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IL PARADOSSO DEL SUPER ROBOT

Il lavoro “Mecha” di Barbara Barberis sulla fotografia del ritratto super robotico

Il lavoro di Barbara Barberis sui giganti d’acciaio è stato presentato per la prima volta alla mostra di Milano, Manga Heroes nel 2021, che ho avuto l’onore e la fortuna di poter curare. Insieme a Giuliano Manselli di Droma Studio, abbiamo ragionato sulla possibilità di inserire in un universo già di per sé iconico, una nuova variazione sul tema.

Le immagini dei mecha di Barbara, queste foto ricche di vita, dal fascino vintage, si riflettono sullo spettatore restituendo uno sguardo che di per sé è sempre stato assente. Quello diretto, iconico, del super eroe, in questo caso, del super robot, nei confronti del suo pubblico. Sono state esposte sulle pareti di ingresso, come incipit della mostra e come sigillo di guardia di quel viaggio estetico e sensoriale che ha caratterizzato Manga Heroes e tutti i suoi eroi esposti.

L’elemento più sorprendente, nonché il punto più profondo che mi ha convinto del lavoro di Barbara, è questa sua capacità di trovare e di giocare con il paradosso. Il primo paradosso con cui l’artista si diverte è quello di infondere vita nello sguardo di oggetti metallici, giocattoli, super robot che neanche per loro stessa natura avrebbero, poiché gran parte di loro non sono altro che giganti guidati da piloti temerari. Questo restituisce allo spettatore una dimensione famigliare, l’eroe del manga e dell’anime è ora più vicino che mai e questo Great Mazinger o il Tetsujin 28 con cui si apre la sequenza, ricordano parenti illustri, foto d’altri tempi di amici, compagni d’avventura, compagni di giochi in un’epoca che non esiste più se non nella nostra memoria.  Che così è, del resto. Visto che si tratta di icone del passato, personaggi nati dalla matita Gō Nagai e dalla mente visionaria di Yoshiyuki Tomino, veri e propri veterani di quella breve, ma intensa Golden Age della fantascienza super robotica giapponese. Lo sguardo umano nella macchina non è solo un elemento estetico, bensì anche una dinamica di prospettiva e se vogliamo anche di scelta narrativa.
Il posizionamento della macchina riporta tutti questi giganti alla dimensione umana, quasi riunendoli tutti sotto le stesse misure, nello stesso riquadro, in maniera molto ordinata, una sorta di composizione giapponese. Una scelta impreziosita dalla scrittura calligrafica di Inoue Naoka che ha contribuito con le proprie mani direttamente sulla foto, rendendola quasi d’archivio. Ed ecco che quei parenti illustri possono essere visti anche come “soliti noti” dell’animazione. Schedati in una sorta di carcere nostalgico, di un tempo che rimanda a diverse generazioni, con la nostalgia dei tempi in cui la terra era minacciata oltre che protetta da Muteki kōjin Daitān 3 e company.

Altro paradosso acuto della Barberis che nella sua schematicità e nella sua volontà di renderli tutti simili, sotto lo stesso sguardo del ritratto canonico, infonde ad ognuno una identità che difficilmente si nota nel marasma delle produzioni di quell’epoca. Anzi, spesso si ricorda con freddezza quanto quei maxi robot fossero, in fondo, un po’ tutti uguali. Grossi, potenti, imponenti e imbattibili. Eppure, nel lavoro presentato ogni eroe mantiene la sua singolarità, come a volersi distinguere dallo stereotipo di robot giapponese, presentandosi per la prima volta come una star del cinema d’essai.

Terzo paradosso riuscito è quello di mettere insieme l’estetica pop culture nipponica, rappresentata dai famosi Gundam e Grendizer, con la tradizione severa della fotografia da ritratto occidentale. Il robot come idea è circolare: può essere guidato da chiunque, nel bene o nel male. Torna sempre, sotto altre forme, altri nomi, ma torna anche adesso. Il mecha è un concetto quasi buddista nel suo ripetersi costantemente e nel suo ideale di karma, rappresentato dal pilota che ne identifica la coscienza. La fotografia ha la pretesa di essere immortale, ma non lo è e nel suo fotografare quella luce in quel determinato istante ci richiama a una caducità delle cose, a un tempo che ha un inizio e una fine che prima o poi svanirà.

Il gioco dei paradossi di Barbara Barberis è intenso e riuscito, sintetizzabile con questa espressione che ho usato spesso nel raccontare tale lavoro al pubblico in mostra: Non sono solo giocattoli, come potete vedere da queste foto. Eppure, è divertente giocarci.

Una serie di foto-ritratti in bianco e nero di giocattoli Mecha, catturati in primo piano come persone reali che posano per una foto. L’approccio fotografico adottato, operando sulla sottrazione, consente sia la dimensione plastica che la qualità materica dei soggetti, con tutte le imperfezioni, le crepe e le polveri che ne caratterizzano la vita attraverso la nitidezza del bianco e nero.

https://www.kingkoala.it/product-category/print/mecha/

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Jacopo C. Buranelli

Laureato in filosofia presso La Statale di Milano con una tesi sul cinema di Ozu, da molti anni si dedica all’editoria e al mondo dell’arte contemporanea e dello spettacolo. Collabora con diverse test ... Vedi profilo completo

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