Tumore e gravidanza: quasi amici | Corriere dell'Italianità

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Tumore e gravidanza: quasi amici

di Francesco Meani, Direttore Clinico del Centro di Senologia della Svizzera Italiana

“Mi chiamo Martina (nome di fantasia) e ho 40 anni. Ne avevo 36 quando mi hanno diagnosticato un tumore al seno. Ero sposata da tre mesi; io e mio marito avevamo il progetto di una famiglia insieme, volevamo dei figli. Fin da bambina mi sono sempre immaginata che un giorno avrei avuto dei figli. Quando mi hanno comunicato la diagnosi il primo pensiero è stato quello di sopravvivere”.

La diagnosi di cancro ci trova sempre impreparati. La vita cui siamo abituati cambia improvvisamente e nel giro di una notte ci troviamo ad affrontare un nuovo scenario fatto di incertezze e paure. Si tratta di un mondo nuovo irto di difficoltà a vari livelli: emozionale, familiare, sociale e psicologico, ma al momento della diagnosi la preoccupazione principale rimane quella della propria sopravvivenza.

Esistono diversi tipi di tumore e possono colpire in momenti diversi della vita; la diagnosi nell’età normalmente associata alla gravidanza e alla maternità è un evento diverso da tutti gli altri: ancor più complesso, ancor più traumatico.

Circa il 7% di tutti i tumori al seno colpisce le donne giovani, in età fertile.

Nella società di oggi, dove le donne sono spesso impegnate in carriere professionali totalizzanti, la prima gravidanza arriva tardi, e dunque, purtroppo, sempre più spesso, la diagnosi in una giovane donna giunge in un momento in cui non ha ancora affrontato una gravidanza o ha figli piccoli; in questo modo, se possibile, le conseguenze di una diagnosi tumorale hanno un impatto ancor più devastante, non solo nella sfera personale, ma anche sulla famiglia e sul lavoro.

Gravidanza e tumore sembrano essere due concetti in estrema antitesi, come la speranza e la paura, la vita e la morte. Eppure, di questi tempi, questo paradosso sembra essere più attuale che mai.

Se da una parte i successi della medicina moderna hanno aumentato le chance di sopravvivenza, dall’altra i casi di diagnosi in epoca giovanile e dunque nell’età fertile, per motivi non ancora del tutto chiariti, sono sempre più frequenti. 

La conseguenza è che il numero di pazienti che si trovano ad affrontare una neoplasia o che l’hanno superata in una età in cui è ancora lecito desiderare di portare a termine una gravidanza è sempre più alto.

La domanda se la gravidanza dopo, o durante, un tumore sia pericolosa è sempre più’ frequente.

“Quando ho incontrato il mio oncologo, solo dopo l’intervento chirurgico” dice Martina “ho capito che quella era la fine del mio progetto di famiglia, cosi come l’avevo sognata”.

Per un medico e per una paziente, confrontarsi con questi i due estremi costituisce una delle esperienze in assoluto più’ difficili da gestire, sia nell’aspetto clinico che in quello emotivo, sia che si tratti di una diagnosi durante la gravidanza, sia che si discuta di una gravidanza dopo i trattamenti.

Queste situazioni per molti anni sono state trattate come evenienze rare, poco conosciute, classificate fra le esperienze più’ buie e sfortunate nella vita di una donna e gestite con fatalistico pessimismo, concentrandosi solo sulla cura del tumore e dimenticando l’aspetto della fertilità. Per molto tempo si è pensato, soprattutto nel caso di tumori ormonodipendenti, come spesso sono quelli al seno, che la gravidanza costituisse un rischio ingiustificabile nella battaglia per la sopravvivenza.

Oggi sappiamo che non deve essere cosi. Eppure sappiamo anche che spesso, ancora oggi, donne che hanno superato un tumore al seno vengono indotte, dai propri medici, a rinunciare al tentativo di concepire per la paura che la gravidanza possa incidere negativamente sulla loro prognosi.

Oggi sappiamo che tumore e gravidanza non è un ossimoro.

Sappiamo che la gravidanza dopo un tumore è possibile e che anche dopo un tumore al seno la gravidanza è sicura e non compromette la sopravvivenza. Una grande quantità di dati, accumulati negli ultimi 20 anni, ci conferma che non è pericolosa nemmeno per i tumori ormonodipendenti.

Sì, anche l’allattamento è possibile. 

Questa infatti è un’altra domanda frequente. L’allattamento non è pericoloso né per se stesse né per il neonato. Certo, sappiamo che può essere più impegnativo; ci posso essere difficoltà pratiche, legate alla necessità di allattare con un solo seno (spesso quello trattato, se ancora presente ed irradiato, non produce latte a sufficienza), barriere psicologiche, come il timore di non riuscire ad offrire la miglior assistenza possibile al proprio bimbo, o sociali, come pregiudizi imposti da famigliari, conoscenti e persino operatori sanitari. Così, solo una minoranza di madri riescono a portare avanti l’allattamento con successo, nonostante una iniziale forte motivazione personale. Tuttavia, negare a priori la possibilità di futuri concepimenti o di tentare l’allattamento è spesso un errore.

Medici e operatori sanitari dovrebbero, quando la situazione clinica lo permette, supportare quelle donne che dopo una diagnosi di tumore al seno desiderano cercare una gravidanza e allattare i propri bambini.

Dunque oggi ci è chiaro che, di fronte alla diagnosi di tumore in una giovane donna la preoccupazione principale non deve essere solo quella della sopravvivenza, ma fortunatamente deve essere anche quella, se possibile, di preservare la fertilità.

“Quando ho incontrato i medici che si sarebbero occupati di me e mi avrebbero aiutato a sconfiggere la malattia, non abbiamo parlato di fertilità” continua Martina “al momento la priorità era la vita, la fertilità non sembrava una priorità, anche se la fertilità per una donna è strettamente correlata al concetto di vita e di femminilità; Il mio desiderio di maternità in quel momento non è stato considerato nel modo giusto, nemmeno da me stessa”.

Ci sono questioni che la paziente deve poter discutere, già all’inizio del suo percorso, con grande serietà ed attenzione con il team di specialisti che si prende cura di lei. Queste pazienti hanno bisogno di chiarezza nelle informazioni scientifiche, ma anche di comprensione, supporto psicologico ed empatia. E’ necessario un dialogo aperto e lungimirante fra la paziente e i curanti.

Ci sono una serie di questioni etiche, fra cui il principio di autonomia: la possibilità, cioè, di prendere decisioni per se stesse. Nel caso di una paziente donna la decisone di diventare madre o di non diventarlo, durante o dopo la malattia, è molto complessa poiché tale decisone avrà potenziali conseguenze sulla vita di un altro essere umano e sulla famiglia.

Ci sono dati scientifici che non si possono ignorare, ci sono precauzioni da prendere. Oggi sappiamo che la fertilità è una delle questioni che i medici devono affrontare subito al momento della pianificazione delle cure, di fronte ad una diagnosi in giovane età, nell’interesse delle loro pazienti. Sappiamo che i trattamenti posso condurre alla perdita della fertilità o possono semplicemente sospenderla per un tempo cosi lungo che quando finalmente la vita torna alla normalità, il tempo per concepire è passato.

Il team multidisciplinare di una Breast Unit deve comprendere un esperto dell’allattamento e un esperto della fertilità. L’informazione che la gravidanza e l’allattamento sono possibili e sicure deve essere trasmessa in modo chiaro e comprensibile. Le informazioni a nostra disposizione sono oggi sufficienti per offrire un counselling adeguato, che permetta alle pazienti di ridimensionare, almeno da questo punto di vista la loro personale esperienza della malattia.

Al CSSI, Centro di Senologia della Svizzera Italiana, lo sappiamo bene.

 

 

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