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Cultura

La giornata della memoria dell’Olocausto dei rom e dei sinti

Il 2 agosto ricorre la Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto dei rom e dei sinti, proclamata dal Parlamento europeo nel 2015 con una risoluzione che al tempo stesso ha condannato qualsiasi forma di discriminazione verso queste etnie.

Rom e sinti definiscono il genocidio della loro gente con il termine Porajmos che può essere tradotto come grande divoramento, devastazione

Si calcola che circa 500.000 rom e sinti furono vittime dell’Olocausto, nel quadro di una campagna di odio e di persecuzione perpetrata dal nazismo e dai suoi alleati in vari Paesi europei, fra cui anche l’Italia. Molti morirono nei campi di concentramento in cui vennero deportati o nelle camere a gas o in seguito alle terribili condizioni in cui erano costretti da una pessima e scarsa alimentazione, dalle terribili condizioni igienico-sanitarie e dal lavoro forzato.

La data è stata scelta perché nella notte fra il 2 e il 3 agosto 1944 vennero uccisi nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau tutti i superstiti del cosiddetto Zigeunerlager, il settore del campo di concentramento in cui rom e sinti erano segregati: il ricordo di questo tragico episodio vale come monito e memoria per ricordare tutte le altre vittime del Porajmos. Il momento più significativo della giornata si svolge perciò ogni anno, proprio nel luogo di questo ennesimo eccidio.

Pietro Terracina, un ebreo sopravvissuto a quel campo di sterminio e recentemente scomparso, era a quei tempi deportato ad Auschwitz-Birkenau in un settore confinante con il famigerato Zigeunerlager. In alcune toccanti testimonianze ha rievocato la straordinaria vivacità di quella gente, anche per la presenza di bambini, alcuni dei quali erano probabilmente nati nel lager. La notte fra il 2 e il 3 agosto Terracina, rinchiuso nella sua baracca, udì per un paio d’ore dal settore attiguo ordini secchi in tedesco, l’abbaiare di cani, qualche colpo di arma da fuoco, grida e pianti a cui fece seguito un agghiacciante silenzio e il bagliore di fiamme altissime proveniente dal crematorio.

Questa giornata della memoria assume un particolare significato in quanto del genocidio di queste etnie si parla ancora troppo poco e per molto tempo è stato oggetto di un vero e proprio negazionismo. Negli atti del processo di Norimberga rom e sinti vengono a malapena menzionati e, anche sul piano della memoria storica, le testimonianze dirette sono tutte orali.

La giornata non vuole dunque avere un valore semplicemente commemorativo ma al contrario intende mantenere alta l’attenzione sulle varie forme di persecuzione e di discriminazione di cui rom e sinti sono ancora oggi oggetto.

Il pregiudizio nei loro confronti ha del resto radici antiche e profonde che fornirono un terreno fertile alla persecuzione nazifascista. Il regime fascista impose fin da subito misure restrittive verso i circa 95.000 rom e sinti allora presenti in Italia e cercò di limitare l’ingresso e la circolazione delle carovane nomadi sul territorio nazionale. Tutti gli appartenenti a queste etnie venivano indistintamente schedati come stranieri.

A partire dalle leggi di pubblica sicurezza del 1926 gli “zingari”, come spesso vengono sbrigativamente chiamati, vennero definiti, secondo le teorie criminologiche ispirate a Cesare Lombroso e allora in auge, come “tipi criminali”.

Con l’inizio della guerra furono istituiti anche In Italia campi di concentramento in cui rom e sinti vivevano isolati dagli altri internati, spesso in condizioni di totale degrado.

In Italia rom e sinti costituiscono tuttora la minoranza più discriminata a cui, in termini legislativi, viene negato il riconoscimento di minoranza etnico-linguistica. Un calcolo esatto di quanti siano i rom e i sinti che vivono attualmente in Italia risulta arduo in quanto una stima di questo genere si basa su quello stesso principio etnico che fu alla base della loro persecuzione da parte dei nazifascisti.

Si calcola comunque che vivano in Italia circa 180.000 rom e sinti, pari a circa lo 0,25 % della popolazione italiana; una metà di essi ha la cittadinanza italiana e la stragrande maggioranza è stanziale e vive in città in condizioni di perfetta integrazione sociale, mentre i nomadi sono circa 40.000.

Si tratta come si vede di numeri che non giustificano la percezione di un’invasione spesso alimentata da interessati propagandisti dell’emergenza che fa presa su ampi strati della popolazione.

I campi nomadi, in cui gruppi di rom e sinti vivono in condizioni inaccettabili, sono inoltre in Italia una realtà di fatto istituzionalizzata. Una politica di integrazione, anche se non priva di difficoltà sarebbe perfettamente perseguibile da gruppi dirigenti locali e nazionali lungimiranti e meno sensibili a un facile consenso emotivo, basato su ignoranza e pregiudizio.

 

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