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Politica

Una politica post-populista

Di Luca Manucci, PhD, ricercatore all’università di Lisbona

Il fenomeno politico più studiato — e frainteso — degli ultimi anni è senza dubbio il populismo. Dalla vittoria di Donald Trump, passando per la Brexit, fino alle ultime elezioni per il parlamento europeo, esperti e giornalisti hanno sottolineato senza sosta il fatto che movimenti politici definiti ‘populisti’ hanno ottenuto risultati inimmaginabili fino a pochi anni fa. Se da un lato questo è un dato di fatto innegabile, dall’altro bisogna anche osservare come un’enfasi spropositata verso gli aspetti populisti della politica contemporanea abbiano finito per offuscare molti altri fenomeni altrettanto interessanti ma con meno appeal per giornali e programmi TV, come il positivo risultato elettorale dei partiti verdi alle scorse elezioni europee. E — a scanso di equivoci — lo dico da studioso che ha passato gli ultimi sei anni a ricercare proprio il tema del populismo.

Il populismo, nella sua forma moderna, esiste da circa 150 anni. Nato come rivolta agraria negli Stati Uniti del XIX secolo, spostatosi in America Latina nel secondo dopoguerra, dagli anni ’80 caratterizza la politica europea dato che molti partiti con legami più o meno chiari col fascismo si sono dati un tono rispettabile attraverso l’utilizzo di una retorica populista. Il problema non è certo il populismo —che in un certo senso è una reazione normale dato che fiorisce quando i cittadini si sentono traditi dai partiti tradizionali—, ma piuttosto un dibattito pubblico che indossando i paraocchi osserva il fenomeno populista per ignorare tutto il resto.

Innanzitutto, bisogna smetterla di usare ‘populismo di destra’ come eufemismo per ogni tipo di politica razziale, nazionalista, o fascista. Se tutto viene chiamato populista, il concetto non ha più senso, e non siamo più in grado di distinguere fenomeni diversi. Anche Podemos in Spagna è un partito populista, ma non ha nulla a che fare con il nazionalismo o il razzismo di Vox. Anche Bernie Sanders usa talvolta una retorica populista come fa Donald Trump, ma il contenuto dei loro messaggi non potrebbe essere più agli antipodi. Se entrambi sono populisti, ma uno è un razzista misogino mentre l’altro un progressista socialista, chiamarli entrambi ‘populisti’ non aiuta a chiarire le differenze.

In secondo luogo, i mass media devono tornare a fare il loro lavoro. Basare il proprio successo editoriale sulle sparate di qualche partito neo-fascista che colleziona lo zero virgola qualcosa alle elezioni può funzionare nell’immediato e far vendere qualche copia in più, ma sul lungo periodo approfondimenti, dibattiti, punti di vista informati, e analisi serie sono la chiave ricostruirsi una credibilità. Chissà cosa sarebbe successo se, prima delle ultime elezioni europee, i partiti ecologisti avessero ricevuto la stessa esposizione mediatica della ‘destra populista’, o se il dibattito pubblico si fosse concentrato sulle sfide globali del cambiamento climatico invece che sulla presunta crisi dell’immigrazione (che tra l’altro andrebbe finalmente capita alla luce proprio dei cambiamenti climatici e del passato coloniale europeo).

Infine Trump, Bolsonaro, e Orban sono sicuramente un pericolo per la democrazia americana, brasiliana, e ungherese. Non perché siano populisti (e probabilmente lo sono), ma per il semplice fatto che opprimono le minoranze, combattono i diritti civili, appoggiano teorie del complotto e spargono fake news, cercano di controllare i media e la giustizia, bloccano la ricerca e silenziano i partiti dell’opposizione. In questo senso, la memoria è un antidoto efficace, perché fare i conti con il passato ci aiuta a non ripetere gli stessi sbagli. Ora che la ‘bolla populista’ sembra vicina all’implosione, possiamo finalmente concentrarci su altri aspetti della politica contemporanea, come l’accoglienza dei migranti e le sfide poste dal cambiamento climatico.

 

Sull’autore: Luca Manucci è ricercatore all’Università di Lisbona. A Zurigo ha scritto la sua tesi di dottorato su populismo e memoria collettiva. Ha pubblicato in diverse riviste e numerosi giornali accademici.  Ha un blog in inglese sul populismo

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