Donne e scienza, perché no? | Corriere dell'Italianità

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Donne e scienza, perché no?

di Giovanna Guzzetti

Il diritto di contare. E’ per aiutare le donne di scienza -praticanti o aspiranti tali- a conseguirlo questo diritto, che l’11 febbraio si celebra l’edizione 2021 dell’International Day of Women and Girls in Science. Certo in tono minore, vista l’emergenza planetaria da Covid 19, ma la giornata non può passare sotto silenzio, non fosse solo per l’elevato contributo che le donne di scienza -e in questo esercito di valorose includiamo anche tutte le addette alla cura delle persone colpite dal virus, donne medico ed infermiere- stanno fornendo, senza risparmiarsi, nella lotta al virus.
Il diritto di contare, però, è anche la celebrazione della donne di scienza, le cosiddette donne STEM (l’acronimo sta per Science, Technology, Engineering and Mathematics), attraverso un film del 2017 con tre candidature all’Oscar, dove vengono ripercorsi gli studi, gli sforzi ed anche i gesti ruvidi nei confronti di tre donne di colore, matematiche ed ingegnere, in particolare di quella Katherine Johnson che, vedova e madre di tre figlie, con le sue equazioni, la cui risoluzione manuale veniva ritenuta più affidabile di quella dei primi ingombranti elaboratori IBM, consentì la prima missione di John Glenn, compreso il rischioso rientro grazie a correzioni in itinere. Insomma, la superiorità spaziale degli Stati Uniti si deve in gran parte alle donne.  Afroamericane. E stiamo parlando degli anni 50/60, quando, tanto per fare un paragone con l’Italia, le nostre studentesse delle materie STEM erano esattamente il 2,1% del totale degli iscritti.

E allora suonano particolarmente intonate le parole del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che esorta ad un impegno globale per mettere la parola fine allo squilibrio di genere nella scienza. Non si tratta solo di una manifestazione ulteriore del politicamente corretto: mai come ora va sfruttato al massimo tutto il potenziale di cui si dispone per affrontare, e vincere, le sfide che abbiamo davanti. E solo la scienza, con la ricerca e le sue applicazioni, può dare risposte agli interrogativi che riguardano la salute globale, quella che una scienziata italiana oggi negli Usa, Ilaria Capua, ha definito correttamente salute circolare. Perché, sul pianeta, non c’è, né ci sarà, un attore che si salverà a discapito, o a vantaggio, di un altro. Davvero siamo tutti sulla stessa barca, anzi su un’unica Terra, e solo da interventi in grado di mantenere in equilibrio uomini, animali, piante e ambiente in senso lato potranno derivare politiche ed interventi sostenibili, di evoluzione, crescita e sviluppo.
E a tutto questo non può che pensare la scienza. Che, forse non a caso, è un nome di genere femminile. Come Terra e madre.  E come la Terra (ma anche quella con la t minuscola) e la madre genera e protegge.

Eppure, fino ad ora, la Scienza non è il campo nel quale le donne, dopo aver raggiunto un livello di scolarizzazione uguale/analogo a quello maschile, stanno eccellendo. Tuttavia noi sappiamo che, se parliamo di numero di laureati, le ragazze sono la maggioranza (56%), conseguono votazioni migliori (il voto medio è pari a 103,7 per le donne e a 101,9 per i maschi) in tempi più brevi (il 55,5% delle studentesse si laurea in corso). E rappresentano la maggioranza non solo tra gli iscritti all’universo dei corsi di laurea esistenti: le donne sono la maggioranza anche negli studi post-laurea, con il 60% circa degli iscritti a dottorati di ricerca, corsi di specializzazione o master.

Con queste premesse dovremmo pensare a carriere sfolgoranti nei settori chiave della scienza, la ricerca e l’insegnamento universitario. Ma i numeri non sembrano confermarci questo quadro anche se, a partire dal nuovo Millennio, cambiamenti, e in meglio, ne sono avvenuti. Con uno sguardo al mondo universitario, nel 2000 in Italia le donne che occupavano la fascia più alta di docenza come Professore Ordinaria erano poco più di 2005 (fonte Miur) per passare a 3105 nel 2019, con un incremento del 55 %. Nello stesso intervallo di tempo, sul totale dei docenti (diminuito di 2 mila unità) le donne sono aumentate di poco più del 50 per cento, rappresentando il 24 per cento del totale. Questo spaccato mette senza alcun dubbio in evidenza che l’università italiana sta lentamente, ma inesorabilmente, migliorando il rapporto di genere in tutte le categorie e che l’aumento di donne Professore Ordinario (PO) è perfettamente lineare. Con questo ritmo di crescita, però, le donne potranno raggiungere il 40% di PO solo nel 2046 e che la parità di genere arriverà solo a metà del 2063.

Se ci soffermiamo su altre importanti “date obiettivo”, beh non ci sono prospettive particolarmente confortanti. Il Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum evidenzia come ci vorranno un centinaio di anni (per la precisione 99,5) per la parità tra uomini e donne. E per la parità a livello di accesso alla partecipazione economica addirittura 257 anni! La buona notizia è che la disparità di trattamento tra uomini e donne, nel mondo, si era ridotta nel 2019 ma nessuno di noi vedrà la parità di genere nella vita. Guardando al passato assai prossimo, il 2020, annus horribilis, dobbiamo dire che gli effetti sulle donne sono stati pesantissimi in termini di occupazione, redditi, carichi familiari e, last but not least, violenze (domestiche). L’auspicio è che il 2020 si allontani talmente tanto dalla media da non considerarlo nelle serie storiche a venire.

Gli anni, per non dire i mesi, che ci attendono, complice anche la eccezionalità del periodo e dei mezzi messi in campo come Next Generation UE e Recovery Fund, rappresentano una occasione davvero unica perché la parità di genere, realizzata nell’Istruzione nei paesi più evoluti, diventi una parte integrante anche del mondo del lavoro. Da una ricerca realizzata dal social network professionale, Linkedin, emerge come la componente femminile sia ancora sottorappresentata in ben 6 delle 8 aree professionali destinate ad una maggiore crescita negli anni a venire. C’è da lavorare, verrebbe da dire… se non sembrasse un gioco di parole…
Quando si parla di persone e cultura (che potremmo definire salute e insegnamento) la percentuale di donne è al 65% per scendere al 49% quando si parla di ruoli tecnici/professionali “generali”. Ma quando arriviamo ai megatrend ritenuti vincenti, ed essenziali nel futuro, le note sono ben più dolenti. Nel settore dei (Big) Data e della Intelligenza Artificiale le donne saranno presenti al 26 per cento, al 15% nel campo, poliedrico, dell’ingegneria e solo al 12 per cento in quello, esplosivo, del Cloud Computing.

Possiamo accettare o, peggio, arrenderci a tutto ciò? La risposta è ovvia però impone rapide ed incisive azioni per una nuova e diversa attenzione ai temi non solo dell’istruzione scolastica ma anche della individuazione delle capacità e dello “sfruttamento” (brutta parola…ma pensiamo alla sua versione anglosassone, exploit, utilizzo ottimale) delle stesse per renderle ancora più forti ed appetibili per il mercato del lavoro che si sta delineando. Abbandonando anche radicati pregiudizi secondo cui la matematica, e in generale le materie scientifiche, non sono materie per bambine/ragazze. A sostenerlo per primi i genitori, purtroppo. Una ricerca promossa dall’OCSE nel 2019, in concomitanza con i test Pisa (Programme for International Student Assessment, nato con lo scopo di valutare con periodicità triennale il livello di istruzione degli adolescenti dei principali paesi industrializzati, ndr) svela infatti come l’atteggiamento dei genitori nei confronti dei figli rilevi una maggiore aspettativa per future carriere in campo scientifico nei confronti dei  maschi piuttosto che delle femmine, anche quando i ragazzi presentano gli stessi risultati nei test di matematica e scienze. Questo pregiudizio sembra travalicare le mura domestiche: anche gli insegnanti, sempre secondo gli esperti OCSE, involontariamente trasmettono pregiudizi di genere.

Di qui il monito di Linkedin ad accelerare i tempi per una maggiore inclusione rosa nella area delle discipline STEM dal momento della formazione a quello del percorso professionale dove, auspicabilmente, le donne possano essere correttamente valutate e valorizzate per il loro merito e la loro preparazione, a prescindere dal genere. Rimanendo, però, nel qui e ora non possiamo negare che, come ha sottolineato la ricerca Genislab della Fondazione Brodolini, gli stereotipi stanno (ancora) influenzando la scienza.

Le donne scienziate risultano penalizzate dai soliti luoghi comuni che le riguardano nel più vasto ambito sociale, ma sono anche messe a repentaglio, nel loro specifico lavoro, da stereotipi ancora più “mirati”. Uno consiste nel ritenerle non in grado di elaborare livelli alti di astrazione, a causa del prevalere degli aspetti emotivi (sentimenti) sui loro ragionamenti. Il secondo è che non possono pienamente sostenere l’onere della missione della scienza che richiede un impegno a tempo pieno. Dal momento che il presupposto principale è una totale devozione alla ricerca e, di conseguenza, il peso della famiglia è percepito come un ostacolo difficile da superare.

Un nuovo, diverso, e maggiore peso delle ricercatrici e scienziate, che l’11 febbraio sostiene ed auspica, può essere l’occasione anche di ripensare al ruolo delle donne nel contesto produttivo e della promozione del pianeta. Ed anche del suo equilibrio. Basti pensare alle più costanti performances sul lungo periodo delle aziende guidate da donne -lo studio di due professori, Barber e Odean, del 2001, aveva rilevato che i rendimenti degli investimenti effettuati dalle donne sono mediamente migliori di quelli degli uomini e che  le donne hanno meno aspettative in termini di performance evitando così di assumersi troppi rischi-, al contributo cospicuo al PIL mondiale con una maggiore tasso di occupazione femminile cui corrisponderebbe anche un incremento demografico (il tema è particolarmente critico nei Paesi dove il saldo sarebbe negativo senza l’apporto delle straniere).

E la memoria corre a un libro di Aldo Cazzullo, Le donne erediteranno la terra, pubblicato nel 2016 quando i travagli attuali non erano neanche lontanamente immaginabili. E già allora l’autore ci diceva (e confermava): “L’Italia resta un Paese maschilista; eppure sono donne … l’astronauta più nota, la scienziata più importante. Ed è solo l’inizio. Le donne erediteranno la terra perché sono più dotate per affrontare l’epoca grandiosa e terribile che ci è data in sorte. Perché sanno sacrificarsi, guardare lontano, prendersi cura; ed è il momento di prendersi cura della terra e dell’uomo, che non sono immortali”. E sarà solo la scienza a venirci in soccorso e trovare la soluzione. Anzi le soluzioni. Provando e riprovando.

Giovanna Guzzetti
Milanese, convinta praticante ed assertrice dell’active ageing, una passione ancestrale, divenuta poi professione, per tutto ciò che è carta stampata, informazione e comunicazione dove ha trascorso decenni vivaci e curiosi. Un occhio sempre attento, favorito dall’amore per le lingue straniere, ai fenomeni dove persone e cifre si incontrano e si incrociano.

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