Shakespeare siciliano? Una commedia degli errori… | Corriere dell'Italianità

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Shakespeare siciliano? Una commedia degli errori…

Non è che non mi renda conto che la cosa potrebbe un tantino urtare, lì oltre il canale della Manica. Ricordo che ribollii alquanto quando decenni fa, in un’isoletta della ex Jugoslavia, mi trovai  allibita di fronte a una presunta “casa natìa di Marco Polo”, “caparbiamente” considerato originario di Venezia. Quindi, come direbbe William Shakespeare, “non si può giudicare col dolore degli altri” nel mio caso non sarebbe applicabile perché capirei perfettamente come ci si possa sentire. Oddìo, dire che il più grande drammaturgo mai esistito – pare che Amleto sia il personaggio più citato nella letteratura di ogni tempo dopo Gesù – abbia origini siciliane sarebbe come pretendere da noi italiani di accettare che Dante abbia avuto i natali, che so, a Parigi, cosa ben più grave della disputa sul celebre viaggiatore.

Del resto in questa sede non tireremo conclusioni, nonostante una serie di circostanze alquanto curiose . Diciamo che ci limiteremo a raccontare una storia, poi ognuno sarà libero di pensarla come vuole. Fatto sta che successe, negli anni del fascismo, che il giorno seguente a una delle visite a Roma del grande statista Winston Churchill, il duce ordinò l’immediata chiusura dell’Accademia Nazionale Shakespeariana, nata a Reggio Calabria su iniziativa degli studiosi seguaci di un giornalista che si chiamava Santi Paladino. Questi nel 1927 aveva iniziato una serie di approfondimenti nati da un libro del 1549 che aveva trovato nella nutrita biblioteca di suo padre a firma di un tale Michel Agnolo Florio: “I secondi frutti”.

I libri antichi, come scrigni preziosi, capita che celino tesori inattesi: mai quanto quelli che il buon Santi vi trovò, ossia una serie di assonanze e frasi identiche con tante opere di Shakespeare. L’ipotesi che lo sconosciuto scrittore italiano avesse derubato il grande scrittore inglese di idee e parole fu immediata, ma le date non tornavano, in quanto quel volume precedeva di un bel pezzo le opere del bardo. E da qui la ricerca e gli studi. Pare che quel Michel Agnolo fosse figlio di tale Giovanni Florio, coltissimo medico di Messina sposato con Guglielma di Crollalanza e di fede calvinista; e che per aver pubblicato dichiarate accuse alla chiesa cattolica fu costretto a fuggire in Veneto con moglie e figlio, dove fece da precettore in varie corti, tra Padova, Verona e, guarda un po’, Venezia, dove un nobiluomo aveva ucciso la moglie Desdemona per gelosia. Pare che la fuga del giovane a Londra –  che aveva avuto tra i suoi compagni di studi a Padova due studenti danesi dai nomi decisamente amletiani, Rosencrantz e Guildenstern – sia nata dal suicidio della sua innamorata, una certa contessina Giulietta, che venne rapita dal governatore spagnolo, il quale accusò del sequestro il giovane Crollalanza perchè  convinto anticalvinista. E a Londra prese – pare – il nome della mamma tradotto in inglese (ShakeSpeare vuol dire proprio “scuoti la lancia” tantoché prima del 1600 nelle sue opere il nome veniva indicato col trattino).

A Londra viene il bello. Non solo l’ambientazione di gran parte delle sue opere è in città italiane dei cui luoghi c’è dovizia di particolare, compresa Messina, dove si trovano i suoi Antonio e Cleopatra. Ma anche non è mai stata trovata traccia di alcun William Shakespeare sia nei registri delle scuole della sua città natale, Stratford-upon-Avon, che nella lista di soci di un club notoriamente da lui frequentato; mentre ne risulta- in quest’ultima, il solito Florio. E di lui Shakespeare si racconta avesse un accento marcatamente straniero.  Tracce che mettono dubbi sono disseminate nelle sue opere: nel Mercante di Venezia il Bardo rivela una approfondita conoscenza della legislazione veneziana del tempo, completamente diversa da quella vigente in Inghilterra e che nessun inglese del tempo poteva conoscere così bene. E la celebre commedia “Molto rumore per nulla” è la trasposizione perfetta di “Tantu trafficu ppi nenti”, commedia giovanile del Florio. Potremmo continuare, ma gli spazi sono stretti: certo è bizzarro che il figlio di un pellaio di scarpe londinese analfabeta – seppur benestante- abbia avuto una formazione culturale degna di un nobile. E che di molti documenti si siano perse le tracce, assenze coperte da laconici “la vita di Shakespeare è avvolta di mistero”.

Sarà. Abbiamo detto che non traiamo conclusioni. Il grande Andrea Camilleri ebbe a dire che secondo lui queste prove non erano sufficienti a sostenere questa tesi così rivoluzionaria e audace, perché mancava troppa Sicilia, nella bellezza ma anche nei  truci “incaprettamenti”; ma che davvero gli sarebbe piaciuto assai che Shakespeare fosse un picciotto come lui. Del resto una cosa in comune, a parte la straordinaria capacità narrativa e  evocativa (Camilleri è stato anche uno dei più grandi sceneggiatori italiani) i due ce l’avevano: i doppi sensi, specialmente quelli un po’ birbanti, chiamiamoli così, se non addirittura con una forte carica erotica, le metafore, i giochi di parole. Il fatto vero è che forse Camilleri era uno scrittore tra i più tradotti in tutto il mondo e se avesse avallato le tesi di Santi Paladino e del buon Martino Iuvara (un professore che ha dedicato gli ultimi  dieci anni della sua vita a sostenere questa tesi) un po’ di nemici se li sarebbe fatti. Dove si trova ora magari avrà saputo la verità. E immaginarceli insieme, con la coppola e un cannolo in mano a raccontarsi le storie, confessiamo che piacerebbe assai anche a noi.

 

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Stefania De Toma

È divulgatrice culturale da quando, bambina, organizzava recite e giornali scolastici. Da allora non ha mai smesso di condividere le sue passioni legate al'arte, alla letteratura , all'ambiente, pur ... Vedi profilo completo

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