Se alcuni gruppi etnici muoiono di COVID più di altri: perché? | Corriere dell'Italianità

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Se alcuni gruppi etnici muoiono di COVID più di altri: perché?

di Valeria Camia

Purtroppo il legame tra etnia e salute è noto e quindi preesistente la pandemia in corso. Basti ricordare che in Brasile le persone di colore hanno un’aspettativa di vita che è tre anni in meno rispetto ai bianchi, mentre in America, gli afro-americani vivono in media quattro anni e mezzo in meno rispetto ai bianchi. Il coronavirus ha però ingigantito tali differenze. In Gran Bretagna, ad esempio, i tassi di infezione nazionali sono oltre quattro volte superiori nelle comunità pakistane rispetto a quelli delle comunità bianche. Secondo l’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington, negli Stati Uniti una persona ispanica di 40 anni ha 12 volte più probabilità di morire per il virus rispetto a un coetaneo bianco, mentre i decessi tra gli afro-americani quarantenni sono nove volte più alti. Un recente studio condotto in Svezia ha mostrato che gli immigrati hanno molte più probabilità di morire rispetto ai nati in Svezia.

Affrontare queste disuguaglianze – e ridurre l’impatto del COVID-19 sulle comunità di etnie minoritarie – è una questione di giustizia razziale e un imperativo per ogni società che voglia fare di equità e giustizia i propri pilastri. La strada è lunga però, perché, come vari e recenti studi mostrano, la riduzione delle disuguaglianze strutturali non porterà necessariamente a un equilibrio tra i decessi causati dal coronavirus. Le condizioni socio-economiche, pur svolgendo un ruolo evidente e aggravante sulla mortalità causata dal virus, non spiegano sufficientemente come mai i bianchi si salvino di più. 

Dimmi quanto povero sei e ti dirò come ti ammalerai

West Garfield Park è uno dei quartieri più poveri di Chicago: molte case sono abbandonate, così come negozi e fabbriche; il tasso di violenza minorile è molto alto e anche il possesso di armi tra la popolazione. Obesità, problemi cardiaci e diabete sono problemi “comuni”, al punto che le complicazioni cardiache costituiscono la prima causa di morte in questa parte dell’America. Qui, dove risiedono prevalentemente afro-americani, la probabilità di morire per arresto cardiaco è due volte più alta di quella che hanno i bianchi che risiedono in zone “bene” della città. Non solo. In sobborghi come quello di West Garfield Park, i decessi per coronavirus sono statisticamente più significativi che nei quartieri residenziali. Dall’altro lato dell’Atlantico, la situazione non è diversa. In Galles, dove abitano numerose comunità di pakistani e di bangladesi e i livelli di povertà sono tra i più altri del Paese, la popolazione ha il doppio di probabilità di morire di COVID-19 rispetto a chi abita nelle zone più benestanti del Paese. 

Due fattori aiutano a spiegare l’impatto sproporzionato del COVID-19 sulle minoranze etniche. In primo luogo, c’è una questione di probabilità di esposizione al virus: in molti Paesi occidentali le minoranze etniche sono occupate spesso in lavori che le mettono a regolare e stretto contatto con il pubblico, aumentando il rischio di infezione: si tratta di personale per le pulizie, lavoratori in catene di ristorazione e nel settore del turismo, ad esempio. Le minoranze etniche sono anche più propense a vivere in zone disagiate dei centri cittadini e in appartamenti affollati e multigenerazionali, il che aumenta il rischio di diffusione del virus. Secondo un’indagine pubblicata lo scorso settembre dal governo britannico solo il 2% delle famiglie bianche britanniche in Inghilterra ha meno camere da letto del necessario, contro il 30% circa delle famiglie del Bangladesh, il 16% delle famiglie pakistane e il 15% delle famiglie provenienti dall’Africa. In secondo luogo, deve essere considerato lo stato di salute generale di alcune minoranze etniche, più povere, che fanno più frequentemente uso di cibi pronti e alimenti surgelati meno salutari. I dati medici messi a disposizione dalla comunità scientifica delineano infatti come le minoranze etniche soffrano di condizioni di salute preesistenti, quali il diabete e le malattie cardiache, che aumentano il rischio di complicazioni da coronavirus.

Le condizioni socioeconomiche non spiegano pienamente le disparità razziali in materia di salute. 

Come scrive Zubaida Haque in un editoriale per The Guardian, non esiste un solo gene per essere asiatico o nero, quindi l’insorgenza di certe patologie non è necessariamente il risultato della biologia: “è più probabile che sia il risultato di circostanze – dove vivi, cosa puoi permetterti di mangiare, quanto spazio verde hai a disposizione, quanto esercizio fisico sei in grado di fare, e stress e tensioni della tua vita.” Le disuguaglianze economiche e sociali preesistenti hanno fatto sì che alcuni gruppi etnici minoritari siano stati colpiti dal virus in modo peggiore di altri.

Un virus che discrimina tra le etnie

Eppure, il livello di povertà da solo non spiega i decessi causati dal virus. Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica della Gran Bretagna, dopo aver controllato per fattori quali la residenza in aree densamente popolate, condizioni mediche preesistenti, povertà e tipo di lavoro, gli uomini del Bangladesh hanno comunque un rischio di soffrire di complicanze causate dal COVID che è ancora quasi una volta e mezzo superiore a quello degli uomini bianchi della stessa età. 

Allarmanti sono anche i risultati di un studio del British Medical Journal, secondo il quale più della metà delle donne incinte, ricoverate in ospedale con il COVID-19 in tutto il Regno Unito tra inizio marzo e metà aprile scorso, provenivano da un gruppo di minoranza etnica.

La questione dei rischi di salute per certi gruppi etnici più di altri non riguarda solo il COVID. Il cancro è un esempio di una malattia la cui prevalenza non può essere spiegata solo da fattori socioeconomici. Ne abbiamo parlato sullo scorso numero del Corriere dell’italianità, riportando la testimonianza del Premio Nobel per la medicina Harold Varmus. In numerosi studi raccolti in nazioni occidentali è stato rilevato che le persone che provengono dal continente africano hanno tassi di cancro allo stomaco e alla prostata molto più elevati rispetto ad altri gruppi etnici, mentre le donne asiatiche hanno più probabilità di qualsiasi altro gruppo di contrarre il cancro alla bocca. E le donne afro-americane negli Stati Uniti non hanno più probabilità delle donne bianche di ammalarsi di cancro al seno, ma hanno molte più probabilità di morire per questo. Durante la prima ondata della pandemia di coronavirus le minoranze etniche hanno rappresentato l’11% dei ricoveri ospedalieri in Gran Bretagna, e il 36% di quelli che hanno ricevuto cure intensive. 

Sempre più studi indicano nella disuguaglianza razziale un aspetto urgente dell’epidemia, ma i governi cosa fanno?

Purtroppo non va dimenticato, se non altro per una questione di (in)giustizia sociale, che tra le cause che portano certe minoranze a morire di COVID più di altre vi è anche il problema della  “legittimità di soggiorno”. Questo riguarda tutti gli immigrati illegali in un certo territorio, che non possono sottoporsi ad adeguate visite mediche. Per far fronte a questo problema alcuni governi si stanno organizzando, ad esempio offrendo checkpoint e controlli in “spazi neutri” come le chiese, secondo quando riportano i giornali americani.

Cultura e anche razzismo, non razza

Se da un lato le condizioni di salute precedenti all’ospedalizzazione possono spiegare i maggiori decessi tra certi gruppi etnici, un ruolo importante (ed esplicativo) è svolto anche dalla dimensione che definiamo qui come “culturale”, che tocca anche il razzismo. 

Anzitutto va detto che le popolazioni di alcune etnie sono meno propense a farsi visitare. Molti, tra le popolazioni indigene in Brasile, ad esempio, sono riluttanti ad andare in ospedale, come riporta il The Economist che cita le parole di Elivar Karitiana, della tribù Karitiana, che lavora per il sistema sanitario indigeno nello stato amazzonico di Rondônia: a fronte di ospedalizzazioni conclusesi con decessi a causa del covid, non di rado gli abitanti di villaggi indigeni incolpano i medici che “hanno ucciso i pazienti, mettendogli un tubo per la respirazione.” La paura di affidarsi al sistema medico si riscontra anche nei Paesi occidentali: le cifre mostrano che in Gran Bretagna le donne bianche si sottopongono a screening cervicale più frequentemente che donne di origine asiatica. Dai sondaggi, si rileva che molte donne di minoranze etniche non fanno lo screening per la paura di ciò che potrebbe essere trovato e a causa dell’imbarazzo di essere visitate da un medico maschio. Uno studio dell’America’s National Bureau of Economic Research del 2018 ha scoperto che gli uomini afroamericani sono meno proni a sottoporsi a visite e screening medici se sono visitati da dottori caucasici.

Di certo non aiuta l’accrescimento della fiducia nelle strutture mediche il fatto che, come rilevato da studi americani, negli Stati Uniti, quando un uomo di etnia afro-americana entra in un ospedale con un attacco di cuore, la probabilità che egli riceva un trattamento chiamato angioplastica entro 90 minuti è di un terzo inferiore rispetto a un concittadino bianco. Altri studi, riporta il dossier pubblicato recentemente da The Economist, dimostrano che i pazienti afroamericani ricevono anche meno antidolorifici. Un esperimento dell’Università della Virginia ha scoperto che sono a volte i medici stessi, soprattutto se bianchi, a speculare e sottovalutare la percezione del dolore degli afroamericani, pensando addirittura che il loro epidermide sia “più spesso”. 

Fanno riflettere i dati raccolti dall’Institute of Global Health dell’University College di Londra: mostrano che l’esposizione cronica alla discriminazione danneggia la loro salute, in particolare in quanto aumenta gli ormoni dello stress. L’impatto del razzismo sulla salute è equiparabile, secondo lo studio, a quello dell’esposizione continua ad alti livelli di inquinamento dell’aria. Potrebbe essere quindi che certe etnie, che sono soggette a discriminazioni razziali, si ammalino più gravemente perché il loro sistema immunitario è già stressato?

La questione del perché le minoranze sembrano essere più a rischio di morire di Covid-19 è controversa.

E se fossero (anche) i geni?

Infine, va ricordato che, oltre agli studi secondo i quali etnia e reddito sono fattori esplicativi del contrarre e morire di COVID, altre ricerche suggeriscono di aggiungere complessità esplicativa. Biobank, ad esempio, ha raccolto una serie di dati sui malati di COVID-19 e, pur controllando per disparità sociali, malattie pregresse e etnia, lo studio non è stato in grado di definire quali predittori possano spiegare perché alcuni si ammalano (di più) del virus rispetto ad altri. L’ipotesi, sulla quale si sta facendo ricerca, è che le differenze a livello di popolazione vadano cercate nella genetica della risposta immunitaria al sars-cov-2. Mettere al centro i geni è un’operazione discutibile, in quanto porta a distogliere lo sguardo dal ruolo dell’etnia e altri fattori socioeconomici. Tuttavia, gli scienziati che si occupano di genetica non mancano di far notare le diversità genetiche di popolazioni diverse in luoghi diversi. Ad esempio, nelle zone del mondo colpite dalla malaria, la selezione naturale ha portato a un aumento della prevalenza di un gene che fa sì che le cellule del sangue formino una strana forma di falce che protegge dalla malaria (il che aiuta a spiegare come mai oltre il 90% dei malati di falcemia in America siano afroamericani). 

Un quadro complesso, un unico imperativo 

Ad oggi, non è ancora chiaro per quale motivo alcuni gruppi etnici siano maggiormente colpiti dal COVID rispetto ad altri, se sia biologico, genetico, socio-culturale o (probabilmente) un mix di vari fattori, e un continuo impegno medico per comprendere come mai alcune etnie si ammalino più gravemente di altre è auspicabile. Così come è necessario che la questione trovi anche risposte politiche, che migliorino le condizioni sociali, economiche e umane che rendono alcune etnie – le più vulnerabili – ulteriormente esposte a certe malattie. 

Per quanti perseguono l’ideale di una società giusta e inclusiva, è un imperativo morale il chiedere che siano accresciuti gli investimenti nella sanità, nell’istruzione e nelle infrastrutture delle aree svantaggiate, così come gli investimenti in alloggi a prezzi accessibili e altre misure per aumentare la mobilità e consentire ai singoli di trasferirsi in centri dinamici che offrano posti di lavoro e redditi più elevati, quindi accesso a equi trattamenti medici. Perché, se anche la situazione socio-economica non causa la morte da COVID, certamente essa ne accresce il rischio.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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