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Senza parità nella governance, le donne non contano

“Donne in bicicletta” è l’ultimo libro della giornalista italiana Antonella Stelitano, presentato recentemente anche alla trasmissione “Alice” della RSI (18 aprile scorso). Ci hanno colpito, nelle parole di Stelitano, gli stereotipi che circondavano e, in parte permangono, legati al ciclismo al femminile (“Ci sono stati giornalisti che hanno definito le cicliste “il terzo sesso” o addirittura “ripugnanti” quando non matte, stravaganti, indecenti”), l’oblio a cui erano condannate le atlete (“A volte nemmeno si conoscono i loro nomi”), ma anche la forza, passione e determinazione di queste donne, soprattutto in un periodo storico quando non si poteva certo “googlare” un po’ per conoscere tutto di loro.

Antonella Stelitano, possiamo definire “Donne in bicicletta” un libro emancipatorio?

Il libro racconta certamente anche una storia di emancipazione femminile perché come i tanti chilometri percorsi dalle donne in bicicletta sono stati tanti anche i chilometri percorsi in un ideale cammino di emancipazione femminile. Non è un caso se molte delle prime paladine per i diritti delle donne avessero, già a fine ‘800, inteso la portata rivoluzionaria del ciclismo. Io ho cercato di mettere insieme il filo della storia di questo rapporto: racconto una storia su due ruote che racconta anche una storia delle donne.

La crescita della popolarità dello sport “al femminile” è un fatto relativamente nuovo. Anche in Italia abbiamo assistito a un’evoluzione in questo senso. In alcuni sport, le protagoniste femminili si contendono i favori del pubblico con gli atleti. Eppure le discriminazioni di genere, anche a livello sportivo, permangono. Penso alla questione della parità salariale, della tutela nel periodo di maternità e del riconoscimento dello sport femminile come professionismo. 

Ci sono ancora grandi differenze tra l’universo sportivo al maschile e quello al femminile. Partiamo dal presupposto che lo sport non nasce per le donne. Lo stesso De Coubertin restò sempre ostile alla partecipazione delle donne ai Giochi Olimpici; tanto per citare una sua frase: “Questo scompiglio non è fatto per le donne; se mai esse volessero cimentarsi, che ciò avvenga nel loro privato”. Io credo che oggi dobbiamo valutare la situazione in base a tre parametri: la pratica sportiva, la presenza in mestieri legati allo sport e la governance.

Per capire la distanza tra uomini e donne bisogna vedere non solo i dati sulla pratica sportiva, che oggi tendono a equivalersi, ma anche i dati sulla governance. Se per la pratica siamo circa al 50%, nella governance le donne presenti all’interno del mondo sportivo (CONI, federazioni ecc.) non raggiungono talvolta il 20%. Pensiamo che nella storia delle federazioni sportive italiane, ad esempio, su oltre 600 presidenti che si sono intervallati fino a oggi, c’è solo un caso di una donna arrivata a questa carica. Certo, vi sono degli obblighi di “quote rosa” all’interno delle strutture federali, ma l’obiettivo del Comitato Olimpico Internazionale di arrivare alla parità entro il 2020 davvero è impossibile da realizzare. Finché non ci sarà parità nella governance non possiamo aspettarci che le cose cambino. Non è una questione di essere più o meno brave degli uomini, per carità! Semplicemente al governo dello sport manca il punto di vista della metà dei suoi praticanti. Tutto qui.

Nike ha lanciato la campagna “Nulla può fermarci” nella quale giovani sportive professioniste sono le protagoniste e i loro volti mixati a volti di atlete emergenti o che fanno sport a livello amatoriale. L’obiettivo, tra gli altri, è anche cambiare la mentalità per cui esisterebbero sport da maschi e sport da femmina. Cosa si sta facendo al riguardo in Italia?

A livello di pratica sportiva direi che oramai una ragazza può provare tantissimi sport, e non vedo grossi problemi. Un’opportunità che si sta facendo spazio in questi ultimi anni è quella delle gare per squadre miste: pensiamo al nuoto sincronizzato, allo sci, al ciclismo, tanto per fare un esempio. Competizioni con squadre miste sono un bell’incentivo in questo senso.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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