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Economia EVIDENZA

Siamo a rischio blackout

di Marco Nori, Ceo di Isolfin

Qual è la più grande minaccia planetaria oggi? La pandemia, la guerra, la diseguaglianza sono eccellenti candidati, ma a mio parere la sfida più grande dei prossimi decenni sarà la carenza di energia, fattore dal quale dipenderanno le sorti delle sventure elencate qui sopra. Sembra essere dello stesso parere anche il presidente della Confederazione Guy Parmelin: “Oltre alla pandemia, una carenza di energia è la più grande minaccia per l’approvvigionamento della Svizzera”, ha recentemente dichiarato.
“Tutti noi, la Confederazione e l’economia, possiamo e dobbiamo prepararci a un tale scenario. Cari imprenditori, potete dare un contributo fondamentale per affrontare al meglio tale crisi e ridurre così al minimo le ripercussioni negative”, ha rincarato il delegato all’Approvvigionamento economico della Confederazione, Werner Meier.
Si intende penuria di energia elettrica, a uso domestico e industriale. Se questo dovesse accadere i primi a vederne gli effetti sarebbero le case private, a cui verrebbe razionata l’elettricità a diverse ore del giorno, le aziende, che avrebbero cali nella produzione con conseguente impennata dei prezzi e tanti altri settori energivori come i trasporti: i treni e i tram verrebbero ridotti, riducendo gli scambi e ingolfando le strade.
L’energia a singhiozzo sembra uno scenario irrealistico da terzo mondo o da guerra civile, ma è qualcosa che occorre tenere in considerazione in questo momento di transizione energetica.
Migrare dal petrolio alle rinnovabili, per il momento, alimenta questa incertezza. La ragione è nella produzione, ma soprattutto nello stoccaggio. Del petrolio sappiamo con certezza quanto ne resta da estrarre, quanto ne abbiamo messo da parte e dove trovarlo in futuro. Il mondo è ancora intriso di petrolio, solo che in alcune zone, a parte gli immensi costi ambientali, è pragmaticamente troppo costoso estrarlo. Del sole invece chissà quanto ce ne sarà il mese prossimo, e del vento possiamo prevedere ancora meno. Sappiamo che il Sahara sarà sempre assolato, ma trasportare l’energia riporta sul piatto la questione scottante dello stoccaggio. Il petrolio si può conservare in contenitori o trasferire a grandi distanze attraverso oleodotti, e quindi permette la pianificazione; l’energia prodotta dalle rinnovabili è immessa subito in rete e deve essere consumata o cala rapidamente, non permette la pianificazione.
La Svizzera e soprattutto il Ticino che hanno una produzione elettrica in gran parte proveniente dall’idroelettrico sono relativamente in una buona posizione, ma anche l’acqua subisce dei sobbalzi dovuti al clima.
Nonostante gli sforzi che possiamo fare come consumatori per ridurre il nostro impatto, la nostra società sarà sempre più energivora, è nella natura stessa della sua crescita attuale. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti tengono conto di questo aumento della domanda, ma non di come provvedere a selezionare fonti di energie sostenibili che permettano la pianificazione, in sostanza perché per ora non ce ne sono. Gli scenari sono per lo più calcolati su modelli basati su un mondo “calmo” e non in una nuova crisi come potrebbe essere un anno poco ventoso in un ipotetico mondo che fa dell’eolico l’energia principale. Un anno così potrebbe essere apocalittico in una maniera in cui il 2020 della pandemia farebbe sorridere.
La questione dello stoccaggio è l’elefante nella stanza. L’idrogeno sembra una soluzione praticabile, ma oggettivamente ancora lontana a livello di impianti e di resa. Teniamo le dita incrociate che il vento continui a soffiare e che l’idrogeno faccia passi da gigante.

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