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Politica

Un conflitto senza spiragli di luce

A COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE ARMENO A GINEVRA

di Luca Bernasconi

L’intervista all’ambasciatore armeno Andranik Hovhannisyan è stata raccolta prima dello scorso 13 novembre, quando è giunta la notizia dell’accordo sul cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian, mediato dalla Russia. Abbiamo chiesto al diplomatico quale sia la posizione dell’Armenia circa il documento che sigla la cessazione delle ostilità tra i due Paesi. Secondo l’ambasciatore, esso mira a stabilire il cessate il fuoco e a impiegare truppe di vigilanza ad Artsakh. Tutte le questioni legate al processo di pace del Nagorno-Karabakh sono infatti soggette esclusivamente alla discussione all’interno della Copresidenza del Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.   

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11 novembre 2020. GINEVRA.

Continua la guerra nel Nagorno-Karabakh, portandosi dietro la sua scia di sangue e disperazione. Oltre 9’000 le vittime stimate finora. Dietro le cifre, degli esseri umani, messi a tacere per sempre. Gli sfollati raggiungerebbero le 100’000 unità. Nella regione proseguono incessanti gli scontri fra le milizie azere e quelle armene. La diplomazia fallisce. L’incontro a Ginevra del 30 ottobre scorso fra i ministri degli esteri dei due Stati in conflitto non ha raggiunto nessun accordo. L’armistizio un sogno, la pace un’utopia? La Turchia e il Pakistan si sono apertamente schierati dalla parte dell’Azerbaigian, mentre il resto della comunità internazionale condanna la guerra e chiede con forza l’interruzione delle ostilità. 

Abbiamo incontrato Andranik Hovhannisyan, ambasciatore armeno in Svizzera e rappresentante dell’Armenia all’ONU a Ginevra, per fare il punto della situazione. 

Qual è il Suo ruolo e quali poteri ha Lei nelle trattative fra i due paesi in guerra?

Pur vivendo nell’epoca della comunicazione per eccellenza, i media non si occupano molto di questa guerra ed è perciò anche poco capita. Come diplomatico e armeno, il mio ruolo è quello di rendere attenta la gente circa la sofferenza e la tragedia umana, l’emergenza umanitaria e la violazione dei diritti umani causate dall’Azerbaigian durante la brutale aggressione contro i 150’000 coraggiosi armeni di Artsakh (Repubblica del Nagorno-Karabakh). Uno dei principali obiettivi della diplomazia armena è quello di assicurare che la difesa dei diritti umani non venga espressa soltanto con belle parole esibite da osservatori internazionali, ma che si concretizzi in azioni mirate. L’Azerbaigian si sta adoperando per impedire la presenza internazionale nei territori del conflitto, rifiutando per altro le visite di qualsiasi organizzazione internazionale. Se riusciamo ad avere un’attenzione maggiore della comunità mondiale su questa tragedia in corso, sarà un contributo alla pace e alla sicurezza della regione. Il processo per risolvere il conflitto è nelle mani dei copresidenti(Francia, Russia e Stati Uniti) del Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, i cui negoziati sono materia confidenziale e molto delicata.

A quali risultati si è giunti con l’incontro di Ginevra fra i rappresentanti dei due Stati belligeranti?

Dopo parecchie ore di discussioni intense e con la mediazione dei copresidenti del Gruppo di Minsk, si è arrivati a un accordo: non prendere di mira la popolazione civile e gli obiettivi non militari, e scambiarsi i corpi delle vittime e le liste delle persone catturate. Si è anche convenuto di continuare a verificare i meccanismi relativi alla violazione del cessate il fuoco. Poche ore più tardi, però, questi accordi sono stati trasgrediti dall’Azerbaigian che ha bombardato il mercato di Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh, e ha lanciato bombe al fosforo, vietate internazionalmente, sui boschi della regione, con l’intenzione di aggiungere un disastro ambientale a quello umanitario. Si tratta di crimini di guerra. Questi atti sono l’ennesima dimostrazione che l’Azerbaigian non è un partner credibile e affidabile in quanto alle negoziazioni.

Che cosa può ancora fare la diplomazia per smuovere le acque?

La denuncia chiara e aperta dell’uso della forza, la condanna diretta dell’aggressione da parte dell’Azerbaigian e dell’impiego di terroristi stranieri, e la denuncia del coinvolgimento di attori esterni come la Turchia, contribuiranno notevolmente agli sforzi per giungere alla pace. La consolidata tradizione di incolpare entrambe le parti serve soltanto ad incoraggiare l’Azerbaigian a continuare il suo avventurismo militare. Non si possono mettere aggressori e vittime sullo stesso piano. Se si minimizzano le colpe dell’Azerbaigian, il governo azero lo interpreta come licenza di uccidere e di continuare la loro atroce politica. Soltanto una condanna mirata e critiche decise possono portare l’Azerbaigian a ragionare; potrebbe non bastare, ma sarebbe già un passo verso la pace. Va tuttavia ricordato che, quando di recente la Turchia è stata minacciata di sanzioni da uno Stato della copresidenza del Gruppo di Minsk, il Presidente Erdogan si è vantato del fatto che nessuno potrà impedirgli di appoggiare l’Azerbaigian. Alcune compagnie internazionali hanno già annunciato che sospenderanno la cooperazione con la Turchia circa la produzione di droni che vengono impiegati per attaccare la popolazione civile e le infrastrutture del Nagorno-Karabakh. 

Per oltre 26 anni ha retto una sorta di tregua, spazzata via dallo scoppio delle ostilità il 27 settembre scorso con il feroce attacco sulla popolazione civile del Nagorno-Karabakh da parte dell’esercito azero. Quali sono le vere ragioni della ripresa della guerra?

L’Azerbaigian ha un governo autoritario che non ammette il dissenso e che viola notoriamente i diritti umani. Esso intende mobilitare la propria gente nella guerra del Nagorno-Karabakh per distogliere l’attenzione dei cittadini e della comunità internazionale dal suo regime autoritario e per estendere il suo dominio. Cruciale resta il sostegno della Turchia in termini di forza militare, materiali e impiego di terroristi. La Turchia sogna di ricostituire l’Impero ottomano. La Turchia e l’Azerbaigian, che sono due dittature, attaccano la democratica Armenia e il Nagorno Karabakh per dare corpo alle loro fantasie nazionaliste.  

Quali sono le colpe da imputare all’Azerbaigian in questi decenni di mancati accordi?

L’Azerbaigian non ha fatto altro che guadagnare tempo al tavolo dei negoziati, fingendo di negoziare e respingendo le proposte di pace degli ultimi decenni. In realtà ha continuato ad armarsi con armi sofisticate, pagate con i proventi della vendita del petrolio. La capitale Baku ha violato tutti gli accordi internazionali ed europei sul controllo delle armi, la limitazione militare e la loro verifica, incluso il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE). L’Azerbaigian non ha prestato attenzione ai ripetuti appelli internazionali, secondo i quali il conflitto non ha una soluzione militare. Il presidente Aliyev, per contro, si è vantato del fatto che la soluzione al conflitto è militare. Le autorità azere hanno sempre gettato benzina sul fuoco incitando la propria popolazione all’odio anti-armeno. La xenofobia nei confronti del popolo armeno è stata confermata da organizzazioni internazionali, tra cui il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale, e la Commissione europea contro ilrazzismo e l’intolleranza. 

Quali sono i “mea-culpa” dell’Armenia in questa odissea?

Quando le trattative per la pace falliscono, si è soliti dare la colpa alla diplomazia. Tuttavia, sono fermamente convinto che la diplomazia armena ha fatto di tutto per arrivare a un accordo di pace. L’Artsakh e l’Armenia non hanno alcun interesse e nessuna ragione per fare la guerra con l’Azerbaigian. Noi ci siamo sempre impegnati per giungere a un accordo pacifico del conflitto e continuiamo a cercare una soluzione politica basata su mutui compromessi. Il primo ministro e il ministro degli esteri dell’Armenia hanno sempre sostenuto a gran voce questa risoluzione.

Andranik Hovhannisyan, ambasciatore armeno a Ginevra

Il Presidente azero Aliyev ha respinto qualsiasi soluzione, a meno che il Nagorno-Karabakh non ritorni sotto la sovranità di Baku. Che cosa impedisce all’Armenia la sua restituzione?

Prima di tutto il Nagorno-Karabakh non è mai appartenuto all’Azerbaigian indipendente. Di conseguenza, non vi può essere pretesa alcuna da parte di Baku sulla sovranità di quella regione. Lo scopo dell’Azerbaigian è la conquista del Nagorno-Karabakh e la pulizia etnica della sua popolazione armena, come ha dichiarato il presidente Aliyev. Il quale ha letteralmente affermato che non rimarrà traccia della popolazione armena in quel territorio: una vera e propria minaccia di sterminio e una dichiarazione di crimini contro l’umanità. Non dimentichiamoci la presenza di terroristi stranieri nelle fila dell’esercito azero, allenati a commettere atrocità. L’Associazione internazionale di studiosi del genocidio e Genocide Watch hanno ravvisato, nelle azioni compiute dall’Azerbaigian e dalla Turchia, l’intenzione di sterminio in massa. Vi sono numerosi materiali – fotografie, video e testimonianze – che provano in modo inequivocabile la violazione dell’Azerbaigian in quanto alle leggi internazionali umanitarie. L’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani, Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiarito che le azioni dell’Azerbaigian potrebbero essere considerati crimini di guerra. Dal canto suo, l’esercito del Nagorno-Karabakh non ritirerà le sue truppe: se lo facesse, ciò implicherebbe l’annientamento della popolazione del Nagorno-Karabakh, la quale difende con tutte le sue forze il territorio dove è insediata da molti secoli. A nostro parere, l’Azerbaigian sembra aver ceduto una parte della sua sovranità alla Turchia e ora il presidente Erdogan detta, in certa misura, ciò che deve fare l’Azerbaigian.    

Pochi giorni fa il premier armeno Nikol Pashinyan si è rivolto al Presidente russo Putin per definire i tipi di assistenza che garantiscono la sicurezza dell’Armenia. Qual è la posizione della Russia?

Il Presidente Putin è in stretto contatto con i leader sia dell’Armenia che dell’Azerbaigian. La Russia, che auspica fortemente la pace, si sta dando molto da fare per mediare tra questi due Stati. Da lungo tempo la Russia è alleata dell’Armenia. Nel 1997, infatti, i due Paesi hanno firmato un accordo di assistenza mutua nel caso di aggressione verso l’uno o l’altro. Sulla base di questo trattato, l’Armenia ha chiesto il sostegno di Mosca. Mosca, da parte sua, ha ribadito pienamente il suo appoggio alla Repubblica armena.

La Confederazione elvetica ha stanziato un milione di franchi alla Croce Rossa per gli aiuti umanitari nelle zone delle ostilità. Quali altre azioni concrete potrebbe intraprendere la Svizzera?

Il Comitato internazionale della Croce Rossa è l’unica presenza internazionale nel Nagorno-Karabakh ed ha un ruolo di primo piano nelle questioni umanitarie, che l’Armenia apprezza molto. La Svizzera, garante delle Convenzioni di Ginevra, ha chiaramente condannato le violazioni della Legge internazionale umanitaria, esortando la cessazione delle ostilità e il ritorno al tavolo dei negoziati sotto l’egida dei copresidenti del Gruppo di Minsk. Tutti questi elementi concordano con la visione dell’Armenia. La Svizzera ha sempre ospitato le trattative diplomatiche fra i Paesi in conflitto. Speriamo che la diretta condanna dell’aggressione da parte dell’Azerbaigian avrà una risonanza maggiore e che la comunità internazionale riconoscerà il diritto del Nagorno-Karabakh all’indipendenza quale unica garanzia per la sua sicurezza. Siamo grati al Consiglio cittadino di Ginevra per averne gettato le basi nella forma di un’importante risoluzione. Ci auguriamo che altri partner seguiranno questo esempio.

La comunità armena e il consigliere nazionale Stefan Müller-Altermatt (PPD) hanno esortato a boicottare Socar, la società produttrice di petrolio e gas naturale di proprietà statale dell’Azerbaigian, che rifornisce i distributori di benzina di Migrolino. Il Consiglio federale dovrebbe aderire a questa richiesta?  

La decisione spetta al Consiglio federale ed è una parte del dibattito interno svizzero. Socar è una compagnia statale, eppure, dando un’occhiata a quanto viene pubblicato nei suoi social, è evidente che sostiene la politica aggressiva del governo azero e che promuove la volontà di annientare la popolazione di Artsakh.

Quali sono le principali informazioni erronee e fuorvianti diffuse dai media, e quali le manipolazioni che restituiscono un quadro falsato della situazione?

Una delle peculiarità di questa guerra è la grande disinformazione e la propaganda diffuse dall’Azerbaigian. Non esitano nemmeno a mostrare immagini della distruzione che Baku ha causato nelle zone residenziali di Artsakh, spacciandole per immagini di attacchi subìti dall’Azerbaigian. Anche le fake news dovrebbero avere un minimo di credibilità, ciò che non vale nel caso dell’Azerbaigian. Non si dimentichi che dall’inizio del conflitto l’Azerbaigian ha vietato ai giornalisti stranieri l’accesso alla regione, tranne i media turchi controllati dal governo turco. Questi reporter sono stati piazzati, fin dal principio, all’interno delle truppe azere per riportare gli eventi dal fronte: ciò dimostra che l’aggressione era stata pianificata con la partecipazione attiva di Ankara. È noto che l’Azerbaigian ha sempre impedito la libertà di espressione: dal primo giorno del conflitto i social sono stati bloccati, mentre in Armenia c’è totale libertà di espressione in rete. 

La censura dell’Azerbaigian impedisce alla stampa internazionale di raccontare ciò che accade e permette a Baku di diffondere propaganda a suo favore, disinformazione e accuse infondate.

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