Germania, breve radiografia di un Paese in crisi

Crollo della coalizione al governo, recessione, brusco calo della produzione industriale e delle esportazioni, infrastrutture in uno stato deplorevole. Il Paese tedesco si presenta a pezzi alle elezioni politiche del 23 febbraio.

Di Loredana Traina 4 febbraio 2025

 

È iniziato con due ore di ritardo a Riesa, in Sassonia, regione roccaforte di Alternative für Deutschland (AfD), il congresso del partito dell’ultradestra tedesca a causa di decine di blocchi stradali. Era l’11 gennaio, una data che rimarrà forse negli annali, non a causa delle proteste che hanno fatto slittare il meeting, ma per la terrificante dichiarazione di Alice Weidel, candidata di AfD alla cancelleria tedesca: «Se vinco, chiudo le frontiere della Germania».

Il 2025 si apre con una scossa ad altissima tensione che infiamma la campagna per le elezioni politiche del 23 febbraio. Gli ultimi sondaggi, mentre questo giornale andava in stampa, davano in testa i cristiano-democratici della CDU, seguiti dall’AfD in netta crescita.

Lo scrutinio è stato anticipato a seguito del tracollo della coalizione al governo, detta «Ampel», ossia Semaforo, composta dai socialdemocratici (Spd) del cancelliere Olaf Scholz, i verdi di Robert Habeck e i liberali (Fdp) di Christian Lindner. Ciascuna di queste formazioni è indietro nei consensi rispetto alla Cdu guidata da Friedrich Merz, con i socialdemocratici del candidato Scholz in grande affanno.

Sin dal primo giorno i tre partiti della coalizione «Semaforo» hanno vissuto da perfetti separati in casa, ognuno con la propria agenda e la propria ricetta per rilanciare l’economia in crisi. Per tre anni, tanto è durata la legislatura, è stato impossibile trovare un compromesso per superare le spaccature sulla politica da adottare per rimettere il Paese in sella.

Dopo mesi di ostilità, il cancelliere Scholz ha licenziato Christian Lindner, leader dei liberali e ministro delle Finanze. Stretti in una morsa fra i verdi e i socialdemocratici, i liberali tramavano il rovesciamento di Olaf Scholz in quattro fasi, una sorta di congiura che avrebbe toccato il suo apice in un D-day decisivo. Il piano era descritto in un documento powerpoint di otto pagine reso pubblico da una manina indiscreta.

La crisi politica si innesta in quella economica. La Germania ha registrato l’anno scorso la seconda contrazione consecutiva, il Pil è sceso dello 0,2%, dopo il calo dello 0,3% nel 2023. Dal 1950 era accaduto soltanto nel biennio 2002-2003 che l’economia tedesca subisse una flessione per due anni di fila.

Le difficoltà della locomotiva europea si stanno ora trasformando in una crisi strutturale per il calo, oggi drastico, della produzione industriale, mentre i sindacati scioperano e grandi gruppi chiudono gli impianti o cancellano investimenti. Il trend negativo è iniziato alla vigilia del covid. Tra il 2019 e oggi, la Germania ha perso oltre il 9% della sua produzione industriale.

A pesare come un macigno è il crollo dell’industria tedesca dell’auto, il più preoccupante nel contesto generalizzato di contrazione del mercato europeo. Nell’Unione, rispetto al 2019 oggi si vendono due milioni di auto in meno. I costruttori tedeschi non sono riusciti a intercettare la forte espansione del mercato mondiale dell’auto elettrica, avvenuta negli ultimi dieci anni, in cui è prevalsa la produzione cinese, generosamente finanziata con sussidi statali.

L’automobile tedesca ha perso fiducia anche sul mercato americano, e teme ora il malumore antieuropeo di Donald Trump, che ha promesso di dare seguito alle sue minacce sui dazi. Il rallentamento generale dell’industria tedesca, non solo di quella automobilistica, ha ricadute negative sulle economie europee più interconnesse, come quella del Nord Italia.

Ma a patirne è l’intero Paese italiano. «La crisi della Germania manda in rosso il made in Italy», titola, lo scorso 16 gennaio, il Sole 24 Ore. Negli ultimi mesi le vendite del made in Italy hanno subito un tracollo, i tedeschi aprono il portafoglio con sempre maggiore prudenza, e puntano a consumare prodotti e manufatti di origine interna.

«Non è ancora chiaro se l’attuale fase di stagnazione sia una debolezza temporanea o permanente», dichiarano gli economisti dell’Ifo, l’istituto che determina gli indici di previsione per l’economia tedesca. A causa della grande incertezza, la ripresa della Germania potrebbe essere molto più lenta e faticosa di quanto previsto.

A renderla più impegnativa è il ritardo su altri temi cruciali, come la transizione digitale e le energie rinnovabili. Ma il nodo più grosso è rappresentato dalle infrastrutture oggi in uno stato deplorevole, in primo luogo la rete ferroviaria. I treni sono sempre più spesso in grande ritardo, la puntualità di quelli a lunga percorrenza è ormai un miraggio, tanto che ormai i viaggiatori riempiono il modulo per il rimborso prima di montare a bordo. Occorrono almeno 45 miliardi di euro per i lavori di ammodernamento.

Oltre quattromila ponti sono inoltre considerati non sicuri, e la rete elettrica è in buona parte da rifare, soprattutto se la Germania vuole raggiungere i suoi obiettivi climatici, comportando costi aggiuntivi significativi. Tutti problemi imputabili all’anemica percentuale di investimenti pubblici. Il Paese tedesco è il penultimo, dopo la Spagna, nella classifica dei sei Paesi Ue a più altro reddito.

L’origine del disastro è da ricercare nei sedici anni di governo di Angela Merkel, in cui i finanziamenti sono scesi al di sotto del 2% del Pil. La longeva cancelliera, che i tedeschi chiamavano affettuosamente «Mutti», si è impegnata a risanare i conti, in particolare a seguito della crisi finanziaria del 2009, quella dei subprime. Ma non investiva sul futuro del proprio Paese. Nello scorso dicembre, l’autorevole settimanale The Economist notava che la Germania si sta svegliando da un lungo torpore: «L’eredità di Angela Merkel sembra sempre più in causa». Ecco cosa non va nel Paese, dichiarava il giornale britannico, «l’assenza di riforme e investimenti».

La narrazione ufficiale è stata un’altra, quella di un Paese forte che esprimeva la sua potenza economica attraverso l’export. «Un racconto ripetuto pigramente da tutti, economisti, politici e imprenditori», scriveva nel 2017 Tonia Mastrobuoni. La corrispondente di Repubblica a Berlino è stata fra le prime a svelare «il lato oscuro della Germania», quell’ossessione per i conti pubblici, «il rigore della Merkel che cancella le infrastrutture». La Germania che ama flettere i muscoli, «nasconde un’atrofia grave», sanciva otto anni fa la giornalista. Oggi la situazione sembra più grave: il Paese si presenta a pezzi al voto.

 
Corriere dell’italianità


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