Tutto su Giotto che dipingeva l’anima

Tra le pagine di Alessandro Masi la vita dell’artista raccontata dai suoi amici

di C. R. d’A (articolo pubblicato il 3 dicembre sul Corriere Fiorentino)

Giotto raccontato da Masaccio, da Cennino Cennini, da Giovanni Boccaccio. Il giornalista e storico dell’arte Alessandro Masi, segretario Generale della Società Dante Alighieri, ha liberato dall’alone di leggenda la vita del pittore che «rimutò l’arte di dipingere di greco in latino», come scrisse Cennini sottolineandone il ruolo fondamentale nel passaggio dalla ieraticità della pittura «bizantineggiante» a una più fedele attinenza alla realtà e alla natura.

Si intitola L’artista dell’anima. Giotto e il suo mondo il libro di Masi alla terza ristampa in otto mesi con Neri Pozza, presentato a Firenze, nella Sala Cenacolo dell’Accademia di Belle Arti.

«Tra le pagine si sentono gli odori e i sapori della Firenze dell’epoca di Giotto, che era la città più importante d’Europa. Mi addentro in particolare nella descrizione della Corporazione della Lana e nelle ricostruzioni famigliari, con il racconto di un pranzo di matrimonio», dice Alessandro Masi, che ha tratteggiato i contorni della vita poco nota di Giotto attraverso la «voce» di chi lo ha conosciuto o ne ha parlato in epoche a lui vicine.

«Il mio amore per Giotto risale agli studi con la storica dell’arte Angiola Maria Romanini, alla Sapienza di Roma. Mi rincresceva che pochi o nessuno conoscessero la vita dell’artista a cui dobbiamo la prospettiva e la Rinascenza», spiega l’autore, che ha incrociato la ricostruzione storica con la narrativa. Ho consultato 1500 fonti, non le ho dichiarate tutte in bibliografia, perché non ho voluto fare un saggio critico o un testo divulgativo, ma un racconto godibile. Ci sono quindi coloriture che arricchiscono la tavolozza, ma sempre attinenti alle fonti».

L’artista dell’anima fa emergere i rapporti di Giotto con il maestro Cimabue, con gli intellettuali della sua epoca e in particolare con Dante, di cui fece un ritratto giovanile, e che incontrò nuovamente a Padova mentre lavorava per gli Scrovegni. «Raccontare che Giotto fosse molto avaro, forse anche usuraio, non significa infangarne la figura quanto mettere in risalto la modernità di un artista che è stato anche prototipo di un capitalista che vende e investe, anche in modo spregiudicato».

Abissale la differenza con Dante. «Mentre Dante rimpiange l’età dell’oro della vecchia Firenze, Giotto sceglie la parola di Francesco che, allontanandosi dall’esoterismo bizantino, porta verso la praticità dei tempi moderni», conclude Masi.

La pagina del Corriere Fiorentino
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