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Cultura

Tra Petronio e Renzo Piano c’è una millenaria tavola imbandita

di Alessandro Sandrini

Comincio questa avventura confidando nella benevolenza di una delle stelle più luminose e misteriose della cultura occidentale, quel Gaio Petronio cui è attribuita l’opera Satyricon, frammentario ed effervescente romanzo del I secolo d.C.

Tacito lo descrive come un aristocratico romano, proconsole in Bitinia, famoso per la magnificenza, il gusto fastoso e la dissolutezza dei costumi. Fu consigliere dell’imperatore Nerone e definito arbiter elegantiae, qualcosa di simile a un odierno influencer, ma su quanto nel I secolo riguardava “il padrone del mondo”. 

Accusato di cospirazione contro Nerone, preferì suicidarsi prima dell’arrivo dei suoi sicari; era il 66 d.C. 

Un anno prima, per simili motivi, Seneca si era suicidato, ma in modo stoicamente filosofico, ovviamente. Petronio, invece, lo fece lentamente, con eleganza, appunto, godendosi l’ultima serata a cena con gli amici, non speculando sull’immortalità dell’anima, senza sentenze filosofiche, ma solo con canti leggeri e versi facili, e denunciando i crimini del proprio imperatore (Annales, XVI, 18-19). 

Gianfranco Ravasi, nel suo Breviario sul Sole 24 Ore di qualche mese fa, citava la frase del Satyricon dove il poeta Eumolpo spiega di essere povero e malvestito perché Amor ingenii hominem umquam divitem fecit (83.9), ovvero che “con la cultura non si mangia”. In modo lapidario (è il caso di dirlo), Trimalcione, indecente liberto arricchito, durante la famosa cena, dettò questo epitaffio per il proprio monumento funebre: “Anche se venuto su dal nulla, lasciò trenta milioni di sesterzi, senza mai dare ascolto a un filosofo. Salute”. “Anche a te”.

Il concetto è largamente usato e abusato. Si ricorda un ex ministro dalla erre moscia al quale fu attribuito (falsamente) che “con la cultura non si mangia”. Senzadubbiamente anche Cetto La Qualunque sarebbe d’accordo.

Documentato è il suggerimento che il presidente Barak Obama diede ai giovani del Wisconsin, per incoraggiarli a seguire percorsi di studi che porterebbero a guadagnare più “di quello che potrebbero con una laurea in Storia dell’Arte”. Insomma, “con l’arte non si mangia” anche secondo colui che fu visto come nuova luce – un gigante rispetto agli odierni sorseggiatori di amuchina – dopo gli anni bui del volgare materialismo dei vari Bush.

È vero, nella maggior parte dei casi, con l’arte e la cultura è difficile “tenere famiglia”, anche se, come osserva Ravasi, la Cappella Sistina dà da mangiare a un sacco di gente.

Il Satyricon è sempre stato terreno di studi incrociati, crossover potremmo dire, dove filosofia e parodia, filologia e farsa, commedia picaresca e sociologia, cinema e poesia si incontrano e si mescolano, come in un piatto unico colmo di tanti cibi diversi. Un’opera variegata, agrodolce e spiazzante, gigantesca nelle sue suggestioni, aperta a tutto, a ogni sorpresa, come la cena di Trimalcione. Come lo fu la liberissima rielaborazione onirica del Satyricon di Fellini del 1969. Fellini dichiarò che per lui le parti più interessanti del testo latino erano i punti di sospensione che indicavano le lacune nel testo, perché queste gli permettevano di inserire immagini a suo piacimento: il risultato fu quello che lui stesso definì “un saggio di fantascienza del passato”, dove la descrizione di Petronio della società neroniana in decadenza si trasforma in una giostra circense di incubi sulla società odierna e del futuro, dove i personaggi vagano in un mondo di rovine e postriboli, in cui le antiche virtù romane si sono degenerate in una nuova società fatta di schiavi, liberti arricchiti, matrone ninfomani, omosessuali, pedofili, lestofanti, imbroglioni, ladri, ruffiani, prostitute e ubriaconi. Giordano Bruno e il marchese de Sade avranno incubi simili.

La versione felliniana fu pretesto di epigoni già durante la lavorazione: nello stesso anno uscì Satyricon, diretto da Gian Luigi Polidoro, con Don Backy, Franco Fabrizi e soprattutto con Ugo Tognazzi, nella parte di Trimalcione, quasi ad anticipare la Grande abbuffata di Marco Ferreri di tre anni più tardi. Nel 1970 vide la luce Satiricosissimo, grassoccia parodia di Mariano Laurenti, con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e una giovanissima, meravigliosa Edwige Fenech nelle minime vesti di Poppea, ultima moglie di Nerone.

Nel 1896, nel romanzo storico Quo vadis, lo scrittore polacco Henryk Sienkiewicz (Nobel per la Letteratura nel 1905) narrò la storia d’amore tra una schiava cristiana e un ufficiale romano. Anche qui vi è l’ultima cena di Petronio, ma Sienkievicz vi aggiunse dell’altro, poi ripreso del film Quo vadis di Mervyn LeRoy del 1951. Qui, Petronio (Leo Glenn), in punto di morte, dettava un’ultima lettera indirizzata a Nerone (uno stellare Peter Ustinov): “A Nerone, Imperatore di Roma, padrone del mondo, divino pontefice. So che la mia morte sarà una delusione per te, giacché volevi rendermi questo servigio tu stesso. Nascere sotto il tuo regno è una beffa atroce, ma morirvi è una gioia. Posso perdonarti di avere assassinato tua moglie e tua madre, distrutto la nostra Roma e ammorbato il nostro paese col lezzo dei tuoi crimini. Ma una cosa non so perdonarti: il fastidio di dover ascoltare i tuoi versi, i tuoi ridicoli canti, il tuo mediocre recitare. Attieniti alle tue specialità, Nerone, l’omicidio e il fuoco, il tradimento e il terrore. Mutila i tuoi sudditi, se lo vuoi, ma col mio ultimo respiro, ti prego di non mutilare le arti. Addio, non comporre più musica. Maltratta il tuo popolo, però non annoiarlo come hai annoiato a morte il tuo amico, il defunto Caio Petronio”.

Un’opera aperta”. Così Umberto Eco, definiva il Satyricon, capace di sopportare tutto e tutti, perché, come dice ancora Eco ne Il nome della rosa (per voce di Guglielmo da Baskerville), tutti noi “siamo come nani che vivono sulle spalle dei giganti”, cioè dei Greci e dei Latini. 

La frase, attribuita al filosofo del XII secolo Bernardo di Chartres, fu poi ripresa da molti, non ultimo da un recente ex ministro (sostenitore dell’esistenza di un “tunnel del Brennero”) per denigrare un ex alleato politico.

Ma per riconoscere la nostra filiale riconoscenza verso i giganti, è opportuno riportare le parole non di un immaginatore di tunnel, ma di Renzo Piano, costruttore di ponti veri, quando ci ricorda che “noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, tutti. E il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato una straordinaria, invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose. Articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme, e questo è un capitale enorme. E per questa italianità c’è sempre posto a tavola per tutto il resto del mondo”. 

Allora con la cultura forse si potrebbe davvero mangiare. Senza noia, con fantasia.

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