Come vivono gli italiani la chiamata alle urne? Il primo partito è quello degli indecisi… | Corriere dell'Italianità

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Come vivono gli italiani la chiamata alle urne? Il primo partito è quello degli indecisi…

di Giovanna Guzzetti

“Pace alla toilette”. Potrebbe anche scapparci una sana risata se non ci fosse qualcosa di drammatico, anzi tragico, nel titolo di un primario quotidiano nazionale italiano, del 5 settembre, per indicare la ritrovata intesa fra Forza Italia e Azione. Due partiti in campo per le elezioni del 25 settembre, con il primo a rappresentare l’anima moderata del Centro Destra (parola del Cavaliere) e la seconda, guidata da Carlo Calenda, il cinquanta per cento di quel Terzo Polo (il restante è Italia Viva di Matteo Renzi), che, al pari di Lorenzo il Magnifico, si propone di essere l’ago della bilancia dello scenario politico che uscirà dalle urne del 25 settembre prossimo, con la promessa di portare avanti l’agenda Draghi, possibilmente con l’ex governatore della Bce nuovamente in sella a Palazzo Chigi. Ma il Paese come si sta preparando a questa tornata elettorale, solo leggermente in anticipo rispetto alla scadenza naturale, alla quale però si è pervenuti con un colpo di mano (leggi sfiducia) nei confronti dell’esecutivo Draghi?

Per dirla cinematograficamente sembra di essere sul Titanic: un gran divertimento prima dello schianto (l’iceberg è tutto meno che nascosto…). Una novità va segnalata. I politici hanno scoperto Tik Tok, uno strumento di campagna teoricamente rivolto alla fascia d’età 18 – 24 anni che, però, andrà a votare solo per il 7 cento. Una conferma del disinteresse/ allontanamento crescente nei confronti della politica anche in presenza di un orientamento piuttosto chiaro. Una larga parte dei giovani di quella coorte dichiara di riconoscersi nelle proposte del Pd (che ha esposto parecchi under 35 in cima alle liste) ma non ritiene così importante, utile o decisivo recarsi al seggio. Riusciranno i vari media elettorali a far cambiare loro idea nei giorni restanti da qui fino al 25 settembre? In ogni caso su Tik Tok un record lo ha conseguito il fuori età (o tempo massimo?) Berlusconi che, nella sua prima mezza giornata di presenza sul canale, ha messo a segno ben 275 mila follower: niente da fare quando c’è di mezzo uno schermo il Silvio nazionale ci sa fare! Una conferma, l’exploit del Cav, che i social la fanno da padrone e fanno notizia. Due casi su tutti ma emblematici. Il dem Orfini, che non brilla per allegria, fa sapere che lui non sarà su Tik Tok e via all’ironia; la leghista (già FI) Ravetto indìce un concorso on line per scegliere la sua immagine della campagna elettorale (la 1, la 2 o la 3…?) e si scatena la bagarre: l’icona sarà la 4, scelta dalla legittima proprietaria.

Hanno rotto gli schemi i visual rossoneri del Pd incentrati su “Scegli”, sintesi della contrapposizione fra il loro campo (forse, quasi) largo e l’area di centro destra. “Molto bella da un punto di vista grafico e creativo. Ma è una campagna fatta per perdere”, dixit Luigi Crespi, sondaggista e pubblicitario, che vede nella contrapposizione secca rosso-nera, sinistra-destra, solo “il tentativo di perdere il meno possibile”. E non stiamo parlando del derby della Madonnina, più avvincente.

Quella a cui stiamo assistendo è una campagna elettorale assolutamente fuori dall’ordinario. In un periodo dell’anno del tutto inusuale, per il clima sia di vacanza sia meteorologico. Quindi calda, come si addice a questo scampolo d’estate ancora rovente, dove la temperatura non favorisce lucidità e concentrazione. La prima che dovrebbe essere ad appannaggio di programmi e proposte, la seconda per i cittadini nell’analizzare quanto i loro potenziali rappresentanti hanno da dire loro per guadagnare gradimento e seggio.

Eppure, di temi trasversali su cui convergere sforzi ed attenzioni ce ne sarebbero. Due su tutti: il PNRR, piano nazionale di resistenza e resilienza, da rispettare ed implementare secondo i tempi previsti per incassare i fondi Ue, e l’emergenza energia, resa ancora più acuta dalla guerra in Ucraina.

Stante la situazione globale, il governo dimissionario sta facendo ben qualcosa in più rispetto al solito disbrigo degli affari correnti…mentre sul Pnrr cominciano i distinguo. Fratelli d’Italia, accreditato fin qui come primo partito post voto, vorrebbe “rinegoziarlo”; sull’energia (leggi caro bollette) il proposito pressoché generale è quello di aiuti a tutti, famiglie e imprese, con la differenza, non da poco, della provenienza dei fondi. Da una parte chi sostiene un prelievo consistente sugli extra profitti delle aziende energetiche (Eni, profitti cresciuti del 600%, giusto per intenderci); chi affiancherebbe anche manovre a debito. E non solo per l’energia (stima della Lega 30 miliardi) anche, ad esempio, per le pensioni: dalle parti del Carroccio, da sempre avverso alla legge Fornero (e alla stessa ex ministra…), dopo quota 100 e 102, si vuole arrivare a quota 41 erga omnes. Una operazione che titilla sicuramente i sindacati, ma che non ha i crismi dell’efficienza occupazionale e men che meno economica, se è vero che costerebbe 18 miliardi l’anno.

Venghino venghino lor signori elettori: non solo bollette, non solo pensioni ma anche flat tax (al 15 per cento secondo la Lega, al 23 secondo Forza Italia) con un aggravio (dovuto ad un minor gettito) fino a 80 miliardi. In questo paese di Bengodi che è l’Italia ante voto, gravida di cornucopie, ci sarebbero anche 10 miliardi per portare le pensioni minime a mille euro cui aggiungere altri 10 miliardi per un assegno alle mamme (non lavoratrici). Insomma, sulla carta non si nega niente a nessuno, dimenticandosi della sostenibilità dei conti dello Stato (leggi anche patto di stabilità che, ad un certo punto, tornerà in auge), delle attese dei mercati e del costo del debito (leggi spread). A spargere monete sulla strada degli elettori è soprattutto il centro destra, quasi che al suo interno mancassero le competenze economiche minime. Eppure, tra i candidati di area si annoverano persone definite esperte, a partire da Giulio Tremonti (FdI), Alberto Bagnai e Armando Siri (Lega).

Che abbia pienamente ragione Sabino Cassese nell’affermare che la nostra attuale politica pecchi di irrealtà? Insomma, difficile dare torto a questo costituzionalista di prim’ordine, lucido nell’osservare ciò che è il vero bene del Paese. Per Cassese “la politica non sa vedere la realtà, è prigioniera di un circolo vizioso: non riesce a interpretare i bisogni sociali; ha difficoltà a capire che cosa bisogna fare per soddisfarli, e con quali mezzi; non riesce, quindi, a risolvere i problemi, e dei suoi fallimenti incolpa la burocrazia”. Lo scaricabarile è uno tra i più amati sport nazionali, non c’è che dire, come una pratica assai diffusa è quella dell’hic et nunc. Ma se il qui e ora ha un valore in altre discipline, in politica, per chi ha a cuore il futuro del paese e dei suoi cittadini, un’ottica di medio lungo respiro è imprescindibile. Prendiamo il gas. Adesso lanciamo (correttamente) invettive all’indirizzo di Putin (sì, proprio lui, l’amico di Berlusconi e Salvini) perché strangola le nostre economie: ma l’allarme sulla dipendenza energetica della Penisola arriva da lontano. Come scrive Alberto Clò nel suo recente «Il ricatto del gas russo. Ragioni e responsabilità» si levò già negli anni Trenta per essere poi ripreso con maggiore vigore da Enrico Mattei (sì, proprio lui, il fondatore dell’Eni, morto nell’incidente di Bescapé nel 1962). Ma il salto di qualità verso il nucleare, quello sicuro, non siamo stati capaci di farlo. Anzi, un referendum del 1987 bloccò tutto, definitivamente.

Insomma, per il prossimo governo (quale? Per quanto tempo? Si accettano ipotesi e scommesse…) di carne al fuoco (e patate bollenti) ce ne sarà parecchia. “Vaste programme”, direbbe uno statista come De Gaulle. Sono cavoli acidi, la versione nostrana della nostra (media o mediocre?) classe politica. Mentre incombe, senza rinvii né sconti, il generale Inverno …

Per concludere, back to reality. Ad oggi, mentre scriviamo, il primo partito italiano è quello degli Indecisi, accreditato di un 42 per cento, in crescita di oltre 3 punti rispetto ad una settimana fa. Un dato davvero sconfortante, unito a quello dell’astensionismo, previsto superiore a quello del 2018 (andò a votare il 73% per cento degli aventi diritto). Alle ultime comunali è andata ancora peggio (a Milano e Torino un elettore su due). Ma, dall’alto, nessuno sembra voler approfondire le ragioni del fenomeno e porvi seriamente rimedio. Nulla di diverso da Il saggio sulla lucidità di José Saramago.

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