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Una storia dimenticata

Il referendum Schwarzenbach per cacciare 300mila stranieri dalla Svizzera

Concetto Vecchio, giornalista e autore di vari libri, sarà a Zurigo il 27 settembre prossimo (Liceo artistico, Parkring 30, ore 19:45), intervistato da Toni Ricciardi, per presentare il suo recente libro Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi. Sarà ospite di un “lunedì del Corriere degli italiani”, che per ragioni contingenti (impegni professionali dell’autore) in questa occasione si terrà di venerdì.

Il libro di Concetto Vecchio – autobiografico e storico in pari tempo – richiama alla memoria un periodo difficile e doloroso dell’emigrazione italiana in Svizzera (alla fine degli anni sessanta, in cui si situa l’iniziativa Schwarzenbach e l’80% degli stranieri in Svizzera erano lavoratrici e lavoratori italiani), in qualche modo rimosso dalla memoria collettiva della nostra comunità:

le baracche con il decalogo comportamentale affisso sulla porta d’ingresso, la crescente avversione verso gli stranieri, le schedature, lo statuto dello stagionale e della famiglie divise per nove mesi all’anno, le ordinanze federali per la precedenza della manodopera interna, i morti sul lavoro. Ed anche la spirale di odio che il referendum promosso da James Schwarzenbach generò, spianando la strada alle ulteriori iniziative contro “l’inforestierimento” (Überfremdungsinitiative) promosse da Valentin Oehen, consigliere nazionale dal 1971 al 1987, protagonista indiscusso del partito “Azione Nazionale” (Nationalen Aktion) fondato nel 1961 e scomparso nel 2007, dopo aver cambiato nome (nel 1990) in “Democratici Svizzeri”. Scomparso, in realtà, perché fagocitato dall’UDC (Unione Democratica di Centro) che ha elevato la politica degli stranieri a proprio centro gravitazionale.

Concetto Vecchio sarà presente anche ad un altro appuntamento che si profila carico di emozioni, avendo egli vissuto i suoi anni d’infanzia e di adolescenza tra Staufen e Lenzburg, dove presenterà il libro ad una comunità di cui ha fatto parte con la sua famiglia (28 settembre, ore 15:00, Katholisches Pfarreizentrum, Bahnhofstrasse 23, Lenzburg).

 

Nostra intervista a Concetto Vecchio

Concetto Vecchio, è un noto giornalista di «la Repubblica», ha all’attivo vari libri e saggi di successo sui temi più scottanti della storia d’Italia. Perché questo libro? Possiamo dire che sia stato quello più difficile da scrivere?

Sì, il più difficile. Volevo mantenere una distanza con la materia famigliare, non bruciarmi. Non è stato facile. È stato doloroso scoprire le verità profonde sulla mia famiglia, la povertà che aveva mosso mio padre e mia madre a lasciare la Sicilia nei primissimi anni Sessanta, per emigrare in Svizzera. Mi sono accorto che non sapevo quasi nulla nemmeno di James Schwarzenbach, studiarlo a fondo e provare a entrare nella sua testa è stata una grande avventura intellettuale. E più lo studiavo e  più vedevo sfilarmi davanti agli occhi l’Italia di oggi. È un libro sulla Svizzera del 1970, ma che parla potentemente del nostro tempo.

Comunque ha un duplice merito: da un lato, ci rende una testimonianza civile in un momento in cui sembra che l’opinione pubblica abbia perso memoria del proprio passato; dall’altro accende i riflettori silenziosi della storia. È stato questo lo spirito nello scrivere il libro?

Volevo raccontare una storia dimenticata. È una delle ragioni per cui vale ancora la pena fare il giornalista: tirare dall’oblio vicende dimenticate o mai raccontate. C’è stato un tempo non troppo lontano nel quale un populista svizzero aveva promosso un referendum per espellere 300mila stranieri, e gli stranieri eravamo noi, noi italiani, erano mio padre e mia madre. Non c’era un solo disoccupato in Svizzera eppure Schwarzenbach ha sfiorato la vittoria. Vincendo culturalmente. Questa storia incredibile andava recuperata, in un momento in cui l’Italia sembra avere smarrito ogni senso della memoria.

Il nome Schwarzenbach e la sua storia sono noti in Svizzera e anche tra le comunità italiane, mentre in Italia il grande pubblico ignora l’esistenza di questa pagina buia della storia elvetica. Perché secondo lei?

La stampa italiana dell’epoca raccontò moltissimo sul referendum del 1970, i grandi inviati di allora, Enzo Bettiza, Mario Cervi, Egidio Sterpa, Giovannino Russo, scrissero articoli indignati. Raccolsero le denunce degli emigrati. C’era una grande empatia verso queste masse che lasciavano le zone rurali per contribuire al miracolo economico elvetico e sdegno per il razzismo di cui erano vittime. Poi man mano che gli anni passavano, e gli emigrati si integravano, si è perso interesse per quella vicenda. Ma la mia impressione è che anche gli svizzeri abbiano avuto pochissima voglia di raccontare quella storia. Io credo che per loro Schwarzenbach rappresenti un tabù, una storia di cui in fondo vergognarsi. Quindi la rimozione semmai è doppia.

A proposito di rimozione. Nel dibattito pubblico italiano si è parlato a lungo di grande emigrazione, di quando partivano i bastimenti, la tragedia di Marcinelle in Belgio è entrata nell’immaginario collettivo. Dopodiché, il nulla. Perché?

In parte per le ragioni che ho elencato poco prima, in parte perché l’emigrazione ha mutato pelle. Voglio dire questo: dall’Italia si continua ad emigrare, anche in Svizzera, ma a differenza di quella degli anni Sessanta è un’emigrazione meno visibile, alla spicciolata. Negli anni Sessanta la generazione di mio padre fece rete, nelle Missioni cattoliche, nelle Acli, nelle Colonie libere, questo rafforzava un’identità, e soprattutto creava una comunità: ciò rendeva più riconoscibili le masse emigrate, più facili da raccontare.

Secondo lei, quanto ha influito la narrazione del boom economico? È corretto interpretarla come il tentativo di raccontare un lato positivo del paese, nascondendo il fatto che, allo stesso tempo, milioni di italiane e di italiani continuassero a partire per l’Europa e soprattutto verso la Svizzera?

Mio padre è un tradito del boom. Perde il lavoro perché il sistema di produzione muta a favore delle grandi aziende del Nord Italia. Le botteghe in Sicilia chiudono una dopo l’altra. Nel 1962, anno clou del boom, emigrano solo in Svizzera 140mila meridionali, tra cui mio padre. Per loro il boom fu una Freccia del Sud presa con la morte nel cuore. È una scoperta che mi ha colpito moltissimo.

Avviandoci alle conclusioni di questa breve intervista, parliamo di lei. Chi è Concetto Vecchio in rapporto a questa storia?

Se non fossi emigrato anche io dalla Svizzera alla Sicilia, il 9 aprile 1985, a 14 anni, questo libro non l’avrei saputo scrivere. Io so cosa vuole dire. Fu un grande dolore. Però in “Cacciateli!” non volevo parlare di me, ma di mio padre e di mia madre. È un libro dedicato a loro.

Nelle conclusioni lei racconta di una telefonata con i suoi genitori che le raccomandano di parlar bene della Svizzera. Chi ha già letto il libro conosce la vicenda, chi lo acquisterà a Zurigo il 27 settembre scoprirà il perché. Lei, invece, cosa pensa della Svizzera di quegli anni?

Penso che fosse una società votata unicamente al profitto, con leggi inique, come impedire agli stagionali di portare con sé i figli. Lo prescriveva una legge, ma la legge non è neutra: e quella causò moltissimi drammi. Provo profonda compassione per quei 30mila bambini, nascosti nelle soffitte o negli orfanotrofi al di là della frontiera, per il loro destino.

Nell’incontro di sabato 28 a Lenzburg rivedrà, immagino con emozione, i luoghi della sua infanzia. È mai più tornato a Staufen?

A Staufen non sono mai più tornato. A Lenzburg, dove ho fatto la Bezirkschule e giocato a calcio per l’FC Lenzburg, sì. In tutti questi 34 anni sono stato pochissime volte in Svizzera.  Verranno a sentirmi i miei compagni di scuola, i professori, amici mai più incontrati. Non sarà facile tenere a bada le emozioni.

 

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