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Un no al velo, un sì alla religione musulmana

A volte basta un gesto per esorcizzare e liberarsi di un passato ingombrante. Quel gesto, per Naouel El Aouni, marocchina di 35 anni, in Italia dal 2005, è stato l’abbandono dello jihab, il tradizionale velo musulmano, che coincideva, in una storia personale travagliata, con la sottomissione ad una cultura patriarcale, che nella donna vedeva poco più di uno strumento a disposizione dell’uomo nell’ambiente domestico. Contro questa visione Naouel, dopo 11 anni di matrimonio combinato, ha deciso di ribellarsi, recuperando, assieme, la libertà del suo essere donna e la libertà di abbracciare di nuovo la religione musulmana, ma a condizioni diverse.  

La svolta arriva nel 2015, con il divorzio chiesto e ottenuto in Marocco e il velo abbandonato il giorno stesso. La rinascita di Naouel El Aouni parte da qui, tre anni fa. “Racconto questa storia – spiega – per dare forza ad altre donne musulmane che si trovano nella mia stessa situazione. Non si può vivere il Marocco in Italia, ma vivere una vita degna, senza dover barattare per forza la costruzione di una famiglia con il sogno della realizzazione professionale”.

Originaria di Meknes, Naouel aveva un diploma scientifico in tasca quando ancora adolescente, nella lavanderia della sorella, dove lavorava, venne notata da uomo che la chiese in sposa a suo padre. “Aveva vent’anni più di me e non mi era concesso vederlo prima del matrimonio. Quando lo vidi, durante la cerimonia, capii subito che non era l’uomo giusto. Non provavo nulla per lui. Così corsi incontro a mia madre piangendo e chiedendole di andarmene via, ma non avevo altra scelta”.

Il primo anno di matrimonio, Naouel, lo ha passato in Marocco, prima del trasferimento a Piacenza, dove l’uomo lavorava come operaio. “Non conoscevo la lingua e non avevo amici. La mia vita si svolgeva tutta tra le mura domestiche, e quando manifestai il desiderio di andare a lavorare, iniziarono i guai: mi trovai contro la famiglia di mio marito che voleva che stessi a casa, finché non trovai aiuto in una famiglia che mi consigliò di rivolgermi a due parroci della Chiesa del Preziosissimo Sangue. Loro mi diedero la forza di credere in me stessa e nelle mie potenzialità”. “Così – prosegue – iniziai a fare volontariato in chiesa e frequentare un corso serale per prendere la Terza Media. Poco dopo trovai lavoro. Mio marito mi impediva di prendere la patente, così andavo tutti i giorni in bicicletta. La fatica e il freddo non mi spaventavano. Il lavoro era solo un pretesto per ricominciare a vivere e ad ogni pedalata mi sentivo un poco più libera”.

Una pedalata dopo l’altra, anche la consapevolezza delle proprie emozioni tra le mura domestiche venne a galla. “Mi sentivo sola e isolata, costretta a vivere a un ritmo che non era il mio e capii che volevo una vita diversa per me e per i miei due figli. Iniziai le pratiche per la separazione e mio marito, che considerava il mio un gesto infame, se ne andò in Marocco. Quando, uscita dal tribunale con i documenti del divorzio, mi trovai all’aperto, mi tolsi il velo. Fu un gesto spontaneo. Lo avevo portato da quando avevo quindici anni per scelta personale, e per scelta personale decisi, quel giorno, di toglierlo”.

Un atto di ribellione – è giusto precisare – verso una deriva retrograda, ma non certo verso la religione musulmana tout court. “Oggi mi reputo ancora musulmana, anche se ho trovato accoglienza qui a Piacenza in una chiesa cattolica. Ho avuto la fortuna di avere vicino tante persone che mi hanno aiutato durante questo percorso. Nella nostra città tante persone vivono una storia simile alla mia. Per questo ho voluto raccontare la mia storia, affinché anche loro possano trovare la forza di dire basta. Non possiamo vivere nella paura e abbiamo il diritto di essere felici. Quando finisce un matrimonio non finisce la vita: può essere l’inizio di una vita migliore; io ho iniziato a respirare e sorridere veramente, dal cuore, solo da quando ho avuto in mano il foglio del divorzio. Ma se non facciamo noi donne il primo passo, non cambierà mai nulla”.

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Pier Paolo Tassi

33enne laureato in filosofia a Torino, da quattro anni si occupa della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrive ... Vedi profilo completo

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