Covid e psiche. I giovani rischiano di più, ma c’è una strada per non “perdere la testa” | Corriere dell'Italianità

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Covid e psiche. I giovani rischiano di più, ma c’è una strada per non “perdere la testa”

Il Coronavirus mette a rischio la nostra salute mentale: un’emergenza che non si può più trascurare

di Erica Volpi

C’è un fatto. Il Covid- 19 colpisce di più la popolazione anziana, ma a farne maggiormente le spese dal punto di vista psicologico sono tutte le altre fasce di età. Potrebbe sembrare un paradosso, ma quello che osserviamo noi psicologi clinici è proprio la sofferenza psichica che si va diffondendo nelle fasce di popolazione statisticamente meno colpite fisicamente dal virus.
In molti Paesi europei sono state condotte ricerche sul malessere psichico covid-correlato che confermano questa constatazione. In Italia dati attendibili arrivano ad esempio dalla Fondazione Soleterre che ha lanciato una rete formata da 570 psicologi in tutta la penisola per l’assistenza psicologica attraverso un centralino. “Nei primi pazienti che hanno aderito al progetto abbiamo rilevato un 40 per cento di sintomi di depressione grave, livelli alti (33 per cento) di ansia e frequente consumo di alcol e sostanze a scopo automedicale (36 per cento). Un mix molto pericoloso e che in alcuni casi porta a tentativi di suicidio”, racconta il dottor Damiano Rizzi, responsabile del Servizio.

Per gli stessi motivi c’è grande preoccupazione in Svizzera e nel resto d’Europa, ma al di là dei numeri che arriveranno più precisi man mano che verranno sistematizzate le ricerche, quella della salute mentale rappresenta un’emergenza nell’emergenza che non si può collocare ad oggi sullo sfondo. Se infatti nella prima ondata siamo stati tutti travolti dall’improvviso arrivo della pandemia che ha mutato i nostri stili di vita nel giro di pochi giorni e ci ha messi quindi nella situazione di far fronte velocemente aun cambiamento radicale, oggi, dopo quasi un anno da suo arrivo in Europa, i vissuti psicologici sono moto differenti.

Per utilizzare una metafora potremmo affermare che se a marzo del 2020 eravamo tutti impegnati, sul fronte psichico, a mettere in atto un veloce adattamento, ad orientarci fra le misure di sicurezza che avrebbero tutelato la nostra salute fisica e cercavamo quindi di salvare il salvabile come si fa dopo un terremoto quando si recuperano in fretta gli oggetti che a noi sembrano necessari, oggi sentiamo premere il bisogno di ricostruire, di ricominciare a vivere davvero, di interrompere quel faticoso stato di sospensione in cui siamo stati catapultati per lunghi, lunghissimi mesi. Il desiderio di ricostruzione della ‘casa metaforica’ si scontra però con il dato di realtà per cui la pandemia purtroppo non è ancora alle nostre spalle. Per questa ragione il malessere psichico è in aumento.

E’ come se fossimo tirati da due forze contrapposte: un desiderio sano e vitale che ci proietta in una vita fatta di quotidianità e la consapevolezza di non poter soddisfare questo bisogno per tutelare la nostra salute e quella di chi ci è caro. Si apre quindi uno squarcio, un conflitto interiore che conduce a comportamenti che spesso neppure noi riusciamo a decodificare, a stati d’animo molto altalenanti, a vissuti umorali che ci portano nel giro di poche ore a nutrire una speranza nella fine prossima e poco dopo al non intravedere una via d’uscita. Tutto questo non può che danneggiare la nostra mente e compromettere la salute psichica.

I bambini risentono delle costrizioni come gli adulti. Sebbene in molti Paesi europei abbiano continuato a frequentare la scuola, hanno dovuto attuare una serie di comportamenti che hanno inevitabilmente mutato le loro routine. Non solo devono indossare una mascherina e hanno l’obbligo di lavarsi e disinfettarsi le mani frequentemente ma, sul piano psichico, sono stati percepiti sin da subito come veicoli pericolosi del virus. Questa dato scientifico ha fatto sì che molti genitori abbiano scelto di evitare la frequentazione dei nonni, persone che in molti casi sono riferimenti affettivi insostituibili. Nell’immaginario dei bambini il virus è entrato prepotentemente come ‘fantasia mortifera’. I più piccoli sono stati costretti ad autopercepirsi come pericolosi oltre a rinunciare a molte attività ludiche, creative e sportive. Molti bambini, di ogni età, hanno mostrato regressioni nel comportamento e nell’apprendimento scolastico. I più piccoli che magari avevano smesso di essere allattati hanno richiesto il seno come rifugio rassicurante, familiare e calmante. Alcuni hanno ricominciato ad utilizzare i pannolini e a richiedere il ciuccio.

I preadolescenti e gli adolescenti, nella loro piena fase di emancipazione dall’adulto e proiettati in modo sano verso il gruppo dei pari, hanno dovuto gestire una battuta d’arresto non da poco. Le libertà appena conquistate e per questo non consolidate, si sono ridotte drasticamente. Sono stati ‘obbligati’ a trascorrere molto tempo proprio con quegli adulti da cui stavano cercando faticosamente di ‘individuarsi’ come tutti abbiamo fatto alla loro età. Tanti adolescenti riportano agli psicologi scolastici o nella stanza del terapeuta, vissuti di forte disagio provocato dall’ isolamento. Rabbia, demotivazione, desiderio di infrangere le regole, diminuzione della rendita scolastica, impossibilità di immaginare il proprio futuro.

I giovani universitari o coloro che si stavano affacciando al mondo del lavoro, denunciano in ugual modo la difficoltà di vedere prospettive. Si sentono fermi in una realtà in cui avvertivano già complessa e che, privati del confronto con i loro pari, avvertono ancora più difficile da affrontare. Sono stati considerati ‘grandi’ quando grandi non sono. I millennial -la cosiddetta generazione Y, i nati tra il 1981 e il 1996 – mostrano oggi tutte le fragilità di una generazione da un lato accusata dal mondo adulto di essere svogliata perché ha avuto tutto, ma dove il tutto coincide prevalentemente con le comodità materiali mentre loro chiedono, forse senza consapevolezza, che gli venga regalata la prospettiva, il sogno.

Infine gli adulti. Coloro che lavorano come dipendenti inizialmente si sono quasi ‘goduti’ i ritmi più lenti concessi dallo smart working per poi avvertire, con il trascorrere dei mesi, la mancanza della socialità offerta dal luogo di lavoro. La pausa caffè che garantiva quel veloce confronto con il collega che più si sentiva affine. Stando a casa, in molti hanno dovuto riorganizzare spazi e i compiti. Le donne in particolar modo segnalano un sovraffaticamento poiché impigliate nel ruolo di caregiver della famiglia. Non solo hanno continuato a lavorare da remoto ma si sono dovute occupare, soprattutto durante la prima ondata, dei figli che a loro volta seguivano le lezioni con modalità di didattica a distanza (DAD) o di bambini molto piccoli non autonomi, evidenziando livelli decisamente comprensibili, di elevato stress e forme di burnout. Coloro che hanno attività in proprio o lavorano come liberi professionisti si sono ritrovati a spostare le loro attività online, a ripensarle, a promuoverle con differenti modalità nell’incertezza che i consumi o la richiesta dei loro servizi subissero una contrazione.

Vivo e lavoro tra Milano e il lago di Como e purtroppo constato con grande dispiacere che le saracinesche di tanti negozi non si alzeranno più. Anche in questo caso, sul piano psicologico, hanno giocato una complessità di fattori che sono ad esempio la propensione nel reggere lo stress, il contemplare un margine di rischio che la pandemia ha ampliato, la capacità di coping ovvero letteralmente la capacità di far fronte, in questo caso a una situazione del tutto inedita. Mi è poi quasi impossibile citare tutte le categorie professionali che sono state duramente colpite dalla pandemie e che mostrano oggi uno scoramento quasi totale: tutti coloro che lavorano nell’ambito dello spettacolo, le tante persone che stanno dietro le quinte, i commercianti di prodotti non ritenuti ‘generi di prima necessità’ durante le chiusure più stringenti.

5 CONSIGLI PER AFFRONTARE LA SITUAZIONE

–  lo spazio di movimento si è ridotto, ma non è azzerato.
Sfruttiamolo tutto, soprattutto ora che è passato quasi un anno dall’arrivo del virus in Europa, concentriamoci sulla socialità. Siamo per definizione esseri relazionali. E mai come in questo momento abbiamo bisogno degli altri. Di un amico con cui fare una passeggiata all’aria aperta con cui vivere momenti  di leggerezza. Persone che sappiamo non ci giudicheranno perché tengono a noi. Nel rispetto di tutte le norme di sicurezza incontriamoci di persona. Lo schermo del pc ci è stato utile per un tratto di questa pandemia ma ora risulta, sul piano relazionale del tutto insufficiente. E’ indispensabile non rimanere isolati. Perché la rete sociale ci fa da paracadute quando cadiamo, quando ci scoraggiamo ma anche quando gli atri hanno bisogno di noi perché anche aiutare e sostenere un amico o una persona cara aumenta il benessere psichico.

– spostiamoci da un ruolo passivo, in cui sentiamo che non vi sia molto da fare, a un ruolo attivo.
Possiamo adoperarci nel renderci utili a persone che ne hanno necessità, ad esempio attraverso forme di volontariato. Informiamoci se nelle vicinanze qualcuno ha specifiche necessità. Portiamo la spesa a un vicino di casa ora che fa freddo, prepariamo un thermos caldo per chi non ha un tetto.

– evitiamo di cadere nella trappola di chi ci fa sentire in colpa perché ‘del resto noi stiamo bene’, ‘non ci siamo ammalati’ e ‘non abbiamo diritto a lamentarci’. Tutte le nostre emozioni hanno sempre bisogno di trovare uno spazio. I nostri vissuti non devono mai essere ricacciati là da dove sono emersi ma accettati, compresi e se diventano troppo invasivi, elaborati con qualcuno che possa aiutarci ad attribuirgli un significato.

– cerchiamo di mantenere alcune routine che aiutano grandi e piccoli.
Un tempo dedicato ad una passeggiata, anche se lavoriamo da casa, ci consente di fare movimento ma soprattutto di godere di luce e aria fresca. Sforziamoci quindi di mantenere orari simili per quanto riguardo il ritmo sonno- veglia, i pasti, il lavoro– per il nostro benessere psicologico dobbiamo continuare a progettare, pianificare, a volgere lo sguardo verso l’orizzonte. Queste dimensioni sono indispensabili per l’essere umano. Pensarci oltre. Non rassegnarci.

Erica Volpi è nata a Milano nel 1975. E’ una psicologa psicoterapeuta ad orientamento sistemico- relazionale. Lavora sia nella sua città di origine sia sul lago di Como, a Moltrasio, uno splendido borgo poco distante da Chiasso. Collabora con il Tribunale di Milano e Como. Attualmente è Consigliera
dell’ Ordine degli Psicologi della Lombardia.

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