Dono e società | Corriere dell'Italianità

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Dono e società

di Pier Mario Vello

Del dono si cerca affannosamente il fondamento mentre a esso è pertinente una certa forma d’incondizionalità. Questo fatto potrebbe indurre taluni a far gravitare il dono dalle parti della religiosità, fenomeno per elezione dell’imponderabilità.

Se il carattere di spontaneità del dono è convincente, è la sua assimilazione, o perlomeno vicinanza, con i fenomeni religiosi che ci trova scettici. Esistono di fatto molte forme di donazione religiosa, che si concretizzano nelle innumerevoli offerte che a tutte le latitudini vengono fatte a ogni tipo di divinità. Tuttavia, fondare il dono sul sentimento religioso appare fuorviante e anche falso. Il dono ha espressione anche presso le persone atee, che nulla do-nano agli dèi e non per questo sono meno generose. Il dono, quindi, deve poggiare le proprie basi su qualcosa di molto più generale e universale del semplice sentimento particolare di culture o confessioni specifiche. La sua comprensione deve andare alla stessa radice della possibilità umana di relazione solidale, così come riscontriamo essere operante nella generosità e nella proiezione positiva verso gli altri, come si manifesta nei primissimi periodi di vita e, in particolar modo, nella relazione del neonato con la madre e nella reciproca generosità riconoscente.

Il dottor Pier Mario Vello

Ci sembra, perciò, che se un fondamento dello stare insieme debba essere cercato, questo può essere rintracciato nella generosità umana quale dato di spontaneità e libertà ultima, dato primario oggettivo dell’esistere umano, fondo ultimo per il quale non è necessario cercare un ulteriore fondamento normativo altrove, atto di spontanea curiosità verso l’altro, atto ego-genetico, non nel senso egoistico ma in quello di formatore e generatore dell’io. Il dono non è altro che l’espressione oggettuale che poggia sul fondamento della generosità quale libera espressione del com-portamento, la cui motivazione fondante è difficilmente rintracciabile in una matrice, sia essa di natura religiosa, sociologica o psicologica. Sembra più opportuno costatare come la generosità, sotto quest’aspetto, sia in sé stessa un’espressione incondizionata della libertà umana che appartiene al campo dell’eticità, di quell’idea sociale di Sittlichkeit hegeliana nella quale la coscienza giunge all’autocoscienza attraverso la relazione di riconoscimento dell’altro.

Quello che la cultura storicamente ci tramanda è il sistematico annullamento della generosità in tutte le forme istituzionali, politiche, economiche, gestionali, ammini-strative, lavorative, e il suo confinamento nella sfera inti-mistica e asfittica della relazione personale, troppo personale. La generosità, imprigionata nella cameretta asfissiante dei rapporti sentimentali e spesso egoistici, perde così valore e portata. Mentre, d’altro canto, le sfere pubbliche d’interrelazione sociale diventano connotate da valori etici basati sulla prestazione competitiva e sulla difesa del potere, penetrando poi nel tessuto morale soggettivo attraverso set di valori orientati alla difesa di campo, allo sviluppo di capacità di accaparramento di risorse, alla prevalenza dell’interesse singolo rispetto alla ratio sociale. Affermare, per contro, che il dono prende corpo nell’esercizio della libertà significa renderlo parte della fenomenologia dell’eticità che, affinché si dispieghi pienamente, necessita da una parte della formazione dell’individuo libero e dall’altra ha bisogno dell’inclusione del diverso, reso amichevolmente partecipe di una società solidale che riconosce tutti gli uomini e le donne come esseri aventi lo stesso diritto alla felicità.
(Brano tratto da La società generosa di Pier Mario Vello e Martina Reolon)

IL RICORDO E L’OMAGGIO

L’eredità culturale di Pier Mario Vello, poeta, pensatore, specialista di filantropia

Di Giovanni Fosti, Presidente Fondazione Cariplo

Pier Mario Vello è scomparso improvvisamente nel giugno 2014. Ho avuto poco tempo per conoscerlo, quando in quegli anni – nel 2013 – lui era il Segretario generale di Fondazione Cariplo ed io avevo appena cominciato il mio primo mandato, in qualità di membro della Commissione Centrale di Beneficenza.

Eppure, Pier Mario ha lasciato dietro di sé una grande eredità sotto il profilo personale e professionale. I suoi libri sono una testimonianza, un modo per mettere nero su bianco una visione e il suo pensiero. Era un uomo, un professionista che veniva dal profit e che nel suo operare per un’istituzione filantropica, come Fondazione Cariplo, aveva saputo unire la sua sensibilità umana alla managerialità.  Il tema del dono rappresentava per lui un asset strategico, perché il dono di fatto è la sintesi di chi fa filantropia, ma non basta donare, fare filantropia per dire di aver fatto bene e di aver fatto la differenza, di aver generato il cambiamento che serve.

 Pier Mario sapeva che per mostrare l’efficacia di un’azione occorre definire bene gli obiettivi iniziali, organizzare al meglio l’attività e misurare il risultato. A questo metodo Pier Mario aggiungeva un «supplemento d’anima», frutto della sua passione per la cultura, della sua sete di sapere, dei suoi valori che dalla montagna si era portato in città, in una metropoli come Milano. Per lui «la generosità non è un fatto privato. È uno dei presupposti della società e può innescare meccanismi di riattivazione della fiducia andata perduta». La coesione sociale nelle nostre comunità vive di questo. Ed è fondamentale per tenere insieme un tessuto sociale messo a dura prova. Il dono di cui parlava Pier Mario non aveva come prima cosa l’accezione legata al valore economico, ma al bisogno delle persone di sentirsi parte e contribuire alla costruzione delle comunità e dei legami.

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