Sindrome post traumatica da Coronavirus: guariti e depressi | Corriere dell'Italianità

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Sindrome post traumatica da Coronavirus: guariti e depressi

Alla notizia della decisione della Confederazione di prolungare le restrizioni fino almeno al 27 aprile non tutti si sono rammaricati. Qualcuno, anzi, ha addirittura tirato un sospiro di sollievo: meno male, altri quindici giorni a casa tranquilli, senza code in autostrada, senza treni strapieni, senza sveglia al mattino. Cosa ci sta succedendo?

La medicina conosce bene i meccanismi con cui la mente risponde alle diverse prove della vita e una delle patologie più studiate dalla psichiatria si chiama appunto “sindrome post traumatica”. Il trauma è sotto gli occhi di tutti, rappresentato non solo da immagini estreme come quelle dei camion militari carichi di bare che escono nella notte dagli ospedali di Bergamo e Brescia, ma anche dai centri commerciali chiusi, dai telegiornali che non parlano d’altro, dai visi coperti dalle mascherine.

C’è poi il trauma di chi è ormai da settimane senza lavoro, che vede assottigliarsi i risparmi e non vede ancora arrivare gli aiuti di Stato. Il trauma degli anziani lasciati soli per evitare i contagi. Il trauma dei bambini di colpo chiusi in casa e privati della vita di scuola e delle feste di compleanno. Il trauma di medici e infermieri sommersi dallo tsunami di pazienti che ha travolto i loro ospedali. E via dicendo.

Credo che la nostra sindrome post traumatica avrà forme diverse. Qualcuno si ributterà nel lavoro fino a sfinirsi, un po’ per la necessità reale di recuperare le perdite economiche accumulate, ma un po’ anche per dimenticare lo spavento e lo scampato pericolo.

Qualcun altro farà molta fatica a riprendere il ritmo, invece, e quasi rimpiangerà la quarantena, quando tutto si era finalmente calmato, ci si poteva telefonare per il piacere di far due chiacchiere senza fretta, alle spacconate di Salvini e Renzi era stato messo il silenziatore e c’era molto più tempo per leggere, per cucinare, per curare le piante sul terrazzo.

Qualcuno comincerà forse a riflettere sul fatto che il Coronavirus ha però avuto anche qualche merito, poverino, facendo vedere con molta chiarezza l’esagerazione e l’inutilità di certi comportamenti diventati ormai normali. È proprio necessario tutto quello che compravamo al supermercato ogni sabato? Ha senso andare in un’altra città, anche all’estero magari, solo per un week end? Non abbiamo forse un po’ troppi tablets e non facciamo un po’ troppi selfie?

Brutti cattivi quegli olandesi che votano contro i Coronabond! Ma non sarà che anche noi italiani stiamo diventando indifendibili col nostro debito pubblico che continua ad aumentare qualunque sia il colore del governo in carica?

E a proposito di bisogno di riflettere e di smetterla di parlare ad ogni costo, come cambieranno le ondate di contenuto dei così detti “social networks”? Per esempio, dove sono finiti i NoVax che urlavano davanti alle scuole e alzavano cartelli contro la vaccinazione dei loro figli? Come mai adesso di colpo tutti dicono che l’unica soluzione per fermare la pandemia è la disponibilità di un vaccino?

E dov’è finita la Chiesa? Non voglio offendere i sentimenti religiosi di nessuno e mi scuso in anticipo se qualche mia parola potrà disturbare qualche lettore, ma il silenzio della Chiesa (e dei rappresentanti religiosi in generale) è stato abbastanza stupefacente. In effetti, un po’ come nei Promessi Sposi, viene da chiedersi dove sia finita la divina provvidenza davanti a queste file infinite di morti senza funerale e senza conforto. Viene da chiedersi se il Coronavirus faccia anche lui parte delle “meraviglie del Creato” decantate per secoli da preti, rabbini e iman di ogni latitudine. Fratello sole e sorella luna, diceva il buon San Francesco. E il Coronavirus che grado di parentela ha con noi? Forse è davvero meglio cercare il vaccino e non pensarci troppo. In fondo abbiamo sempre dovuto arrangiarci da soli.

Il pericolo vero quindi, rimane a mio modesto avviso la depressione post pandemia. Il rischio che ci sembri tutto inutile e che saltino i valori e le priorità.

Faccio parte di un’associazione che si chiama Gomitolorosa e che da anni recupera le lane delle nostre pecore per salvarle dalla distruzione e riciclarle in programmi di lavoro a maglia negli ospedali. Bene, all’ultima riunione (in videoconferenza naturalmente) abbiamo dovuto ammettere di essere un po’ spaesati e di provare quasi un po’ di imbarazzo a parlare di recupero della lana quando ancora contiamo i morti da virus a centinaia al giorno. Capiterà lo stesso ai colleghi di altre associazioni? Ci sembrerà tutto meno importante di prima? Meno rilevante? Cominceremo a pensare che tanto poi arriva un virus qualunque e spazza via tutto il nostro lavoro e la nostra fatica?

A questo nuovo pericolo dobbiamo prepararci, prima di tutto guardandolo in faccia con lucidità, e poi parlandone, fra di noi e con gli altri, pensando a voce alta, senza paura di sembrare un po’ matti o un po’ depressi. Fino ad imparare a ripetere come un mantra: non sarà un dannato virus a spazzar via tutto il nostro lavoro e la nostra fatica. Domani si ricomincia da capo, cercando di fare ancora meglio di prima!

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Alberto Costa

Nato a Biella nel 1951, a Milano. Chirurgo oncologo. Ancora studente incontra l’oncologo Umberto Veronesi e insieme lavorano all’Istituto Tumori di Milano fin dal 1973, fondano nel 1982 la Scuola Euro ... Vedi profilo completo

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