L’attività fisica ci rende più intelligenti | Corriere dell'Italianità

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Sport e tempo libero

L’attività fisica ci rende più intelligenti

di Giorgio Marini

A differenza di altri organi del corpo, di cui, ormai, abbiamo da tempo ottime conoscenze, il cervello, in molte sue parti, è rimasto ancora un mistero. Sappiamo che, se chiudiamo i pugni e li accostiamo, esso ha più o meno una dimensione analoga. Pesa all’incirca quanto un cartone di latte. È piccolo e leggero, eppure contiene tutto quello che abbiamo provato, vissuto, imparato, oltre ai tratti della nostra personalità. È la struttura più complessa a noi nota in tutto l’universo e che non consuma più energia di una lampadina.

SIAMO IL NOSTRO CERVELLO

Negli ultimi decenni gli studi hanno potuto contare su nuovi strumenti che hanno ampliato il nostro sapere su questa materia. Oggi possiamo affermare che non solo abbiamo il cervello, ma addirittura che “siamo il nostro cervello”, come recita il titolo di un saggio famoso dello scienziato olandese Dick Swaab, dal momento che il funzionamento cerebrale è anche alla base della conoscenza di noi stessi, dei nostri sentimenti e delle nostre relazioni sociali. Ma attenzione: anche se c’è una base biologica per molte caratteristiche umane, ciò non significa che siamo condannati a diventare per forza in un certo modo. Anche perché, allo stesso tempo, la ricerca ha rivelato anche quanto sia malleabile la materia cerebrale, non solo nei bambini, ma anche negli adulti. Si formano costantemente nuove cellule e, di continuo, mentre scompaiono alcune connessioni, se ne creano altre. Persino il più piccolo pensiero va a modificare leggermente il cervello, che è più simile semplicemente all’argilla che alla porcellana. E allora come possiamo modellarlo, al pari di un materiale malleabile? Basandosi su avanzate indagini scientifiche, ce lo spiega lo psichiatra e ricercatore Anders Hansen nel suo libro “Muovi il corpo per potenziare il cervello” (Vallardi). Considerato il massimo esperto sulla salute mentale in Svezia, Hansen spiega perché l’attività fisica sia la migliore protezione contro la demenza, quali esercizi si possono fare per trattare la depressione, in che modo il movimento aumenta la capacità di concentrazione in età infantile, particolarmente in chi soffre di disturbi dell’attenzione. E ancora: l’autore dimostra come i bambini con una buona forma fisica possono migliorare nella comprensione di un testo e in matematica, e perché il cosiddetto «sballo del corridore» – le sostanze chimiche naturali rilasciate durante il jogging – migliora la salute e l’umore.

MUOVERSI AUMENTA L’INTELLIGENZA

Nel suo nuovo volume lo studioso svedese illustra come il movimento fisico abbia effetti straordinari sullo stato emotivo, sulla memoria, sulla creatività e sulla resistenza allo stress: non solo è in grado di rallentare il processo di invecchiamento, ma aumenta anche il quoziente d’intelligenza, consente di processare più rapidamente le informazioni e di gestire meglio le risorse mentali – per esempio quando occorre concentrarsi in un ambiente rumoroso o mantenere la calma in un momento critico. Ovviamente, un’unica corsa o una passeggiata possono fornire subito più sangue al cervello: perché si formino nuovi neuroni e si rafforzino le connessioni cerebrali occorre più tempo e costanza. Fare attività fisica fa stare meglio in generale, permette di processare più rapidamente le informazioni – e dunque di pensare più in fretta – e di gestire meglio le risorse mentali quando servono. Dà, insomma, una sorta di “marcia mentale” in più, da ingranare, per esempio, quando bisogna concentrarsi, ma ci si trova in un contesto rumoroso, oppure quando occorre mantenere la calma anche in situazioni estreme che, lì per lì, ci manderebbero su tutte le furie. Anzi, l’attività fisica aumenterebbe persino l’intelligenza. Così come se si vuole rafforzare un organo o migliorare il proprio aspetto occorre allenarsi, lo stesso vale con il cervello. Lo si sostiene da tempo, lodando l’utilità e l’efficacia di giochi enigmistici, sudoku, esercizi mnemonici o altre forme di ginnastica cerebrale. Ma quello che aggiunge Hansen di innovativo a questo quadro è che, in modo piuttosto sorprendente, il cervello sembra essere l’organo che più si potenzia grazie al movimento.

CONCENTRAZIONE E ATTESA DELLA RICOMPENSA

Concentriamoci, dunque, sulla concentrazione (ci sia consentito il gioco di parole). Il motivo più importante per cui l’esercizio fisico fa bene a questo aspetto è che va ad aumentare i livelli di dopamina, che, in generale, crescono soprattutto dopo aver fatto attività fisica. Salgono un paio di minuti dopo la fine dell’allenamento e restano alti per una o due ore. Ciò fa sì che ci sentiamo più attenti e calmi dopo aver fatto del moto. Questo neuro ormone ha molti effetti importanti sul lobo frontale, che si trova dietro la fronte. In particolare è la corteccia prefrontale a dettare legge nel cervello. Qui risiede la capacità di agire per raggiungere obiettivi lontani, invece di essere reattivi solo agli impulsi momentanei, così come sono localizzate le funzioni mentali avanzate – pensiero astratto, matematico e logico – che ci differenziano dagli animali. In gran parte, è sempre il lobo frontale a governare la concentrazione e anche la capacità di procrastinare una ricompensa, una facoltà che oltretutto può rivelare nei più piccoli alcuni tratti della personalità da adulti.

IL TEST DEL MARSHMALLOW

Lo ha dimostrato il professore di psicologia Walter Mischel, facendo delle osservazioni sui bambini negli anni Settanta. Il test di Mischel – noto anche come “test del marshmallow”, con riferimento ai famosi cilindretti di zucchero colorati, tipicamente americani – prevede che alcuni bambini di 4 anni possano scegliere se ottenere un marshmallow subito oppure due di quei dolcetti dopo un’attesa di venti minuti. Di solito la maggioranza dei bambini non riesce ad aspettare più di due o tre minuti prima di inghiottire la ricompensa. Alcuni, però, riescono a controllarsi più a lungo, e una minoranza riesce addirittura a resistere per i venti minuti necessari a ottenere due dolcetti. Mischel ha seguito i bambini sottoposti al test per diversi decenni, rilevando che coloro che erano riusciti ad attendere ottenevano in media voti più alti e un grado di istruzione più elevato. E avevano più raramente problemi di obesità, alcol o droga. Inoltre gestivano meglio lo stress. Le differenze individuali nel funzionamento del lobo frontale si manifestano quindi molto presto nel corso della vita e hanno conseguenze decisive. Resistere all’impulso di mettersi in bocca la caramella richiede un enorme autocontrollo per un quattrenne (e anche per alcuni adulti…). Ebbene, l’autocontrollo è una qualità collegata alla concentrazione. Un’importante ragione per cui certi bambini superano il test meglio di altri è proprio la migliore abilità di focalizzarsi sulla ricompensa futura.

DIAMOCI UNA MOSSA!

Un certo tipo di concentrazione, come quello appena considerato, e la capacità di rimandare una gratificazione, sono funzioni esecutive che rientrano in quel che Mischel definisce il “sistema freddo” del cervello. Il premio Nobel Daniel Kahneman parla di “sistema due”: il sistema lento e riflessivo del cervello. Altri autori e ricercatori, nel corso della storia, hanno usato differenti espressioni, ma tutti sostengono sostanzialmente la stessa cosa: questo sistema serve al pensiero superiore che frena gli istinti, e ha origine nel lobo frontale e nella corteccia prefrontale. Un sistema che, grazie all’attività fisica, può essere potenziato in molti modi. E si tratta di un sistema plastico, che può essere plasmato e migliorato, a partire proprio dal movimento consentito da passeggiate e corse. Non è il cervello che ci controlla, ma siamo noi che lo controlliamo, attraverso le nostre azioni. A prescindere dalle predisposizioni individuali e dalle nostre prerogative alla nascita, se si vogliono avere delle opportunità di riuscita nella propria vita – suggerisce anche Hansen – occorre darsi una mossa e – letteralmente – muoversi!

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