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Economia

Gli assi nella manica dell’Italia, patria della dieta mediterranea

di Giorgio Marini

Tra pandemia, guerra, inflazione, emergenza clima e spreco di cibo, il futuro dell’agroalimentare sembra tutto in salita. Cercare delle soluzioni è necessario e urgente

Export, sostenibilità, tracciabilità e innovazioni tecnologiche in primo piano, ma anche ricchezza locale, vera e propria peculiarità e punto di forza di un made in Italy che deve difendersi dalla dilagante contraffazione e deve imparare a valorizzare sempre di più il legame tra territorio, alimentazione e benessere.
Parallelamente occorre che il comparto, punta di diamante dell’economia italiana, impari a fronteggiare urgenti criticità come la mancanza di materie prime, aggravata dalla pandemia e, più di recente, dal conflitto russo-ucraino, l’emergenza climatica e lo spreco alimentare. Sono le varie sfaccettature di un quadro ampio e complesso delineato di recente al Forum sul Food&Beverage, promosso da ‘The European House – Ambrosetti’, svoltosi a Bormio (Sondrio).

Un comparto florido in una “tempesta perfetta”. La situazione è molto complessa: come hanno sottolineato gli organizzatori del Forum in una nota, l’agroalimentare “è costretto ad operare in un contesto turbolento e caratterizzato da cinque fattori di rischio che, sommati tra loro, danno luogo a una possibile ‘tempesta perfetta’: la pandemia, lo scoppio della guerra, l’impennata dell’inflazione, l’esplosione dei costi energetici e di logistica, l’interruzione di alcune filiere di approvvigionamento”.

Prima voce del Pil tricolore. Voce portante dell’economia nazionale, la filiera agroalimentare italiana è la prima per contributo al Pil della Penisola mediterranea con 65 miliardi di euro di valore aggiunto. Muove un fatturato totale di 204,5 miliardi di euro. Sul fronte dell’export, oltreconfine, nel 2021, è stato raggiunto il record storico raggiungendo la soglia dei 50,1 miliardi di euro (il 10,8% in più rispetto al 2020), risultato che ha consentito alla bilancia commerciale di registrare un surplus pari a 3,3 miliardi di euro.

Il vino si è confermato prodotto italiano più venduto all’estero con una quota di mercato sull’export pari al 14,3% e un giro di affari di 7,1 miliardi di euro. Il principale paese di approdo è la Germania, che assorbe una fetta del 22,4%, pari a 8,4 miliardi di euro (+6,6%). Seguono Stati Uniti e Francia, rispettivamente con il 15,1% e il 15%. Importanti anche le ricadute sul piano occupazionale, dal momento che il comparto offre opportunità di lavoro a 1,4 milioni di persone (di cui 483.000 nell’industria del Food&Beverage e 925.000 nel segmento agricolo).

Cosa frena l’evoluzione del settore. Si parla di un mercato fiorente, dimostratosi il più resiliente di tutti durante l’emergenza sanitaria, ma non per questo privo di problematiche. Lo studio di “The European House – Ambrosetti”, per esempio, ne ha evidenziate alcune. Nel 2021 l’agroalimentare italiano ha perso relativamente poco; tuttavia, allo stesso tempo, è cresciuto meno degli altri principali comparti e, pur riportando una progressione del 6,2%, è riuscita a fare meglio solo dell’industria farmaceutica (+2,2%). Relativamente alle esportazioni alimentari, nel 2019-2021 l’incremento del 13,6% colloca l’agroalimentare al terz’ultimo posto nel ranking delle principali filiere italiane. Su questo versante, inoltre, l’Italia è solo quinta nell’Unione Europea con un valore pari al 65% dell’export tedesco e al 72% di quello francese.
La performance del Paese non migliora guardando all’incidenza dell’export agrifood sul totale, pari al 9,7%, ovvero metà della quota spagnola e circa il 70% di quella francese. A rallentare e minare l’evoluzione del comparto nel suo complesso è la costante ascesa dell’inflazione, la più elevata degli ultimi 30 anni. Se si mette a confronto aprile 2022 con quello del 2021, il prezzo del grano ha subito un’impennata del 230% e quello del mais del 130%. Conseguentemente il paniere della spesa delle famiglie italiane è aumentato del 2,9%.

La guerra russo-ucraina ha inciso in modo consistente sul fenomeno, comportando un problema di reperibilità di alcune materie prime di cui l’Italia è carente e profilando nuovi rischi: l’Ucraina, infatti, è, per l’Italia, primo fornitore di olio di girasole – elemento chiave per alcune filiere di trasformazione – oltre che primo fornitore di semi e secondo fornitore di mais e elementi nutritivi per le coltivazioni, con incidenze, sul totale dell’import, che spaziano dal 15% fino al 63% (è il caso dell’olio di girasole, elemento chiave anche per alcune filiere di trasformazione). La carenza di materie prime agricole è un gap che nel 2021 si è ulteriormente ampliato.
In generale, analizzando l’andamento dal 2010 al 2021, lo Stivale ha registrato una perdita oltre 85 miliardi di Pil proprio perché costretto a comprare da paesi terzi i prodotti necessari in ambito di produzione agricola: cereali, pesce lavorato e altri alimenti ittici, carne lavorata, olii e grassi (-2,7), molti di questi provenienti da Ucraina e Russia.

Come evidenziato da ‘The European House – Ambrosetti’ la competitività della filiera agroalimentare italiana viene indebolita, da un lato, dalla frammentazione delle imprese tricolori (il 92,8% fatturano meno di 10 milioni di euro), e, dall’altro, dal fenomeno dilagante dell’Italian Sounding, ovvero l’imitazione delle eccellenze enogastronomiche made in Italy.

Sostenibilità e tracciabilità
Una delle priorità della filiera agroalimentare italiana è il processo di transizione ecologica, in linea con le mutate esigenze dei consumatori. Il maggior rispetto per l’ambiente è un tema molto sentito per il 70% dei cittadini nel 2021 (+22 punti percentuali rispetto al 2015). In Italia le pratiche più richieste sono la riduzione del consumo di plastica (90%) e il passaggio a confezionamenti sostenibili (89%).
Altro aspetto prioritario è la tracciabilità: soluzioni tecnologiche come la Blockchain e lo Smart Label stanno andando incontro a queste crescenti esigenze, grazie a un sempre più costante tracciamento e accumulo di dati. L’innovazione impatta su tutte le fasi della filiera, e l’Italia si dimostra all’avanguardia nell’adozione di nuove tecniche e strumenti: ad esempio la Penisola è ancora al quarto posto nel mondo per densità di robot attivi nella produzione alimentare e, ancora, le 210 startup FoodTech costituiscono il 17% del totale europeo.

Sono numeri che legittimano determinate aspettative sull’agroalimentare e sulla possibilità che possa assumere la guida per il sistema-paese, al centro di una strategia di ripresa che coinvolge la dimensione economica, sociale e ambientale.

Le principali criticità
Allo stesso tempo, però, se gli italiani sono geniali sul fronte di brevetti e tecnologie e virtuosi nel riciclo, risultano molto poco attenti e consapevoli sul versante dello spreco alimentare. L’Italia rientra tra i primi 10 Paesi europei (UE-27+UK) relativamente a questa cattiva abitudine, buttando via e non consumando mediamente 89 kg pro-capite all’anno di cibo, pari a 5,3 milioni di tonnellate. A livello mondiale il problema – aggravato dal sovrappopolamento globale – riguarda il 17% del cibo prodotto e ammonta a quasi 1 miliardo di tonnellate all’anno. ‘The European House – Ambrosetti’ ha richiamato l’attenzione sull’utilità di frenare il più possibile questa cattiva abitudine facendo ricorso, in particolare, ad app create appositamente per aiutare i consumatori a seguire comportamenti virtuosi in tema di cibo.

Altro elemento critico ha a che vedere con le condizioni meteorologiche che danneggiano la filiera agroalimentare. Il 21% del territorio italiano, infatti, è a rischio desertificazione e allo stesso tempo il numero di eventi estremi cresce del 25% ogni anno. In Italia, tale situazione causa un danno stimato di 1 miliardo di euro a livello annuale. Nel 2021 le avversità climatiche hanno determinato una perdita di produzione media del 27% della frutta, del 10% del riso e del 9% del vino. Gli impatti più severi sono stati raggiunti nella produzione di miele – quasi totalmente scomparsa durante quell’annata (-95%) – così come in quella delle pere (-69%) e delle pesche (-48%).

LE PRIORITÀ PER IL FUTURO

Sono sei gli aspetti prioritari per rilanciare la competitività della filiera agroalimentare italiana:

– favorire la sburocratizzazione del settore per lo sblocco degli investimenti e lo sfruttamento dei fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza);

– sostenere e incentivare, anche fiscalmente, il consolidamento del settore Food&Beverage per incrementarne la competitività, anche a livello internazionale;

– combattere la contraffazione nelle sue varie forme e promuovere le esportazioni delle autentiche eccellenze nazionali;

– rafforzare le filiere made in Italy per ridurre la dipendenza dall’estero in un’epoca di continui shock esogeni;

– accelerare l’adozione di politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici;

– promuovere iniziative di sensibilizzazione ed educazione alimentare nella patria della dieta mediterranea, a partire dalle giovani generazioni.

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