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Il conto in rosa. La banca per sole donne

di Rita Cosentino

La Svizzera è famosa per i suoi referendum, importante esempio di democrazia diretta, per l’economia fiorente, oltre che per il cioccolato e gli orologi. Non ci si aspetterebbe di inciampare in un “tallone d’Achille” come la (mancata) parità di genere. Cinquanta anni dopo l’introduzione del diritto di voto per le donne (7 febbraio 1971), trenta dopo il primo sciopero delle donne (14 giugno 1991) e 25 anni dopo l’entrata in vigore della legge federale sulla parità dei sessi (varata il 1 luglio 1996), il “pianeta rosa” fa ancora molta fatica a crearsi l’indipendenza economica. Ma proprio da uno dei settori tradizionalmente dominati dal maschio, ovvero finanza ed economia, parte un’iniziativa degna di essere raccontata: a Zurigo nasce la prima banca online per sole donne.

Un modo per avvicinare le donne al mondo della finanza e soprattutto incoraggiare l’indipendenza economica femminile: è questo l’obiettivo di Fea Money, istituto di credito online fondato da Angelyne Larcher. La manager – originaria del Kenya e trasferitasi in Svizzera con il marito- in una recente intervista spiega: “Fea Money sta affrontando un problema che è reale. Le donne perdono opportunità perché temono di essere rifiutate o temono di porre le domande sbagliate. Dobbiamo agire, iniziare a colmare il divario di genere nella conoscenza finanziaria e nell’accesso al capitale”. Infatti, non solo sono pochissime le manager che lavorano nei principali istituti elvetici – appena il 10% -, ma a livello generale è molto ridotto il numero di donne che ha reale dimestichezza con il proprio denaro e i modi migliori per investirlo.

L’istituto di credito – che ha sede a Zurigo, ma è accessibile ovunque da smartphone tramite app- si rivolge a una fetta di persone spesso “discriminato” dal sistema bancario”: donne sposate, divorziate o vedove, ma anche inoccupate, dipendenti e imprenditrici. A loro offre servizi bancari, ma anche educazione finanziaria -in modo da offrire conoscenza del sistema, ma anche sviluppare una consapevolezza delle proprie capacità finanziarie e lavorative- e proposte di piani di investimento. Insomma, parole come accesso al capitale, trasferimenti in valuta estera e piani di ammortamento non devono far paura.

La Larcher ha preso ispirazione dalle sue vicende personali: “Essere finanziariamente indipendente è sempre stato importante per me. In Kenya, il mio paese d’origine, avevo una carriera solida. Dopo aver conosciuto mio marito, abbiamo deciso di trasferirci in Svizzera, dove le mie lauree non avevano valore. Improvvisamente, ero una mamma casalinga, imparavo il tedesco, studiavo per la patente svizzera e pulivo gli uffici di notte”, ha raccontato l’imprenditrice.

Si tratta di un importante passo verso una società a misura di donna, anche se c’è ancora molto da fare. Nonostante la Svizzera possa vantare un tenore di vita tra i più elevati al mondo, è ben lontana dal raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Nella Confederazione soltanto il 10% delle donne ricopre incarichi manageriali: secondo quanto riportato da Katja Branger per l’UST, nell’ultimo decennio la quota di donne dirigenti, circa un quarto delle donne salariate, è variata solo leggermente: dal 24,0% nel 2011 al 25,3% nel 2019. In più, a parità di mansioni e incarico, migliaia di lavoratrici vengono pagate mediamente il 18,7% in meno dei colleghi uomini. Le discriminazioni salariali non risparmiano le (poche) professioniste con ruoli dirigenziali: anzi, in genere, si osserva che più è alto il ruolo che si ricopre (e quindi di pari passo anche lo stipendio) e maggiore è lo scarto remunerativo tra donna e uomo.
Non dimentichiamo poi il fatto che spesso le donne lavorano a tempo parziale, con tutto quello che comporta a livello retributivo. Se diamo uno sguardo solo ai “modelli di attività professionale nelle coppie” pubblicato dall’Ufficio Federale di statistica, la quota più alta di persone occupate a tempo parziale si riscontra tra le donne con partner e figli sotto i 25 anni (82%). Nelle famiglie costituite da una coppia con figli di meno di 25 anni e nelle quali entrambi i partner hanno dai 25 ai 54 anni, il modello «uomo a tempo pieno e donna a tempo parziale» è il più comune (53%). È seguito dal modello «uomo a tempo pieno e donna senza attività professionale» (16%). Nel 13% delle coppie entrambi i partner lavorano a tempo pieno e nell’8% entrambi hanno un impiego a tempo parziale. Nel 52% delle coppie senza figli entrambi i partner lavorano a tempo pieno.

Il Covid, oltre a stravolgere la vita di tutti e a mettere in pericolo la salute, sicuramente non ha aiutato la situazione, anzi, purtroppo l’ha peggiorata notevolmente. Il gender gap è praticamente aumentato. In primis per molte il lavoro di madre –non retribuito– si è trasformato in un’occupazione 24 ore su 24, tra smart working e cura di figli e genitori e di fatto molte hanno abbandonato qualsiasi aspirazione di avanzamento di carriera. Alcune il lavoro. Inoltre, chi esercita professioni infermieristiche – e la maggior parte sono donne (secondo i dati del World Economic Forum il 70% del personale sanitario mondiale è di genere femminile) – ha svolto turni fino a 13 ore al giorno, senza ricevere un aumento di stipendio. Le dipendenti del commercio al dettaglio si sono trovate a veder diminuire i guadagni e allo stesso tempo a essere più esposte a potenziali contagi.

 ll 14 giugno scorso si è tenuto lo “sciopero delle donne” per sottolineare che in Svizzera il divario salariale tra i due sessi si sta ampliando. “Poco più della metà della disuguaglianza salariale lorda tra donne e uomini nel settore privato svizzero può essere spiegata da differenze di competenze, istruzione ed esperienza. È l’altra quota, quella che non può essere spiegata, che è potenzialmente discriminatoria”, ha spiegato in quell’occasione il professore associato dell’Università di Ginevra Giovanni Ferro-Luzzi. Questa “quota inspiegabile”, come la chiama l’UST, è aumentata in Svizzera passando dal 42,4% nel 2014 al 45,4% nel 2018 per l’intera economia. Secondo l’ufficio federale, essa penalizzerebbe le donne nella misura di 684 franchi mensili lordi nel settore privato nel 2018.

Nell’ultimo rapporto di Equileap si legge che “la Svizzera è il paese in cui le donne hanno le minori possibilità di essere promosse”, anche se la forza lavoro femminile nel paese è significativa, intorno al 39%. Purtroppo, una buona fetta si concentra nei settori più precari e meno pagati. In Svizzera, il 60,9% di coloro che ricevono un salario mensile inferiore a 4’000 franchi per un lavoro a tempo pieno sono donne.

La parità di genere è stato anche uno dei temi principali del Locarno Film Festival. Lo studio sulla parità di genere nel cinema svizzero commissionato nel 2020 dall’Ufficio federale della cultura (UFC) ha mostrato che le donne non risultano più svantaggiate nel finanziamento dei film, come avveniva nel 2014, però sono sottorappresentate nel cinema professionale e vengono pagate meno dei loro colleghi uomini in settori come la regia, la sceneggiatura e la recitazione.

Diciamo le cose come stanno e non solo in Svizzera, ma nel mondo. Entusiasmo misto a incredulità: sembra assurdo, ma nel 2021 sono ancora questi due sentimenti a farla da padrone quando si racconta di una donna che ha raggiunto i vertici nella carriera. La notizia si permea sempre di un alto grado di “straordinarietà”, come se una donna all’apice – in qualsiasi campo- fosse ancora un’eccezione. In effetti i dati parlano chiaro: solo il 25% dei leader mondiali sono donne, all’inizio del 2020 nell’Unione Europea le parlamentari erano solo il 32,3% (dati dell’EIGE, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) e la parità -di genere e di salario- appare come una chimera. Nonostante Angela Merkel -Cancelliera della Germania dal 2005, inserita da Forbes nella lista tra le 100 donne più potenti del pianeta – e Sanna Mirella Marin, la premier finlandese in carica dal 2019, che vanta il primato di essere la più giovane leader di governo nel globo. Nonostante Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea dal 1º dicembre 2019, “costretta” in un certo senso a dichiarare: “Carriera o maternità? Ho 7 figli, non bisogna scegliere”. Nonostante Kamala Harris -la prima donna e in più con origini afroasiatiche a diventare vicepresidente degli Stati Uniti. Nonostante Samantha Cristoforetti, la prima europea, la terza in assoluto – a capo della SSI (Stazione Spaziale Internazionale). E l’elenco potrebbe continuare. La strada da percorrere è lunghissima: il Global Gender Gap Report del World Economic Forum ha evidenziato come ci vorranno un centinaio di anni (per la precisione 99,5) per la parità tra uomini e donne. E per la parità a livello di accesso alla partecipazione economica addirittura 257 anni.

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