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Solidarietà, oltre l’età dei muri

Il museo scalabriniano a Piacenza getta un ponte tra emigrati di ieri e immigrati di oggi

Gettare un ponte tra le emigrazioni italiane di fine ‘800 e le immigrazioni di oggi sulla rotta mediterranea non è necessariamente un delitto. Né una pretesa antistorica. Piuttosto, al netto delle contingenze specifiche, un dovere civico e morale. Che chiama in causa l’appello alla solidarietà tanto quanto la lotta a resistenze ideologiche – riassumibili nello slogan “Italiani brava gente” – ormai consolidate. Eppure, migrazioni economiche furono quelle degli italiani verso la Merica (scritta proprio così, senza la A iniziale, a testimonianza di un’incerta conoscenza della lingua) tanto quanto lo sono in massima parte quelle dei migranti che ogni giorno sbarcano sulle coste italiane, cullando il sogno di una vita altra.

Lo certifica il Mes (Museo Emigrazioni Scalabrini), inaugurato poche settimane fa a Piacenza in onore del vescovo mons. Giovanni Battista Scalabrini, testimone privilegiato di una stagione drammatica per il nostro Paese e difensore della causa dei migranti.

Il risultato è l’allestimento di un percorso multimediale in cui ci si ritrova immersi e che ripercorre la storia dell’epoca attraverso lo storytelling, ricorrendo – grazie ad una enorme mole di lavoro di archivio – sia al vissuto esperienziale dei primi migranti, sia alla ricostruzione della drammatica traversata atlantica sul piroscafo Giulio Cesare che, da Genova ad Ellis Island a Nuova York, accompagna milioni di italiani verso il Nuovo Mondo.

Difficile, tra lo sguardo fisso verso l’oblò dal quale traspare l’oceano in tempesta, così come dai tuoni che rimbombano sul pavimento sotto i piedi, mantenere il distacco da un’esperienza multisensoriale, concepita per favorire l’empatia e – al contempo – attrarre i giovani come target prevalente.

Ancora più difficile evitare il confronto con le condizioni di vita dei migranti odierni, suggerito, oltre che dal percorso museale, dalle parole di Lorenzo Prencipe, direttore del Centro Studi Emigrazioni di Roma (CSER), presente all’inaugurazione: “Si tratta di un’opportunità per i visitatori di rileggere il grande viaggio migratorio italiano che in oltre 150 anni ha portato quasi 30 milioni di connazionali sulle strade del mondo; migranti economici certo, ma anche esuli politici nel periodo fascista”. Un viaggio connotato, oltre che dalle spaventose condizioni della traversata oceanica, a causa del malsano affollamento di uomini, donne e bambini, dalla “segregazione in ghetti denominati ‘Little Italy’ una volta approdati, giustificata dall’inconciliabilità degli italiani con una moderna società dinamica.

L’opinione pubblica – prosegue Prencipe – ritiene l’italiano meno assimilabile e meno americanizzabile di altri immigrati e l’iniziale atteggiamento di anti-italianità si trasforma presto in vero pregiudizio razziale: sporchi, ignoranti, facili al coltello e mafiosi, gli italiani diventano nell’immaginario collettivo criminali incalliti. E’ evidente che tra 30 milioni di italiani ve ne furono anche di delinquenti, che nella mafia hanno trovato la scorciatoia per raggiungere il sogno americano. Quel che è meno accettabile è che gli Al Capone, i Frank Costello e i Lucky Luciano abbiano fatto dimenticare i tanti che si sono distinti per merito in ogni ordine professionale”.

Ecco allora, nell’ultima stanza dedicata alle migrazioni di oggi, il messaggio tralucere in tutta la sua portata: nell’età dei muri che – come ricorda lo storico Carlo Greppi – senza soluzione di continuità separa gli indesiderati dai privilegiati dal Ghetto di Varsavia alle città-barriera di Ceuta e Melilla, il compito della memoria storica non può più essere confinato a nostalgico ricordo di tempi andati, ma trasformarsi in prassi attiva di pacifica convivenza tra persone di diverse origine e tradizioni.

“Avete proprio fatto un gran lavoro, Gaetano – commenta il vescovo di Piacenza Gianni Ambrosio, rivolgendosi a padre Parolin che, assieme all’architetto Manuel Ferrari, ha lavorato per mesi all’allestimento. “Ma è stata dura – risponde lui. Speriamo che ne sia valsa la pena”. “Noi abbiamo seminato – conclude il vescovo. Adesso toccherà a qualcun altro innaffiare”.

 

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Pier Paolo Tassi

33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrive ... Vedi profilo completo

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