Ventisei anni senza Mimì | Corriere dell'Italianità

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Cultura

Ventisei anni senza Mimì

Di Fabio Buffa

È il 12 maggio del 1995 quando, in una casa di Cardano al Campo, vicino a Varese, viene trovato il corpo senza vita di Mia Martini. Le voci e le leggende metropolitane sulle cause della morte creano un velo di mistero, come del resto accade per molti Grandi che se ne vanno.

Non vogliamo però entrare nei pettegolezzi e nelle chiacchiere, che hanno insistito sulla vita (e perfino sulla morte) di Mimì, dovute anche all’invidia nei confronti di un’interprete troppo brava e intellettualmente “libera” per non essere scomoda. Dopo ventisei anni, il mito di Mia Martini non si è sbiadito. Basta pensare a lei e la sua voce sembra irrompere, ovunque noi siamo, potente e limpida. Era nata il 20 settembre 1947 a Bagnara Calabra, splendida terra di mare, calore, fatica e sofferenza; fu battezzata Domenica Rita Adriana Bertè, ma sin da bambina in famiglia veniva chiamata Mimì. Aveva tre sorelle: Leda, Olivia e Loredana. Quest’ultima è un’altra straordinaria icona della canzone italiana, la Bertè appunto, personalità geniale e trasgressiva, che al pari della sorella Mia ha saputo interpretare (e interpreta tutt’ora) tre generazioni musicali.

Mimì sente subito la passione per il canto: piccolissima si trasferisce con i genitori (che facevano gli insegnanti) nelle Marche, a cinque anni inizia a studiare pianoforte, a dodici passa al jazz. A quindici anni si fa accompagnare dalla madre a Milano, per tentare l’impresa di entrare nel mondo dello spettacolo dalla porta principale.

Il discografico Carlo Aberto Rossi è affascinato dalla bravura di Mimì e dalla sua “freschezza” e le propone di entrare a far parte delle ragazze Ye-ye.   Questo strano termine deriva dalle sillabe che venivano aggiunte, spesso sistematicamente, negli adattamenti fatti frettolosamente nei successi rockettari e swing americani. Il termine ye-ye prima rappresentò uno stile musicale, poi con esso vennero chiamati gli artisti che appartenevano al mondo della musica leggera, orecchiabile e dai testi poco impegnativi. Mia Martini, che allora si faceva ancora chiamare Mimì Bertè, da ragazza Ye-ye incise i primi 45 giri, dischi che contenevano due canzoni. “Ombrello blu”, “Come puoi farlo” e “Il magone”, sono alcuni dei suoi primissimi lavori.

Ma uno spirito libero e indipendente come lei, con una spiccata vena interpretativa e con la capacità naturale di esprimere uno stile geniale e trasgressivo, le rendevano stretti i panni della ragazzina acqua e sapone, contante di brani frivoli e dai testi scontati. Così, dopo un paio di anni in cui sembrava essersi eclissata, Mia Martini (con la sorella Loredana), si trasferisce a Roma dove stringe rapporti con artisti d’avanguardia. I confronti con questi cantanti la fanno maturare artisticamente. Tra questi c’è un giovane intraprendente, un po’ strano, che veste abiti eccentrici anche per andare a prendere il caffè al bar. Si chiama Renato Fiacchini; diventerà Renato Zero.

Nel 1970 Mimì incontra il discografico Alberigo Crocetta, il fondatore del mitico locale Piper, che la fa entrare nella casa discografica RCA, proponendole di cambiare nome: da Mimì Bertè a Mia Martini. Mia, come l’attrice Mia Farrow e Martini come il cognome italiano più noto all’estero, anche grazie alla marca del liquore, che faceva tanto tendenza.  Nel 1971 incide “Padre davvero”: è una struggente storia di un conflitto generazionale tra padre e figlia. La censura non ammette una canzone in cui si mette in discussione l’integrità della famiglia e il brano viene “occultato”, ma ciò non gli impedisce di vincere il Festival della musica d’avanguardia di Viareggio. Questa canzone viene inserita nel LP “Oltre la Collina”. Nel 1982, in una intervista rilasciata ad Enzo Tortora, Mia Martini su questo lavoro confida: “Non ho mai creduto che “Oltre la collina” avesse successo. Era un disco tutto mio. Ho voluto scrivere un LP che rappresentasse la storia di una donna, a tratti autobiografica. Questo lavoro vendette poco, perché i miei testi erano forti, si parlava di amore, di sesso, di violenze famigliari, e tutto ciò veniva censurato. Pensate che nel testo c’era la parola “amante” che la Rai non voleva. Mi chiesero di cambiarla e io mi rifiutai”.

Nel 1972 Mia Martini incide “Piccolo Uomo” un successo, scritto da Bruno Lauzi. Questa canzone esce in un 45 giri con l’altro pezzo, titolato “Madre”, e con questo lavoro Mia vince il Disco d’oro, per il numero di vendite.

Il secondo disco d’oro arriva nel 1973 con “Minuetto”, scritta da Franco Califano. Nel 1974 la critica considera Mia Martini la cantante dell’anno, il successo si estende anche all’estero ed in Francia è paragonata ad Edith Piaf. Durante un concerto tenuto a Parigi, l’artista di Bagnara Calabra viene notata dal grande cantante e attore francese Charles Aznavour, che viene colpito dallo stile originale di Mia e le chiede di affiancarlo in alcuni concerti all’Olympia della capitale francese.

Sul finire degli anni Settanta inizia la storia sentimentale e artistica con Ivano Fossati, che le scriverà diverse canzoni. Il rapporto con il cantante genovese è forte e conflittuale, tra due personalità geniali. I due si lasciano dopo qualche anno, e Mia Martini, anche per problemi di salute, esce per qualche tempo dalle scene.

Per tornarci a furor di popolo nel 1982 quando al Festival di Sanremo propone un brano proprio di Fossati, “E non finisce mica il cielo”: questa canzone parla della fine di una storia d’amore, in cui si soffre e si sente la mancanza della persona amata, ma in fondo la vita continua e Mia Martini si chiede come sarà il suo futuro dopo la fine di questo amore. Questo pezzo non vince il Festival, ma incanta i giornalisti, che decidono di dar vita al premio della critica proprio per offrire un riconoscimento a Mimì.

Dopo un buio periodo Mia Martini nel 1989 torna al Festival con “Almeno tu nell’universo”, una delle canzoni più conosciute nel panorama musicale italiano, che ottiene in quell’anno il premio della critica. Mia Martini conquisterà questo riconoscimento per la terza volta nel 1990 con “La nevicata del ‘56”.  Nel 1991 apre una serie di ambiziose iniziative: propone in versione jazz diversi brani di cantautori italiani, come Battisti e Pino Daniele. Poi esprime tutto il proprio amore per Napoli, collaborando con Roberto Murolo ed Enzo Gragnaniello, cantando tra gli altri lo splendido successo “Cu’mme”.

Nel 1992 torna al Festival con “Gli uomini non cambiano”. In questo periodo recupera il rapporto con la sorella Loredana: il ritrovarsi sotto il profilo famigliare, sfocia in una collaborazione artistica suggellata nel 1993 con la partecipazione a Sanremo con il brano “Stiamo come stiamo”, dove le sorelle duettano in una esibizione straordinaria, efficace nel trattare le contraddizioni sociali dell’epoca. Comunque, sentendola ora, “Stiamo come stiamo” rimane qualcosa di attualissimo. 

Dopo un’altra collaborazione con Enzo Gragnaniello e Roberto Murolo (con cui inciderà la bellissima “Vieneme”), nel 1994 esce “La musica che gira intorno”, dove Mimì interpreta in modo magistrale alcune tra le più belle canzoni di cantautori classici italiani (De Andrè, Vasco Rossi, Ivano Fossati, Zucchero…).

Vogliamo citare le parole con cui il giornalista Mario Luzzato Fegiz accompagna i giorni dopo la morte di Mimì, sul Corriere della Sera: “è stata l’unica cantante importante della generazione successiva a Mina, Milva e Vanoni (…) Taluni la consideravano bizzosa e capricciosa, in realtà era soprattutto una perfezionista dotata di umanità, altruismo e fantasia”.

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