Dove ci porta la trasformazione digitale. Intervista ad Alec Ross, ex consulente di Hillary Clinton | Corriere dell'Italianità

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Dove ci porta la trasformazione digitale. Intervista ad Alec Ross, ex consulente di Hillary Clinton

Di Marco Nori, Ceo di Isolfin

“A volte i politici commettono l’errore di trattare le risorse come i carboidrati. È come ingerire dolci o pane: danno un po’ di energia a breve termine, ma non rafforzano i muscoli. Invece, investire in infrastrutture e istruzione è come mettere proteine nel corpo”

Bisogna investire su infrastrutture e istruzione. Ne è convinto Alec Ross, ex consulente di tecnologia e innovazione di Hillary Clinton durante l’amministrazione Obama.  L’esperto americano di politiche tecnologiche oggi vive a Bologna dove è Distinguished Visiting Professor alla Bologna Business School. Marco Nori, CEO di ISOLFIN e giornalista, lo ha intervistato per il Corriere dell’Italianità durante un viaggio nella Confederazione nel quale Ross ha incontrato il Presidente della Svizzera Guy Parmelin. Una chiacchierata per capire dove ci sta portando la trasformazione digitale e come sia possibile crescere grazie a essa.

Buongiorno Alec, grazie per avere accettato di condividere la tua esperienza con noi. Tu porti la tua competenza tecnologica e geopolitica in Italia, alla Bologna Business School, un Paese e una città che conosci bene. Hai studiato storia medievale a Bologna 25 anni fa e torni come professore dell’intersezione fra geopolitica e geoeconomia. Cosa ti aspetti di trovare e di far crescere a Bologna? Quali sono i talenti che gli italiani possono sfruttare per trovare un posto nella crescita economica globale?

“Innanzitutto, ho trovato nella Bologna Business School un’istituzione che si ispira alle sue radici, all’essere legata all’università più antica del mondo fondata nel 1088, ma che adotta un approccio all’istruzione molto orientato al futuro. È un metodo improntato all’apprendimento interdisciplinare e sta producendo studenti eccezionali nei settori più diversi, dalla finanza alle auto di lusso. L’altra cosa che mi aspettavo di trovare in Italia è stata più che altro una conferma: c’è una combinazione di grande talento tecnico, sia tecnologico che scientifico, con l’umanesimo. Sono convinto che, man mano che l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico e i robot diventeranno più potenti, ciò che ci rende umani diventi più importante. E dunque, per il prossimo decennio, abbiamo bisogno di innovatori che costruiscano prodotti che riportino l’uomo al centro del discorso”.

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Come pensi che il Piano di ripresa italiano dovrebbe affrontare questo mix unico di conoscenze tecnologico/scientifiche e sensibilità umanistica?

“Penso che l’errore che a volte i politici commettono è trattare le risorse come i carboidrati. È come ingerire dolci o pane: danno un po’ di energia a breve termine, ma non rafforzano i muscoli. Invece, investire in infrastrutture e istruzione è come mettere proteine ​​nel corpo. Oltre ad avere un effetto stimolante sull’economia, questo fortifica a lungo termine. Quindi il vero test per l’Italia è decidere se mettere carboidrati o proteine ​​nel corpo della sua economia”.

In che modo la trasformazione digitale può aiutare i “vecchi” settori come la metallurgia o il navale, imprese molto grandi che faticano a innovare?

“Le innovazioni che hanno avuto più impatto negli ultimi 20 anni sono state nella tecnologia della comunicazione e dell’informazione. In questo istante ci sono 35 miliardi di dispositivi collegati in rete nel mondo: i nostri laptop, i nostri smartphone e molto altro, come per esempio i sensori della catena di fornitura. In soli quattro anni, tale numero raddoppierà. E questa crescita rapidissima non è dovuta al fatto che compreremo più telefoni cellulari, ma perché industrie che consideravamo all’antica, come l’industria navale o la metallurgia, si stanno digitalizzando. In tal modo stiamo creando un Internet industriale che può stimolare le industrie che non sono -ancora- considerate necessariamente digitali. E ciò vale anche per l’agricoltura, l’estrazione mineraria e molti altri settori”.

In che modo la trasformazione digitale può aiutare la sostenibilità, la protezione del pianeta e delle persone?

“Questo è un tema che calza a pennello all’agricoltura di precisione. L’agricoltura è un’industria che ha un enorme impatto nelle emissioni inquinanti. L’avvento dell’agricoltura di precisione, che è fondamentalmente la combinazione del big data con l’agricoltura, può creare enormi risparmi. Ad esempio, fino al 70% in meno di acqua utilizzata nei programmi di irrigazione o fino al 50% in meno di fertilizzante, che a sua volta riduce la quantità di azoto fuoriuscito. Un mondo con una maggiore efficienza basata sui dati è un mondo con meno sprechi. Un mondo con meno rifiuti è un mondo più sostenibile. Penso che possiamo anche vedere l’effetto della digitalizzazione nell’industria automobilistica con aziende come Tesla che stanno cercando di portarsi più vicino alla neutralità energetica”.

L’equilibrio geopolitico sembra essere giocato tra gli Stati Uniti e una Cina in ascesa. Come può l’UE trovare il suo posto nel mondo emergente?

“Per prima cosa deve cominciare a giocare. Quando penso alla geopolitica in questo momento, è come se ci fossero due squadre in campo: una cinese e una americana. E invece di mettere in campo la propria squadra, gli europei fanno l’arbitro, fischiano e distribuiscono cartellini gialli. L’Europa ha bisogno di sviluppare un proprio modello di crescita e governance, che rifletta i propri valori, invece di limitarsi a reagire a quelli proposti dagli Stati Uniti e dalla Cina”.

Come possiamo far crescere i giganti di Internet come succede negli Stati Uniti?

“È principalmente una questione di ambizione. I mercati e gli investitori europei sono più conservatori di quelli degli Stati Uniti. Se guardi ai grandi player di Internet, che si tratti di Facebook, Twitter, Google, Instagram o tanti altri, questi sono stati avviati da ventenni, molti dei quali senza titoli universitari. Questi giovani non sarebbero mai stati in grado di raccogliere capitali di rischio in Europa, perché troppe persone in giacca e cravatta non li avrebbero incontrati e tanto meno avrebbero investito milioni di dollari nei loro progetti. Quindi la prima leva è un livello di ambizione molto più elevato, la creazione di prodotti che possano essere globali sin dall’inizio. In secondo luogo, una maggiore tolleranza per il rischio”.

Infine, è davvero utile far crescere i giganti di Internet, come Amazon e Facebook, che sono ormai grandi come Paesi?

“Questa è una domanda aperta ed è, in realtà, un argomento del mio prossimo libro, “I Furiosi Anni Venti”, che uscirà il 30 settembre, edito da Feltrinelli. La maggior parte di noi è più governata più dalle aziende che dai Paesi e ciò ha creato uno squilibrio nel contratto sociale. E quindi quello che suggerisco è leggere il mio libro per la versione lunga della risposta a questa domanda così importante”.

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