Un viaggio nel mondo dell'oblio | Corriere dell'Italianità

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Scienza e innovazione

Un viaggio nel mondo dell’oblio

Sono un’anestesista.

Quando ho iniziato a lavorare in sala operatoria, in pronto soccorso, in elicottero, in rianimazione, ho presto capito che quasi nessuno aveva idea del lavoro che facevo: “che cosa fai? Addormenti le persone?” era la frase più frequentemente udita; un po’ riduttivo, ma in un certo senso corretto.

Etimologicamente anestesia significa ridurre o abolire le sensazioni, cosa che, nel passato, era spesso associata ad incoscienza (prima dell’avvento dei farmaci ipnotici una maniera per eseguire piccoli e veloci interventi era quello di comprimere entrambe le arterie carotidi e far svenire il soggetto da operare). Oggi parliamo di anestesia per abolire la componente dolorifica, se necessario indurre ipnosi (sonno e incoscienza) e, sempre se necessario, rilassare la muscolatura; l’anestesista mira costantemente a mantenere la fisiologica omeostasi corporea (ovvero quell’equilibrio che il nostro corpo persegue mentre noi pensiamo ad altro: in altre parole far respirare e nutrire ogni singola cellula del nostro corpo). L’anestesia è quindi una specialità medica molto specifica e, lo posso dire per esperienza, molto poco compresa.

L’anestesista lavora un po’ ovunque: sul territorio con ambulanze, auto mediche o elicotteri arrivando in caso di incidenti o gravi situazioni mediche; in pronto soccorso per i casi più gravi che ivi arrivano, in sala operatoria assieme all’equipe chirurgica. In rianimazione per le cure di malati critici. In terapia del dolore per procedure invasive. In corso di procedure a rischio o là dove occorra incoscienza per permetter un esame, che sia esso una broncoscopia o una gastroscopia. In sala parto per lenire il dolore del travaglio. Insomma, là dove vi è un problema, l’anestesista arriva.

Mia madre, proprio a causa di questa polivalenza di competenze, non capiva i miei orari. Al di là della mia famiglia, che ancor oggi non ha compreso esattamente cosa faccio durante il mio lavoro, sono rimasta sorpresa dal leggere i seguenti pensieri trovati in coda ad un TED’s talk riguardante l’anestesia:

“La mia più grande paura è che qualche idiota [sì, era scritto proprio così, ndr] mi somministri l’anestesia sbagliata, sentire tutto quello che mi fanno ma non essere in grado di muovermi. Orribile”.

“L’ho ricevuta [l’anestesia, ndr] tre volte. Non sogni, ti spegni completamente. Direi che è la cosa più vicina alla morte a cui possa pensare”.

“Quando ricevetti l’anestesia ero sdraiato, riuscii giusto a chiudere gli occhi ed in un battito di palpebre ero andato. Non mi sentivo assonnato, semplicemente ero andato”.

“Un’infermiera con 30 anni di esperienza mi ha detto che quando fai un intervento la tua vita è nelle mani dell’anestesista”.

“Penso che gli anestesisti facciano uno dei lavori che riceve meno gratitudine al mondo. Pensiamo sempre al chirurgo, se è stato bravo e a ringraziarlo, ma chi ringrazia l’anestesista?”

Qual è il pensiero comune nei confronti dell’anestesia? Frequentemente una gran paura.

Circa l’80% degli intervistati rivela di avere paura di risvegliarsi durante l’intervento, paura di sentire dolore, paura di raccontare cose disdicevoli sotto l’effetto dei farmaci, paura di non risvegliarsi più dopo l’intervento, paura degli aghi o di rimanere disabile.

L’ansia perioperatoria viene molto ridotta attraverso il colloquio con l’anestesista: la fiducia ed il rapporto che si instaurano inducono tranquillità e questo ha benefici effetti in quanto riduce l’attivazione del sistema simpatico, riduce la quantità di farmaci necessari durante l’intervento nonché il dolore post operatorio.

Vero è che alcuni film non hanno aiutato ad avere fiducia nell’anestesia: chi ha visto “Awake, anestesia cosciente” avrà provato un brivido nel sapere che il giovane protagonista era paralizzato ma cosciente e in grado di percepire il dolore dell’intervento chirurgico. In termini più tecnici il paziente era curarizzato (il curaro, applicato dagli indios americani sulla punta delle loro frecce per paralizzare le prede e poi introdotto in ambito medico chirurgico, comporta una paralisi muscolare) mentre lo stato di coscienza e la percezione del dolore erano ancora ben attivi. Questo fenomeno, ben noto nel mondo dell’anestesia, viene chiamato “awareness” intraoperatoria e, oltre a non essere per nulla piacevole – visto che il paziente percepisce voci, ed eventualmente percepisce dolore e prova panico – causa successivamente problemi psicologici che si manifestano come disturbi del sonno e paura di sottoporsi ad ulteriori anestesie. Questo problema accade soprattutto in chirurgie quali quella cardiaca (nel film il protagonista era sottoposto ad un trapianto cardiaco) e nell’ambito dell’ostetricia, dove dare pochi farmaci è una priorità per preservare il nascituro, nelle chirurgie d’emergenza dove lo stato critico del paziente induce ad utilizzare meno farmaci e nei soggetti che hanno storie di abuso di sostanze, in quanto diventano meno sensibili all’azione dei farmaci anestetici. Ad oggi il fenomeno persiste probabilmente con un’incidenza pari a 1-2 casi su mille anestesie generali condotte, nonostante i farmaci e i dispositivi utilizzati di routine, decisamente meglio rispetto agli anni ’70 dove il fenomeno era dieci volte più frequente.

La questione dell’oblio apre un annoso dilemma: nessuno si ricorda non solo dell’intervento ma neanche dell’anestesista e tutti ringraziano chirurghi e infermieri e amministrativi, mentre noi rientriamo nel mondo delle cose dimenticate. Per questo i miei amici cardiologi ricevono fiori, prosciutti e vino a Natale, mentre nessuno si ricorda di chi ha indotto un piacevole sonno morfinico durante l’intervento o dopo un incidente.

 

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Nerlep Kaur Rana

Medico Anestesista, Medico d’urgenza extraospedaliera, Agopuntrice. Nata a Torino da genitori indiani e Sikh, cresciuta a cavallo di due culture, amante dei viaggi, della danza, dei misteri. Vivo in ... Vedi profilo completo

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