Anche Totò al cinema “ricominciò da tre” | Corriere dell'Italianità

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Anche Totò al cinema “ricominciò da tre”

di Paolo Speranza

Gli esordi difficili sul grande schermo del “principe della risata”

“Cominciamo bene…”, deve aver pensato Totò leggendo i giudizi su Fermo con le mani, il suo primo film. E non si trattava della critica snob che lo avrebbe stroncato anche negli anni d’oro. I commenti più tranchant si leggevano nella posta del pubblico, come su “Cine Magazzino” del maggio 1937: “Fermo con le mani è un film divertente. Però, accidenti che roba…e quant’è brutto! Un bravo di cuore ai realizzatori che peggio di così non lo potevano fare”, commenta un lettore di Roma, in linea con la redazione. Idem su “Bianco e Nero”, rivista del neonato Centro Sperimentale di Cinematografia.

Solo nella sua Napoli l’esordio era stato accolto con entusiasmo anche dalla stampa (il “Roma” lo giudicò superiore a Buster Keaton…) oltre che dai tanti spettatori, fedeli a Totò anche dopo il trasferimento a Roma, che in quel film ritrovavano anche un comico teatrale famoso come Nicola Maldacea e gli emergenti Tina Pica e Franco Coop.

Fortunatamente il grande attore aveva maturato nella carriera teatrale un credito così unanime di simpatia e consenso da potersi concedere con il cinema varie prove d’appello.

Da dieci anni era il numero uno del varietà in Italia e i suoi spettacoli mandavano in visibilio anche i critici più quotati, conferma lo storico del cinema Orio Caldiron nel libro Totò e la gaia scienza, edito da “Cinema Sud”. Il più severo, Umberto Barbaro, futuro principe della critica marxista e “ambasciatore” del cinema sovietico in Italia durante il Fascismo, nel ’33 lo definisce “personalità artistica di prim’ordine” e l’anno dopo lo sceglie come protagonista del suo primo film da regista, Arcobaleno, che resterà solo un progetto. Quanto basta per far annunciare al periodico “L’Illustrato” che “Totò, il popolarissimo e simpatico comico del Varietà italiano, ha tratto il dado con virile decisione ed è passato al cinematografo”.

Erano anni, insomma, che l’Italia intera reclamava l’esordio al cinema di Totò e anche il grande battage pubblicitario per Fermo con le mani (“Una nuova maschera comica dello schermo italiano”, “La maschera più fotogenica, più dinamica”) contribuì ad alimentare la delusione, con un effetto-boomerang sul film. Il pubblico si divertì lo stesso, ma fra il Totò di teatro e quello di cinema c’era un abisso e nella critica iniziò il tormentone che lo avrebbe accompagnato per decenni: Totò aveva bisogno di un soggetto e di produttori di livello, oltre che di un regista più bravo del pur esperto Gero Zambuto, per dimostrare che in Italia c’era finalmente “un tipo ideale da contrapporre, e senza téma di parere esagerati, a Charlot”, come si legge su “Lo Schermo” nel ’43.

Totò dovette quindi ricominciare da tre, visto che anche nel secondo film, uscito nel ’39, aveva confermato “i limiti delle sue possibilità cinematografiche”, come scrisse sul “Corriere della sera” Filippo Sacchi. In effetti la comicità surreale di Animali pazzi, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia da un soggetto di Achille Campanile, era troppo all’avanguardia e puntava tutto sul frenetico dinamismo comico del protagonista: “nel mio ultimo film mi hanno costretto ad ammazzarmi tre volte, mi hanno dato una bella fidanzata e un’amante feroce con bombe, cinque milioni volanti, un maggiordomo subdolo, una clinica di animali pazzi e un sosia. E tutto per un Totò solo”, disse l’attore in una spassosa intervista a “L’eco del cinema”.

Finalmente in San Giovanni Decollato riuscì “a dar corpo e tono alle sue potenziali virtù cinematografiche” (“Rivista del Cinematografo”), grazie a un regista (Amleto Palermi, reduce dal successo di Napoli che non muore) e soprattutto a un soggettista di prim’ordine, Cesare Zavattini. Decisiva anche la presenza di Titina De Filippo nel ruolo della petulante moglie Concetta, che infine diventa muta per una grazia del santo al devoto calzolaio Agostino: i due non potevano saperlo, ma in quel film stava nascendo anche la memorabile coppia di coniugi di Totò, Peppino e i fuorilegge

Solo nel dopoguerra Totò potrà esprimere tutto il suo talento, per vari fattori concomitanti: la maggiore qualità autoriale del cinema italiano, l’autonomia rispetto al teatro, la fiducia crescente dei registi nei suoi confronti. E, soprattutto, la libertà politica e creativa: durante il Fascismo la comicità di parola era frenata, i doppi sensi di cui Totò era maestro considerati sospetti, il dialetto addirittura bandito.

Dopo il successo nel ’45 di Il ratto delle Sabine, dove esordisce la sua “spalla” per eccellenza Mario Castellani (l’indimenticabile “onorevole Trombetta” dello sketch in treno di Totò a colori), tra il ’48 e il ’51 escono ben diciotto film campioni di incasso, fino a Guardie e ladri di Steno e Monicelli, che valse a Totò gli applausi al Festival di Cannes e il Nastro d’Argento come miglior attore. E l’anno successivo, nella sarabanda musicale che chiude Totò a colori, anche il pubblico del cinema riuscì ad avere un’idea, sia pur parziale, di quelle fantasmagoriche passerelle finali di Totò che tutti gli spettatori di teatro negli anni Trenta ricordano come un’esperienza unica, un delirio di allegria quasi metafisico.

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