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Dislessia, un po’ di chiarezza

Dal 7 al 13 ottobre 2019 AID ha organizzato la quarta edizione della Settimana Nazionale della Dislessia, che è disturbo specifico dell’apprendimento a lungo ignorato mentre oggi si stima riguardi più del 3 per cento degli alunni.

(mc) La dislessia è il più conosciuto e frequente tra i Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) ovvero una categoria di disturbi del neurosviluppo che, in presenza di un funzionamento intellettivo generale nella norma, sono caratterizzati da un deficit nelle competenze strumentali degli apprendimenti scolastici: lettura, scrittura, concetto di numero e  procedure di calcolo. In Italia, nei bambini di madrelingua italiana, si stima che l’incidenza degli alunni dislessici sia il 3,2% (Miur, 2018). La percentuale cresce nei paesi con lingue meno trasparenti dell’italiano come il francese, fino ad arrivare intorno al 10-15% nei paesi di lingua anglofona.

La diagnosi di dislessia avviene attraverso una valutazione neuropsicologica strutturata, svolta da uno psicologo abilitato che lavora in equipe con un logopedista, ed atta a rilevare la velocità e l’accuratezza nella lettura, oltre che le competenze linguistiche e cognitive trasversali (come attenzione e memoria).

Il bambino dislessico, pur avendo spesso adeguate competenze cognitive e senza presentare fattori di rischio quali patologie neurologiche, non presenta comunque un livello di scolarizzazione inadeguato e una condizione di svantaggio socio-culturale della famiglia. Come mai? La dislessia è caratterizzata da una difficoltà nel processo di transcodifica dei segni scritti in suon del parlato. Ciò porta sia a una lentezza nella lettura sia alla presenza di numerosi errori di decodifica come inversione di sillabe o lettere, difficoltà nella fusione di sillabe in parole o non riconoscimento di grafemi.

Nella maggior parte dei casi, le prime difficoltà iniziano a manifestarsi durante il primo anno della scuola primaria quando al bambino viene richiesto di confrontarsi in modo diretto con l’analisi dei suoni e i processi di decodifica scritta. Il divario tra le competenze attese e quelle reali diventa più evidente e significativo dalla seconda primaria, a fine della quale in Italia si può fare diagnosi. Esistono tuttavia già dalla scuola dell’infanzia alcuni indicatori che possono suggerire un possibile disturbo specifico dell’apprendimento, quali per esempio difficoltà nella manipolazione dei suoni della lingua, difficoltà nel linguaggio espressivo e scarsa attenzione visiva.

A seguito della valutazione e accertamento della presenza di dislessia, è importante avviare sia un percorso di potenziamento delle abilità scadenti presso un professionista, sia coinvolgere gli insegnanti del bambino che svolgono un ruolo fondamentale nei percorsi di apprendimento del bambino. Ricordiamo infatti che il bambino dislessico è un bambino intelligente che, in genere, è in grado di seguire le spiegazioni orali e riesce a raggiungere gli obiettivi stabiliti per l’intera classe. Tuttavia, è necessario adattare la didattica alle esigenze degli alunni con DSA e concedere sia strumenti compensativi (supporti per compensare deficit funzionali, per esempio la calcolatrice o il computer) sia misure dispensative, ovvero misure didattiche che favoriscono il successo scolastico (per esempio concedere un tempo maggiore per le verifiche).

 

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