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Un tubo ci rintronerà: timido elogio della lentezza

di Alessandro Sandrini

Con stupore e ammirazione giorni fa avevo cominciato ad apprendere dalla tv che negli Stati Uniti stavano correndo a gran velocità sulla via del progresso. Solo pochi anni fa sembravano essere fantascientifici traguardi della tecnologia che adesso sono utili realtà quotidiane, come il microonde, il macinapepe elettrico e il cellulare. Chi avrebbe mai pensato che avremmo affiancato l’affettuoso conversare con la moglie (o con il marito, per par condicio), al rapido ed efficiente dialogo con SIRI e ALEXA: non protestano e dicono sempre sì; se poi non si va d’accordo, non c’è bisogno di avvocati. Basta un click e il device si spegne.

Ma ben presto, dopo aver visto la stessa notizia su altri canali tv, ed averne letto i particolari su Internet, allo stupore e all’ammirazione è subentrata l’angoscia.

Per farla breve, un network italiano ha trasmesso le immagini del primo test condotto dalla Virgin Hyperloop del suo sistema di trasporto ultraveloce con passeggeri umani. L’idea è nata dalla vulcanica mente di  Elon Musk, il guru di Tesla, che non solo ha inventato la celebre automobile, ma sta anche lavorando al progetto di colonizzare Marte per andare a vivere nel suo sottosuolo (vedi Mars su Netflix). 

Per dimostrare la sicurezza e fattibilità di questo sistema, nel deserto di Las Vegas è stato approntato un tubo pressurizzato con all’interno una guida a levitazione magnetica.

Due impiegati della Virgin si sono prestati per l’esperimento, Josh Giegel, 35 anni, co-fondatore dell’azienda, e Sara Luchian, simpatica ragazza, somigliante vagamente a Penelope Cruz. 

I due sono stati fatti salire a bordo di una capsula cilindrica e imbracati ai sedili. Introdotta nel tubo la capsula è stata sparata, tramite levitazione magnetica, a una velocità di circa 170 km/h, ben lontana da quella supersonica di 1200 km/h che si prefiggono i suoi visionari inventori. 500 metri in 6,25 secondi. 

Josh e Sara, ripresi durante questo test, sembravano divertiti, lei soprattutto. Al termine i due sono scesi da questo cilindrico suppostone di metallo e, pur soddisfatti, parevano un po’ rintronati mentre venivano accolti festosamente come fossero appena tornati da Marte. Il filmato si conclude con una grafica della superficie della Terra percorsa da innumerevoli tubi che uniscono località ad enormi distanze.

Quando tale tecnologia sarà perfezionata, potremmo andare da Roma Termini a Fiumicino in tre o quattro minuti. Altro che la scomodissima mezzora dello sgangherato Leonardo Express

Spero sia perdonata la mia deformazione generazionale, ma mi è tornato in mente un vecchio film di Woody Allen, Il dormiglione del 1973, dove l’allora vulcanico regista newyorkese, in un futuro non troppo lontano, immaginava la presenza in tutte le case di un elettrodomestico simile, per forma e dimensioni alla suddetta capsula, denominato Orgasmatic, la cui funzione non è qui necessario illustrare. Insomma: viva la velocità, l’efficienza e il risultato garantito.

L’inquietante diavoleria immaginata da Allen non ha avuto fortunatamente sostenitori che abbiano voluto realizzarla, e si spera che anche l’esperimento di cui sopra rimanga un’unica frizzante esperienza per i due sperimentatori della Virgin Hyperloop. Questo perché ciò dà spazio ad alcune riflessioni.

Sarebbe fin troppo facile, di questi tempi, obiettare che l’aumento della velocità dei trasporti aumenterebbe anche quella dei contagi, e aggiungere che non ha senso infilarsi in un tubo pressurizzato per percorrere 10.000 km in 8 minuti se poi non si vede un minino di paesaggio, se non si ha la sensazione dello spazio e di ciò che contiene, se non si ha il tempo per socializzare con una simpatica compagna di viaggio, se il tempo risparmiato serve a stressarci di più. 

A parte l’accelerazione iniziale, e malgrado le forze G tre volte superiori a quelle sperimentabili su un aereo, l’interno della capsula introdotta nel tubo pressurizzato non è soggetta a forze laterali. Almeno in un aereo possiamo leggere qualche pagina del nostro libro preferito, trovare il tempo per riascoltare per intero e senza interruzioni The dark side of the Moon… e intanto percepire qualche virata, a volte delle turbolenze e, alla fine, avere il tempo di rimetterci le scarpe poco prima di atterrare. Insomma, perché tutta questa fretta? 

Paolo Rumiz, commentava che “l’alta velocità impera e devasta un paese che Dio ha costruito per regalare al mondo il lusso della lentezza.”

A proposito del suo libro Appia (Feltrinelli, 2018), diario del viaggio a piedi lungo la via Appia (antica) da Roma a Brindisi, presentato al Liceo Freudenberg di Zurigo, Paolo Rumiz, commentava che “l’alta velocità impera e devasta un paese che Dio ha costruito per regalare al mondo il lusso della lentezza.” È vero, la lentezza è diventata un lusso cui aspirano sempre più persone. Molti giornali hanno ormai rubriche fisse (come Cammini d’Italia di Repubblica) che illustrano viaggi a piedi per antichi sentieri, alcuni fino a poco tempo fa nascosti da sterpi e smottamenti.

Questo significa, come urlava Mafalda, che vogliamo fermare il mondo e scendere?

Nel romanzo La lentezza del 1995, lo scrittore ceco Milan Kundera rifletteva sul “legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio”, dove la “velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”, in un mondo dove “l’ozio è diventato inattività: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca”. “La nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demonio della velocità” e “non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata di se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”.

Parlare di memoria significa parlare di tutto, intrecciare la nostra conoscenza alla nostra coscienza. Ce lo aveva detto Platone per il quale la conoscenza è in realtà reminiscenza di quelle idee eterne all’origine del mondo sensibile. 

La memoria delle nostre conoscenze, da quelle più intime e impalpabili a quelle più concrete, ha bisogno di lentezza e di ozio per avere un futuro.

Come scriveva Oreste del Buono in una recensione al romanzo/biografia di Sten Nadolny sull’esploratore inglese John Franklin (La scoperta della lentezza, Garzanti, 1985), un viaggio dovrebbe essere “una continua sorpresa, e la lentezza diventa, di segmento in segmento vissuto, un’avventura coinvolgente”.

Non siamo così ingenui da pensare di ritornare a prima della ruota (la prima diavoleria inventata dall’uomo per velocizzare la sua esistenza). Tuttavia potremmo trovare una via di mezzo, o fare in modo che velocità sempre maggiori possano consentirci di avere più spazi di vita da percorrere lentissimamente, e regalarci un tempo sufficiente per comprendere la valenza estetica del mondo sulle nostre emozioni. 

Ho sempre consigliato i miei studenti di utilizzare il tempo del viaggio su un Freccia Rossa, per spegnere il cellulare, e scrivere rigorosamente a mano una bella lettera d’amore al proprio moroso (o alla propria morosa), dove la ricerca di una calligrafia leggibile vada di pari passo con il tentativo di “curvare le parole / per ogni piega, ogni distanza, ogni riflesso che / ci scardina il cuore” (Massimo Bubola).

Concludiamo con un paio di frasi di Albert Einstein: “I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile”.

Sarebbe davvero interessante percorrere a piedi la Via degli Dei (130 km da Firenze a Bologna) insieme alla simpatica Sara, e con lei discorrere della curvatura dello spazio e delle parole curvate da Dostoevskij. Ma senza fretta.

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