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Trasporti sostenibili. A tutto (eco)gas

Di Cristian Repetti

A piedi, in bicicletta, coi mezzi di trasporto pubblico (autobus, tram, sistema ferroviario metropolitano) e con quelli di trasporto privato condivisi (car pooling e car sharing) o, ancora, con una combinazione ibrida e virtuosa di vari mezzi e sistemi. Tutte soluzioni che rientrano nella cosiddetta mobilità sostenibile, che rappresenta una delle sfide più importanti della rivoluzione ecologica. Che non solo appare necessaria, ma dovrà anche essere radicata e radicale e il più possibile tempestiva.

L’espressione “rivoluzione ecologica”, nello specifico, indica diverse modalità di spostamento prevalentemente in aree urbane, in grado di diminuire gli impatti ambientali, sociali ed economici generati dai veicoli privati utilizzati in via esclusiva, e cioè l’inquinamento atmosferico, l’inquinamento acustico, la congestione stradale, l’incidentalità, il degrado delle aree urbane (causato dallo spazio occupato dagli autoveicoli a scapito dei pedoni), il consumo di territorio (causato dalla realizzazione delle strade e infrastrutture), i costi degli spostamenti (sia a carico della comunità sia del singolo).

TRASPORTI SOSTENIBILI
Nell’ambito della recente conferenza elvetica “Ripensare alla mobilità”, convocata dalla consigliera federale Simonetta Sommaruga e incentrata su possibili soluzioni da trovare per rendere i trasporti neutrali dal punto di vista climatico, a cui hanno partecipato oltre 500 persone, è emerso che, oltre all’utilizzo della tecnologia innovativa, è necessario studiare nuovamente e ridefinire le modalità di svolgimento del trasporto merci e passeggeri. Obiettivo: organizzare “catene neutrali climaticamente”. Nel 2019, come ha ricordato in una nota l’ARE – l’Ufficio federale dello sviluppo territoriale-, il 40% delle emissioni di CO2 in Svizzera era da ricondurre ai trasporti. Sommaruga ha sottolineato che oggi una mobilità rispettosa dell’ambiente è un compito globale con esiti ed effetti positivi il cui impatto va al di là di questo settore. In occasione della recente conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima, la COP26 di Glasgow, la Svizzera si è battuta per la riduzione delle emissioni di gas serra in tutti gli ambiti. La consigliera federale, inoltre, ha passato in rassegna le questioni politiche legate a una mobilità ecocompatibile, di cui si occupano sei uffici del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC). Queste vanno dall’abolizione dei privilegi fiscali per il diesel alla garanzia dell’approvvigionamento energetico, passando per lo sviluppo del cherosene sintetico.
All’evento in questione è intervenuto anche il ministro dei trasporti e delle comunicazioni finlandese Timo Harakka, che ha spiegato in un videomessaggio come il suo Paese intenda tagliare le emissioni di gas serra dei trasporti. Il politico ha evidenziato i punti in comune e le cooperazioni esistenti tra Svizzera e Finlandia nel settore delle innovazioni, citando quelle relative al progetto “Mobility as a service”. Alcuni esempi concreti provenienti da Helsinki, Tampere, Espoo e Lahti mostrano come le esigenze ecologiche, economiche e sociali possano essere conciliate a livello comunale. La Commissione europea ha riconosciuto questi sforzi e nominato capitale verde europea Lahti, il cui sindaco, Pekka Timonen, ha parlato in diretta durante la conferenza.

PRATICHE VIRTUOSE
Ampio consenso è stato ottenuto su un aspetto: secondo le stime, i sistemi di propulsione rinnovabili si affermeranno sul mercato in tempi relativamente brevi, purché lo Stato crei le condizioni quadro necessarie per rimanere al passo con il cambiamento tecnologico. L’avanzare della digitalizzazione permette di riorganizzare la mobilità: dalla guida autonoma a nuovi modelli per tariffe e biglietti fino a piattaforme che collegano diversi vettori e mezzi
di trasporto (ferrovia e strada) sia in modo fisico che digitale. Un approccio diverso alla discussione è stato dato dalla zoologa e antropologa viennese Elisabeth Oberzaucher, che ha fatto notare che il progresso tecnologico da solo non porterà a una svolta nei trasporti. Questa sarà possibile solo se verranno superati i modelli evolutivi che oggi rendono attrattiva la mobilità individuale motorizzata. Se il comportamento sostenibile diventasse a sua volta uno status symbol potrebbe trasformarsi in un obiettivo da raggiungere presso le masse, coinvolgendo trasversalmente diverse fasce della popolazione. Nel corso della conferenza è stato inoltre messo in mostra come gli sviluppi tecnologici si traducano in nuove possibilità per il trasporto merci, tra cui l’elettrificazione e i sistemi di trasporto sotterraneo. Come hanno sottolineato gli esperti, comunque, ciò, da solo, non sarà sufficiente per la decarbonizzazione del settore. Il mercato della logistica, infatti, dovrebbe essere ulteriormente sviluppato. Sarebbero necessarie più interfacce per consentire il collegamento dei diversi vettori di trasporto e una maggiore cooperazione tra i concorrenti. Al fine di alleggerire la pressione sulle città e sugli agglomerati, inoltre, dovrebbero essere creati dei “city hub”, dove le merci verrebbero trasbordate e raggruppate per essere poi consegnate nei quartieri urbani.

MOBILITÀ CONDIVISA IN ITALIA
“Per rendere più sostenibili le città i servizi di mobilità condivisa giocano un ruolo cruciale insieme al trasporto pubblico locale. Anche grazie all’evoluzione delle tecnologie digitali, la mobilità alternativa offre maggiori soluzioni per lo spostamento dei cittadini a minore impatto ambientale”. Queste le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, intervenuto alla quinta Conferenza nazionale sulla sharing mobility. In Italia la mobilità condivisa – che, come si è visto, rientra nelle principali forme dei sistemi di trasporto ritenuti eco-compatibili – ha ripreso a crescere dopo il blocco della pandemia: nel 2021 scooter, bike e monopattini per uso condiviso hanno superato i valori del 2019 pre-pandemia e il car sharing li sta raggiungendo in queste settimane. È quanto segnala l’Osservatorio nazionale sulla sharing mobility nel suo 5° Rapporto. Nella Penisola si contano 5.600.000 le iscrizioni ai servizi relativi al comparto (158 attivi in 49 città, il triplo del 2015). Circa 15 milioni di italiani possono utilizzare almeno un servizio, con quasi 90.000 veicoli in condivisione tra auto, scooter, bici e monopattini. Tuttavia – segnala la ricerca – le città dove sono presenti tutte e quattro le tipologie di veicoli con i relativi servizi di sharing sono solo quattro: Milano, Roma, Torino e Firenze. Tra il 2019 e il 2020 è stato registrato anche un boom di monopattini (+65%) e scooter (+45%). La cosiddetta “micromobilità” oggi costituisce il 91% dei veicoli in condivisione. Si conferma marcata, sottolinea ancora lo studio, la crescita dei noleggi giornalieri dei monopattini.

MILANO AL TOP, NAPOLI FLOP
La mobilità condivisa ha iniziato il suo cammino in Italia venti anni fa con la nascita dei primi due servizi di condivisione di bici e auto, rispettivamente a Ravenna e a Milano nel 2000 e nel 2001. Da quel momento, dietro la spinta delle continue innovazioni tecnologiche, è via via aumentata la sua presenza e il suo impatto sulle città e sul modo con cui le persone si spostano, soprattutto nelle aree urbane. Completando le caratteristiche dei tradizionali servizi di mobilità condivisa, le soluzioni offerte aumentano le possibilità di spostarsi anche senza la propria auto e, di conseguenza, consentono di ridurre le esternalità negative legate al suo uso. A oggi, Milano si conferma la città della sharing mobility per eccellenza. Il capoluogo lombardo è leader anche nella multi-modalità ed è primo in tutti e tre gli indicatori considerati: percorrenze, numero veicoli, numero noleggi. Seguono, nell’ordine, Roma, che cresce soprattutto in termini di flotte, Torino, e poi Bologna, Firenze, Bari, Genova. Nei primi 10 posti figurano, comunque, anche realtà urbane medio-piccole come Pescara, Rimini, Verona. Tra le metropoli, invece, resta indietro Napoli: non ha un servizio di scooter sharing e il car sharing è di piccole dimensioni. I dati sui noleggi giornalieri in Italia emersi dal rapporto preso in considerazione possono essere confrontati con lo Shared mobility index di Fluctuo, che tiene sotto osservazione 16 città europee: ebbene, il trend positivo registrato in sei città italiane monitorate (Milano, Torino, Roma, Bologna, Cagliari e Palermo) è in linea e addirittura migliore di quello europeo.

COSA RESTA DA FARE
Nell’arco degli ultimi cinque anni il peso medio di un veicolo in sharing è passato da 400 kg a 120 kg. Una tendenza che si spiega con la preferenza al noleggio di veicoli che non abbiano problemi di parcheggio, così da ridurre i tempi di percorrenza e azzerare, o quasi, gli impatti ambientali, trattandosi di veicoli senza motore o con motore elettrico. La sfida per il futuro, segnala il rapporto, sarà aumentare la diffusione della sharing mobility: più del 50% dei capoluoghi italiani non dispone ancora di un servizio. Occorre poi superare il divario Nord/Centro-Sud e svilupparla anche nelle città medio-piccole. Occorre, inoltre, “sostenere i servizi di sharing mobility con modelli simili a quelli con cui si sostiene il trasporto pubblico, ma con un volume di risorse di scala nettamente inferiore”. L’Osservatorio ha simulato quale sarebbe l’ordine delle risorse da impegnare, annualmente, per istituire un efficace servizio di bike sharing nei 76 capoluoghi che ancora non ne dispongono. “Mettere su strada – si legge – circa 35.000 biciclette in condivisione, servendo circa sette milioni di italiani in più rispetto a oggi, significherebbe aumentare la dotazione di risorse del Fondo nazionale per il trasporto pubblico locale di solo lo 0,5% all’anno”. Un’altra lacuna da colmare, segnalata dalle conclusioni del rapporto, è la mancanza attuale dei criteri minimi uniformi per la selezione degli operatori: il grado di sostenibilità ambientale dei veicoli, l’uso corretto e sicuro dei veicoli da parte degli utenti, la complementarità con gli altri servizi di mobilità e trasporto (in particolare il trasporto pubblico), la collaborazione nella creazione di piattaforme ad hoc, capaci di orientare quanto più possibile la selezione del/degli operatori su una base qualitativa, solo per fare qualche esempio. Non sono attualmente presenti, inoltre, standard sulla quantità e la qualità dei dati richiesti per il monitoraggio del servizio, così come le procedure per lo scambio di dati funzionali al controllo dei requisiti richiesti dalle amministrazioni in sede di procedura di valutazione e selezione degli operatori.

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