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Politica estera

Se Hong Kong “dimentica” la democrazia

In foto: Joshua Wong

Il fatto che Pechino stia fagocitando nel suo sistema Hong Kong è un’amara realtà da tempo. Confermata dalla recente notizia dell’ulteriore condanna di Joshua Wong, attivista e politico dell’ex colonia britannica, fondatore del gruppo di attivisti studenteschi Scholarism ed ex-segretario generale del partito pro-democrazia Demosistō. Il 24enne deve scontare 10 mesi di reclusione per la partecipazione alla veglia del 4 giugno 2020 in ricordo delle vittime della repressione di Piazza Tienanmen, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989. In quella triste data nella piazza centrale di Pechino i carri armati dell’esercito cinese, per ordine del governo, spararono sui manifestanti che da giorni chiedevano alla Cina comunista riforme democratiche ed economiche.
La veglia su quei tragici fatti è stata vietata -per la prima volta- proprio nel 2020, adducendo come motivazione il rispetto delle restrizioni per la pandemia del Covid-19. Nonostante ciò, tantissime persone hanno acceso migliaia di candele in tutta la città per commemorare in modo pacifico le vittime della strage. Eppure, 47 attivisti tra cui Wong – che intanto sta già scontando 13,5 mesi per un’altra manifestazione antigovernativa non autorizzata risalente al 21 giugno 2019- sono stati accusati di agire contro la sicurezza nazionale. Alla domanda se la commemorazione delle vittime potesse violare la legge sulla sicurezza, la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, aveva affermato che era “importante” mostrare rispetto al Pcc (Partito Comunista Cinese).
Per cancellare il ricordo
Con Wong in carcere, la strategia di Pechino per dominare su Hong Kong si fa sempre più veloce e spregiudicata. Secondo quanto denunciato da alcuni abitanti dell’ex colonia tornata alla Cina nel 1997, la radiotelevisione pubblica Rthk sta cancellando tutti i programmi che parlano delle manifestazioni del movimento per la democrazia che si sono tenute nel 2019 e che hanno visto la partecipazione di milioni di persone. Stessa sorte per tutte le testimonianze audio e video che riguardano la “Rivoluzione degli ombrelli” del 2014, quando per 79 giorni si tenne una protesta pacifica volta a ottenere il suffragio universale. La pulizia in atto riguarda anche i contenuti presenti su YouTube e altri social. Un’operazione che vuole cancellare la democrazia dalla memoria. I cittadini sono corsi ai ripari creando copie dei reportage e dei dibattiti per evitare che scomparissero. Basterà?
Le reazioni nel mondo e la risposta cinese
“Quello che abbiamo visto negli ultimi anni è una Cina che agisce in modo più repressivo in casa e più aggressivo fuori dai suoi confini”, ha avvertito il segretario di Stato americano Antony Blinken, rilanciando sia la denuncia della repressione della minoranza musulmana degli uiguri nello Xinjiang come “un genocidio”, sia la stretta del Dragone su Hong Kong. Concorda con il politico statunitense la prima ministra neozelandese, Jacinda Ardern, che ha sottolineato le grandi differenze tra le due realtà sottolineando quanto il ruolo della Cina nel mondo continui a crescere e a cambiare, “mentre le differenze fra i nostri due sistemi diventano più difficili da riconciliare”, ha detto. Hanno usato toni duri e aspri i ministri degli Esteri del G7 a Londra che in una dichiarazione congiunta accusano Pechino di violazione dei diritti umani, dallo Xinjiang al Tibet, fino a Hong Kong. La risposta del Dragone è sempre la stessa e suona così: “questi sono affari interni, che non devono riguardarvi”. Alla luce però dello stop alla ratifica dell’accordo sugli investimenti Ue-Cina annunciato da Bruxelles dopo le contromisure cinesi alle sanzioni europee sulle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, il colosso asiatico smorza i toni e, come annunciato dal portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, è pronto “alla comunicazione e al coordinamento”. Forse il mito dell’invincibilità di Pechino, sbandierato dal presidente Xi Jinping, comincia a scricchiolare.

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