Scarpette rosse per concludere il 2023 e abbracciare il 2024. Con una consapevolezza

L’omicidio Cecchettin ha scosso gi animi. Nessuna di noi vuole essere Giulia, tutte però abbiamo l’obbligo di essere Elena. Senza bavaglio

di Giovanna Guzzetti

Per questo Capodanno l’intimo rosso sarebbe da bandire. Per lasciare il posto alle scarpette rosse, ben esposte ed in numero congruo, in segno di protesta, silenziosa ma inequivocabile, contro la crescente violenza sulle donne in Italia che si sostanza nella parola femminicidio.

Le menti e gli animi sono stati scossi, molto scossi, di recente dalla vicenda di Giulia Cecchettin, ritrovata cadavere dopo una settimana di fuga del suo ex fidanzato, incapace di accettare la fine di un rapporto divenuto impossibile per la sua gelosia ed ansia di controllo.

Il Paese si è letteralmente mobilitato per questa ragazza uccisa da una mano conosciuta alla vigilia della sua brillante laurea in ingegneria biomedica. Una giovane la cui famiglia, straziata dal dolore e dalle perdite (un anno prima era morta la mamma di Giulia per un male incurabile), non si è abbandonata a esternazioni sopra le righe, fossero di rabbia o di dolore, ma ha incanalato il suo lutto in modo socialmente costruttivo e propositivo.

Dal padre, che imparerà a danzare sotto la pioggia, citando Khalil Gibran durante il funerale della figlia, a Elena, la sorella che ha rinunciato al silenzio e a quello che, in nome del politicamente corretto, viene definito dignitoso riserbo. No, Elena, poco più grande di Giulia, quella sorellina con cui aveva un legame stretto e speciale e con cui si era ripromessa di invecchiare, non è stata zitta. Risultando, per questo, subito scomoda e doppiamente quando ha chiamato in causa lo Stato “complice perché non condanna apertamente questi episodi, non dice le cose che dovrebbe, non rende sicure le donne”.

Uno Stato che non ha fatto, finora, tutto quello che avrebbe potuto e dovuto fare per combattere con convinzione la cultura dello stupro, figlia di una cultura patriarcale che ancora alberga tra noi, anche quando siamo “bianchi e di buona famiglia” e non possiamo essere additati come stranieri, clandestini. Diversi.

L’Espresso, settimanale storico e luogo di tante battaglie di civiltà, ha nominato Elena Cecchettin persona dell’anno. Certo si è trattato di una scelta divisiva che, proprio per questo, testimonia la difficoltà di liberarsi (o di volersi consapevolmente liberare) da pratiche incivili e criminali nei confronti delle donne, quelle stesse che Paola Cortellesi ha sapientemente rappresentato nel suo C’è ancora domani, campione d’incassi ai botteghini e di citazioni.

Questa storia di sorelle violentemente separate ci insegna molto della solidarietà, dei legami femminili.

“Mai più altre come Giulia” abbiamo letto all’indomani del ritrovamento del suo cadavere: purtroppo si è trattato di una vox clamantis in deserto visto che, dopo la giovane veneta, altre donne sono state vittime di mano maschile.

Nessuna di noi vuole essere Giulia. Tutte però abbiamo l’obbligo di essere Elena. Senza bavaglio. Mai nell’angolo, come e dove ancora qualcuno cerca di relegarci. 

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