi teologi laici che predicherebbero molto meglio di certi sacerdoti.

Calano i praticanti in Italia

L’Italia, “cuore” del cattolicesimo, è un Paese “incerto e stanco di Dio”. Gli italiani appaiono  sempre più indifferenti agli appuntamenti liturgici settimanali della Chiesa cattolica, che ha perso centralità nella vita di tutti i giorni. Lo afferma l’inchiesta pubblicata nel volume “Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio” (Il Mulino, 2020). Rispetto agli anni 90, il numero degli italiani che crede che Dio non esista è passato dal 10 al 30 per cento. Esattamente lo stesso aumento si riscontra tra chi non presenzia mai alle liturgie. Nella sua ultima intervista, rilasciata al confratello gesuita Georg Sporschill, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002 e deceduto il 31 agosto 2012, aveva affermato: “La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”. Forse questo è uno dei motivi della sempre maggiore disaffezione degli italiani verso la Chiesa.

A quando il nuovo vescovo di Coira?

Cresce la tensione, nella diocesi di Coira, in vista della nomina del nuovo vescovo, che viene data ormai per imminente. Si temono fratture tra “progressisti” e “conservatori” come ai tempi del contestato vescovo Wolfgang Haas e anche, sebbene in misura minore, sotto l’episcopato di Vitus Huonder, le cui dimissioni sono state accolte da papa Francesco il 20 maggio 2019 (aveva da poco compiuto 77 anni). Poichè i tempi non erano considerati allora abbastanza maturi, il pontefice aveva  nominato provvisoriamente un amministratore apostolico,  il vallesano Peter  Bürchervescovo emerito di Reykjavík. Lo scorso marzo, la destituzione, da parte di Bürcher, di Martin Kopp quale delegato dell’amministratore apostolico per i cantoni di Uri, Svitto e Unterwalden  aveva  provocato costernazione e proteste tra i fedeli interessati. All’origine del provvedimento, il mancato rispetto, da parte di don Kopp, del suo dovere di riserva proprio  in merito all’elezione del prossimo vescovo di Coira.

Ricordiamo che la diocesi di Coira è la seconda più grande della Svizzera dopo quella di Basilea. Comprende  7  cantoni (GrigioniSvittoGlaronaZurigoObvaldoNidvaldo e Uri) per un totale di 309 parrocchie. La diocesi gode del privilegio di una procedura di elezione del vescovo concordata fra il capitolo della Cattedrale e la Santa Sede. I 24 canonici hanno la possibilità di scegliere il vescovo  a partire da una terna di nomi proposti dalla Santa Sede. Il Papa è poi chiamato a confermare il prescelto e quindi a nominarlo vescovo. Come sempre nel caso della nomina di un vescovo, un ruolo di primaria importanza lo svolge il nunzio apostolico. Quello attualmente in Svizzera, in carica dal   2015, è l’americano Thomas Gullickson.

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